L’8 e 9 giugno siamo chiamatə a votare su quattro quesiti referendari che riguardano direttamente il lavoro: è un voto importante e lo è ancora di più per chi, come me, prova a guardare il mondo da una prospettiva femminista e intersezionale.
Le forme di sfruttamento, precarietà, insicurezza e invisibilizzazione colpiscono in modo differente: per genere, per razza, per classe, per status giuridico. Chi lavora come colf, come bracciante, come operaiə sottopostə a subappalti, come addettə alla logistica o come commessə in un piccolo negozio, lo sa bene perché non tutti i lavori sono trattati allo stesso modo e non tutti i corpi che lavorano hanno gli stessi diritti.
C’è una profonda corrispondenza tra i quattro quesiti referendari sul lavoro e i principi espressi nel Manifesto della Cura, scritto da Care Collective a cui sono particolarmente legata: entrambi partono dalla consapevolezza che la società si regge su relazioni di interdipendenza e che il lavoro non è solo produzione, ma anche cura del vivere comune. Come il Manifesto reclama una politica della cura collettiva, i referendum chiedono che le leggi riflettano giustizia, solidarietà e responsabilità, anche nel mondo del lavoro: votare SÌ ai referendum significa rimettere al centro la dignità, la sicurezza e la stabilità di chi lavora, interrompendo una logica di sfruttamento che ignora la vulnerabilità umana
Una delle discriminazioni sistemiche più radicate nel mondo del lavoro è quella che normalizza la precarietà e la mancanza di tutele per chi occupa posizioni marginalizzate: donne, persone razzializzate, migranti, giovani. È una logica che assegna valore alle persone in base alla loro produttività, cancellando ogni dimensione di fragilità e dipendenza reciproca. Il Manifesto della Cura ci invita invece a riconoscere che la vulnerabilità è una condizione umana universale e che la società giusta è quella che si organizza per sostenere, non per escludere. In questo senso, il lavoro che oggi è precario, insicuro e diseguale, può diventare uno spazio di cura collettiva solo se lo liberiamo da queste logiche discriminatorie e lo ricollochiamo nel campo della responsabilità condivisa.
Quando la sicurezza è opzionale, quando i diritti dipendono dalla fortuna, quando le tutele si contano a numeri – “più di 15 dipendenti o no?” – allora il lavoro diventa un luogo di discriminazione sistemica.
Ecco perché questi referendum parlano anche a chi lotta per una società più giusta, a chi rivendica la dignità del lavoro come parte integrante della giustizia sociale e della cura collettiva.
I quattro quesiti referendari del 2025 rappresentano un’opportunità cruciale per riformare il mondo del lavoro, affrontando questioni di giustizia sociale e parità di trattamento.
1. Reintegro in caso di licenziamento illegittimo: attualmente, i lavoratori assunti dopo il 2015 in aziende con più di 15 dipendenti, se licenziati senza giusta causa, hanno diritto solo a un indennizzo economico, senza possibilità di reintegro. L’abrogazione delle norme del Jobs Act ripristinerebbe il diritto al reintegro, rafforzando la posizione dei lavoratori contro licenziamenti arbitrari e abusivi.
È assurdo – e profondamente ingiusto – che le tutele cambino in base alle dimensioni dell’azienda. Due persone, con lo stesso contratto e lo stesso ruolo, possono avere trattamenti totalmente diversi solo perché una lavora in una ditta da 14 persone e l’altra in una da 16. È una “fortuna non democratica”. E noi non possiamo più permetterci di lasciare i diritti al caso. E questo si collega anche al secondo quesito
2. Tutele per i dipendenti delle piccole imprese: nelle aziende con meno di 15 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo, l’indennizzo è attualmente limitato a sei mensilità. Questo crea una disparità inaccettabile tra lavoratorə, spesso a svantaggio di chi ha già meno potere contrattuale. Un SÌ serve a sanare questa diseguaglianza, permettendo al giudice di stabilire risarcimenti più giusti.
3. Contratti a termine e precarietà: oggi si può assumere a tempo determinato per un anno senza dover fornire alcuna motivazione. Questo rende la precarietà sistemica, soprattutto per giovani e donne. Un SÌ reintroduce l’obbligo di indicare una causale, restituendo dignità e prospettiva a chi lavora.
4. Responsabilità solidale negli appalti: l’attuale normativa esonera il committente da ogni responsabilità in caso di infortuni legati a rischi “specifici” del subappaltatore. Un SÌ ristabilisce la responsabilità condivisa: chi trae profitto da un lavoro deve anche garantirne la sicurezza e il rispetto delle condizioni contrattuali.
Nel 2024, in Italia, si sono registrate 1.090 morti sul lavoro, in aumento rispetto all’anno precedente. Particolarmente tragici gli infortuni in itinere, cresciuti del 17,8%. Non è una fatalità, ma è il risultato di un modello che sacrifica la sicurezza sull’altare della produttività; un modello che considera la vita di alcune persone – precarie, esternalizzate, marginalizzate – meno degna di essere protetta.
Questo ci porta a sostenere la proposta di ripristinare la responsabilità solidale del committente. È una misura fondamentale per chi lavora nella filiera degli appalti, spesso in condizioni di sfruttamento e abbandono. Oggi, se qualcosa va storto, chi ha affidato il lavoro può restare impunito. Ma i profitti non devono essere separati dalle responsabilità; chi guadagna grazie al lavoro altrui deve rispondere anche delle sue conseguenza smettendo di accettare catene produttive costruite sullo scaricabarile.
Votare QUATTRO SÌ è un atto femminista. È un atto politico. È un atto necessario.
Se credi che ogni persona che lavora debba essere protetta, tutelata, rispettata.
Se credi che nessuno debba morire di lavoro o vivere nella precarietà come destino.
Se pensi che il lavoro debba essere riconosciuto come parte della cura collettiva che tiene insieme la società.
Allora l’8 e 9 giugno vota il lavoro che cura perché la cura non si delega, ma si pratica anche con il voto.




