Il 4 ottobre farà novant’anni. La sua vita ha attraversato quasi un secolo di storia, di cambiamenti e di trasformazioni che hanno ridefinito il mondo e la scena politica. Dopo aver raccontato il lavoro da operaio e le lotte sindacali, ora Francesco Zoppetti ricorda, con il piglio di chi si sente nel giusto e non si è mai voluto arrendere, l’impegno alla Camera e tutte le altre battaglie combattute. Un tuffo nella memoria, che fa bene. Nomina Togliatti e Berlinguer, Natta e Pertini ma anche Andreotti e Moro con la fierezza di chi può dire: li ho conosciuti e con la nostalgia di chi pensa che quegli uomini, e quelle loro idee, anche quelle distanti, appartengono a un tempo che è finito.
Ecco la storia dell’operaio Zoppetti, invitato dal partito a candidarsi alle elezioni Politiche. E’ il maggio del 1972. Lui ha 35 anni.
A chi è venuta l’idea della sua candidatura alla Camera?
Alla Federazione del PCI di Milano: il partito aveva stabilito che, salvo poche eccezioni, chi aveva fatto più di due legislature non si sarebbe più potuto candidare. Questa fase di rinnovamento del personale politico aveva coinvolto anche Edgardo Alboni, l’ex comandante della brigata partigiana Garibaldi che era stato alla Camera tra il 1963 e il 1972 in rappresentanza del lodigiano. Oltre a questo, però, il PCI voleva assolutamente portare in Parlamento un piccolo gruppo di operai. Ricordo lo scontro molto aspro tra il PCI del lodigiano, che voleva strappare un terzo mandato per Alboni, e Milano: alla fine è prevalsa la linea della Federazione e la mia candidatura è stata confermata. Nel maggio del ‘72 siamo stati eletti io, un compagno della Pirelli di Milano e un operaio della Fiat di Torino.
Com’è avvenuta la proposta?
Così: una mattina di febbraio, mentre ero in fabbrica, mi telefonano dalla Federazione chiedendomi di passare nel pomeriggio alla sede del PCI, la sede nuova di via Volturno dove il giorno dell’inaugurazione avevo incontrato Togliatti. Lì il presidente della commissione di controllo mi dice che, seguendo le indicazioni che arrivavano da Roma, mi offriva la possibilità di essere messo in lista per le elezioni.

E lei?
E’ stata una sorpresa. Ho cercato di prendere tempo per avere la possibilità di capire, di riflettere. Ho detto che volevo confrontarmi con la mia famiglia e con i compagni della fabbrica. La risposta è stata che avrei dovuto decidere entro l’indomani mattina.
Avrebbe potuto rifiutare?
Certo, nessuno mi obbligava ad accettare. Ma il PCI teneva molto a portare in Parlamento persone che venissero dalle fabbriche del Nord. Noi del Tecnomasio eravamo stati, negli anni Sessanta, un punto di riferimento per tutte le più importanti battaglie operaie. Capivo che, oltre che essere in linea con gli orientamenti del partito, la mia presenza sarebbe stata un riconoscimento significativo per tutti coloro che si erano spesi nelle lotte sindacali. In effetti non ho avuto esitazioni e ho dato la mia disponibilità per la candidatura. Ma da lì ad arrivare ad essere eletti, di strada ce n’era da fare tanta: c’era il voto di preferenza e il seggio bisognava conquistarselo sul campo, sempre.

Ci racconti del suo ingresso in Transatlantico, la prima volta.
Non appena entrato, davanti a me ho visto l’operaio che veniva da Torino. Le telecamere erano lì per lui, i giornalisti lo aspettavano per intervistarlo. Lo capivo bene: un operaio della Fiat alla Camera faceva gioco. E, nei primi giorni, giornali e televisione se lo contendevano. Io sono rimasto in disparte, mi andava bene così. Ma dopo una sola legislatura quell’operaio è tornato a casa. Io invece sono rimasto in Parlamento per 15 anni: dopo la tornata elettorale del ‘72, sono stato rieletto altre tre volte.
Quali altri ricordi ha della sua prima giornata in Parlamento?
Avevo addosso una fortissima tensione. Entravo in quell’aula senza conoscere nessuno, senza avere un’idea di come funzionassero le cose. All’inizio è stato proprio un lavoro duro.
Magari non come quello in fabbrica…
Beh, è stato duro fare il ferraiolo, il contadino, andare in fabbrica. Ma il lavoro in Parlamento lo è stato di più. Io sono arrivato a Roma con la mia cultura politica e sindacale, certamente di spessore ma di tutt’altro tenore rispetto a quella che poteva avere un professore universitario o un professionista di qualsiasi genere, e lì ce n’erano tanti. Il meccanismo parlamentare mi faceva sentire a disagio, mi intimoriva, mi metteva in difficoltà. E la prima legislatura è stata faticosissima, ho dovuto imparare da zero un lavoro nuovo e difficile.
Qual era il clima politico di quei primi anni Settanta?
Provo a spiegare raccontando un evento che, proprio nei giorni successivi alle elezioni di maggio, mi ha colpito in modo particolare. Il Prefetto di Milano aveva invitato noi parlamentari eletti a presenziare alle manifestazioni del 2 giugno per la Festa della Repubblica. Quando sono entrato nel cortile della Prefettura, dico la verità, avevo paura: perché noi – voglio dire noi comunisti – eravamo consapevoli che in Italia, a poco meno di trent’anni dalla fine della guerra, molti esponenti delle Forze Armate e delle forze dell’ordine erano ancora legati al fascismo, così come, molto probabilmente, lo erano molti alti ufficiali che avrei incontrato alla cerimonia. Nell’immediato dopoguerra, il lavoro di pulizia all’interno dello Stato non era nemmeno iniziato. La scelta pro amnistia di Togliatti del ‘46, inevitabile perché aveva scongiurato la possibilità di una guerra civile, aveva però impedito l’allontanamento di quanti erano compromessi col regime di Mussolini. Quindi lo Stato rimase, nelle sue articolazioni, profondamente fascista. Il tentativo di golpe del ‘70 di Junio Valerio Borghese, la strategia della tensione, i depistaggi dei servizi deviati negli anni di piombo stavano lì a testimoniarlo.
Sembra di capire che ciò che non si fece quando nacque la Repubblica, voi l’avreste voluto fare all’inizio di quegli anni ‘70.
Era il punto centrale della strategia di Berlinguer e Moro: loro pensavano che, attraverso il compromesso storico, si sarebbe potuta realizzare una trasformazione profonda, una riorganizzazione dello Stato che assegnasse più poteri alla periferia (comuni, provincie, regioni) e che evitasse il risorgere di tentazioni autoritarie. Quel processo purtroppo si è interrotto definitivamente con l’assassinio di Moro. Per me, al giorno d’oggi, il processo di rinnovamento è più necessario che mai: non vedete che la destra che ci governa si vuole di nuovo impadronire dell’amministrazione dello Stato attraverso l’inserimento costante di personale politico di cui bisogna aver paura?

Cos’altro l’aveva colpita del parlamento del ‘72?
Il grande numero di esponenti del Movimento sociale eletti in quella tornata: alla Camera erano una sessantina e costituivano il quarto gruppo parlamentare, quasi alla pari con i socialisti. Bisogna ricordare che tra il ‘70 e il ‘71 c’era stata la rivolta di Reggio Calabria, quella del “boia chi molla” del missino Ciccio Franco: per il MSI quei fatti erano stato un traino fortissimo. A Reggio il MSI era diventato addirittura il primo partito, sfiorando il 50% dei voti. La presenza di un gruppo così folto in cui, accanto ai politici in doppiopetto, c’era gente violenta, con le mani sporche di sangue, mi faceva star male, non mi andava giù. Del resto tra noi e i fascisti c’erano scontri frequenti. Ricordo che Pajetta, da abilissimo e raffinato provocatore qual era, non perdeva occasione per “beccarli”: qualche volta le liti finirono addirittura a sediate.

Cosa ricorda dei rapporti tra il segretario del PCI e il gruppo parlamentare?
Tra Berlinguer, che era stato eletto segretario del PCI poco prima delle elezioni, e Natta, che allora era il presidente del nostro gruppo alla Camera, c’era un’intesa eccellente, una totale identità di visione politica. Erano un tandem eccezionale. Per il nostro gruppo rappresentavano un bel punto di riferimento. Di Natta, uomo di salda formazione e di profonda cultura, ricordo con ammirazione gli interventi in aula, sempre di grande spessore.

E che ricordo ha di Pertini, che in quella legislatura era stato rieletto per la seconda volta Presidente della camera?
Pertini era una persona squisita, sempre effervescente, combattiva. Godeva del rispetto e della stima di ogni schieramento politico: nel ‘72 era stato confermato alla guida della Camera con un amplissimo margine, e la stessa cosa accadde nel 1976 per la sua elezione a Presidente della Repubblica. Quel giorno, appena conclusa la votazione decisiva, io mi trovavo ancora di fianco a lui: la “chiama” avveniva per ordine alfabetico e io ero in fondo all’elenco. Pertini mi prese da parte e mi disse: «Francesco, ma perché il segretario del mio partito non vuole che io faccia il Presidente?» Non si dava pace ma era davvero così: Craxi era assolutamente contrario alla sua elezione, che dovette subire per l’intesa tra Berlinguer e Zaccagnini. Pertini non fu solo un presidente della Repubblica amatissimo ma anche un grande Presidente della Camera: sapeva gestire l’aula con autorevolezza, era un uomo capace di tenere ferma la barra ed essere un punto di riferimento anche nei momenti di più grave difficoltà. La sinistra del resto ha sempre espresso Presidenti della Camera di qualità e di grande equilibrio: da Violante a Napolitano, dalla Iotti a Ingrao.



Com’era il suo lavoro da parlamentare e come è riuscito ad ambientarsi nel mondo della politica romana?
Grazie alla mia esperienza sindacale sono entrato subito in commissione lavoro. Poi, naturalmente, ho dovuto svolgere anche l’abituale lavoro d’aula con le interpellanze, le proposte di legge, le mozioni e via dicendo. Tuttavia il mio impegno a livello parlamentare era più orientato verso compiti di tipo organizzativo: spesso, ad esempio, mi veniva affidata l’accoglienza delle delegazioni in visita, un lavoro capillare che serviva a mantenere e rinsaldare il contatto con la nostra base. Io, comunque, ero sempre disponibile per qualunque incarico ed ero riuscito a costruire con la segreteria un bel rapporto umano, un legame forte. Al punto che in un momento successivo, quando come deputato ho cominciato a occuparmi più approfonditamente di questioni pensionistiche, mi hanno offerto di restare a lavorare a Botteghe Oscure per seguire da vicino le problematiche previdenziali. Era un impegno non da poco, che si sarebbe aggiunto a quello dell’attività parlamentare. E quella proposta l’ho rifiutata ma non per la paura di un carico di lavoro troppo pesante: il fatto è che la mia esperienza politica era troppo legata al contatto con la gente, ai legami diretti con le persone, ai rapporti con i compagni perché potessi pensare di trasferirmi a Roma e trasformarmi in un uomo di apparato. Non ce l’avrei fatta.
Come riusciva a conciliare questo suo desiderio di vicinanza alla base del partito con la routine parlamentare?
Una volta terminati gli impegni della settimana, non appena tornavo a casa iniziavo a incontrare le persone. Ma a volte in aula si era impegnati con l’ostruzionismo, e in quel caso potevano passare anche quindici giorni prima di poter lasciare Roma. Allora mi sentivo frastornato: i meccanismi della vita parlamentare, se affrontati con serietà, possono diventare logoranti. Quando finalmente riuscivo ad arrivare a casa, mi sembrava di cominciare a respirare. Andavo nei circoli e nelle sezioni, andavo a fare le assemblee: con le donne nelle campagne per i referendum sul divorzio e sull’aborto, con i pensionati, con i nostri emigranti, quelli che venivano del Sud. Per me era la vita. Se non avessi avuto quei momenti, se non avessi avuto la possibilità di mantenere il contatto con la base del partito e il legame con la mia gente, che mi dava una grandissima carica morale e politica, non sarei riuscito a reggere per quattro legislature.
Un aspetto della vita di un parlamentare al quale spesso non si dà importanza ma che invece si può ripercuotere sugli impegni politici, è la gestione della vita quotidiana in una città complessa, e spesso caotica, come Roma. Lei come era organizzato?
Ho avuto la fortuna di poter alloggiare, insieme altri due colleghi milanesi del PCI, in un bella casa del quartiere Prati, vicino al Palazzaccio, appena al di là del ponte. L’appartamento era di proprietà di una coppia di anziani pensionati con i quali ho stabilito un bellissimo rapporto, mi consideravano quasi un figlio; e in effetti ero uno dei parlamentari più giovani, anche se avevo già 35 anni e, a casa, moglie e figli. In quell’appartamento si faceva davvero una vita di famiglia, al mattino colazione con loro e per il resto della giornata attività politica.
Quali sono stati gli eventi più significativi degli anni trascorsi in Parlamento?
Certamente la stagione del terrorismo brigatista. Sappiamo bene che, in una fase iniziale, qualche settore della sinistra più estrema e alcune frange del movimento operaio avevano espresso, se non simpatia, almeno una sorta di comprensione per le motivazioni ideologiche che stavano a supporto delle azioni delle Brigate Rosse. Ma la successiva escalation della lotta armata con i primi morti e, soprattutto, la posizione ferma del PCI e del sindacato, che avevano sempre sostenuto una netta e rigorosa presa di distanza, avevano contribuito all’isolamento definitivo, anche a sinistra, dei brigatisti. Naturalmente il culmine di quella fase è stato, nel marzo del 1978, il rapimento e l’uccisione di Moro. Dopo quella tragedia niente sarebbe più stato come prima.

Come ricorda quel giorno?
Di solito io arrivavo presto in Parlamento, poco dopo le otto, perché non abitavo lontano, pochi minuti di strada a piedi. La prima persona che incontravo era quasi sempre Andreotti che arrivava di buon’ora per farsi fare la barba e poi si andava a sedere su uno dei divani del Transatlantico dove veniva preso d’assalto dai giornalisti. Ricordo che quella mattina non lo vidi. Si sarebbe dovuto presentare in aula più tardi, per la fiducia. Eravamo nella fase del “compromesso storico” e dei governi di “solidarietà nazionale”, e anche noi del PCI avremmo dovuto sostenere il governo. La notizia del rapimento di Moro e dell’annientamento della sua scorta è arrivata poco dopo le 9, mentre stavano entrando in aula tutti i leader di partito per seguire la presentazione del nuovo governo. Lo potete immaginare: uno shock fortissimo. Per tutti. C’era chi piangeva, tutti si abbracciavano. Sembrava stesse per saltare per aria il nostro sistema democratico, sembrava fosse arrivato il momento dello sconquasso totale. C’era paura e smarrimento, le notizie sulla dinamica del rapimento, sull’azione da commando militare dei brigatisti facevano temere il peggio. Assieme alla tristezza c’era grande preoccupazione per le conseguenze. Lo smarrimento per l’accaduto era tale che, anche se già in aula per la discussione della fiducia, noi del PCI non eravamo ancora riusciti ad avere, dal partito, indicazioni di voto certe. Quando, 55 giorni dopo, è arrivata la notizia dell’uccisione di Moro, mi trovavo a Botteghe Oscure per una riunione. Avevamo appena terminato i lavori quando siamo stati informati del ritrovamento del corpo nella Renault rossa parcheggiata in via Caetani, a poche decine di metri da noi. Ci siamo immediatamente precipitati sul posto. Il delitto Moro è stato, davvero, uno spartiacque per la vita politica del Paese. Prima c’era stato il complcato periodo della prigionia, segnato da un confronto aspro tra le forze politiche sulla possibilità di aprire una trattativa con i rapitori. Quell’eventualità era sostenuta dal PSI e da una parte della DC contro quello che veniva detto il “fronte della fermezza” che si ritrovava invece sulle posizioni di Berlinguer e Zaccagnini. Le polemiche non si sono placate nemmeno dopo, con la famiglia Moro e il PSI che imputavano ai sostenitori del no la responsabilità di quella morte. Gli strascichi di questo scontro si sarebbero fatti sentire a lungo. Io ritengo che, per quanto ci siano ancor oggi gigantesche zone d’ombra che avvolgono la vicenda del rapimento e della morte di Moro, l’allora ministro degli Interni Cossiga ebbe pesanti responsabilità nella sua tragica conclusione.

Come valuta oggi la sua lunga esperienza parlamentare?
Il mio bilancio è assolutamente positivo. E’ stata un’esperienza che mi ha permesso di avere consapevolezza delle dinamiche che guidano la vita politica e di conoscere di prima mano i meccanismi istituzionali che regolano la vita del Paese. Anche i momenti più aspri di confronto e di dibattito sono state straordinarie occasioni per completare e dare ancora più spessore alla mia formazione politica e culturale. In quel Parlamento, un po’ in tutte le forze politiche, c’erano molte personalità di grande valore: certe dichiarazioni di voto erano grandi lezioni di cultura politica.
Oggi la situazione è ben diversa. Che ne pensa?
Purtroppo il livello dell’attuale classe politica è molto scaduto: manca completamente la consapevolezza del proprio ruolo e della propria funzione. Alla profondità di pensiero si è sostituita la battuta facile, la polemica fine a se stessa. E il dibattito politico diventa ogni giorno più irrilevante. Invece un autentico leader politico deve essere capace di mandare alla propria gente un segnale positivo, un segnale di fiducia. Deve essere in grado di dare la spinta ideale al sostegno della battaglia politica, pur senza mai perdere di vista le difficoltà che la accompagnano. Deve saper comunicare con chiarezza i progetti e le prospettive di azione nella società, coinvolgendo militanti ed elettori.
Questo modo di interpretare la politica è scomparso?
Rispondo con un esempio: qual è il programma del PD nel lodigiano, in Regione? Non c’è, o almeno, io non lo vedo. Non vedo elaborazione, discussione, costruzione di una linea. Penso che quando eravamo all’opposizione, e avevamo obiettivi chiari e condivisi, abbiamo ottenuto tantissimo con le nostre battaglie: il referendum sul divorzio, il referendum sull’aborto, la riforma del diritto di famiglia, la riforma della Sanità, lo Statuto dei lavoratori. Secondo me non dobbiamo aver fretta di tornare al governo ma dobbiamo costruire proposte e programmi solidi. Perché se pensiamo di poter guidare il Paese senza progetti chiari e proposte precise, di sicuro non potremo guadagnare e mantenere il consenso popolare. Di questo sono fermamente convinto, e da qui nascono le mie preoccupazioni per il nostro futuro .
(2, fine)
Qui la prima parte dell’intervista



