La cattiveria dilaga anche nel vecchio continente. Spinta dal vento della destra populista statunitense il suo spettro influenza e plasma le destre europee, portandole su posizioni fortemente reazionarie e neofasciste. La retorica della “cattiveria” non si ferma neanche davanti al Vangelo: permea i partiti di destra, arrivando a minare le basi stesse della cultura europea e occidentale, fondata sulle idee di libertà, uguaglianza e fraternità e sul pensiero illuminista.
Questo spettro terribile non si ferma davanti a nulla: contagia silenziosamente le masse, approfittando delle difficoltà del nostro tempo, e amplifica le paure legittime dei cittadini di fronte alle sfide del cambiamento. Indica vecchi e nuovi nemici a cui addossare le colpe di tutto e di tutti. E, come nel secolo scorso, l’esaltazione dell’identità nazionale — a discapito delle altre — viene proposta come la soluzione di tutti i mali.
L’identità nazionale viene esaltata dalla destra populista con parole già tristemente utilizzate in passato: “Dio, patria e famiglia”. Ma si dimentica consapevolmente la fedeltà alle istituzioni e dei cittadini alla Repubblica.
Con gli occhiali della “cattiveria”, tutto diventa semplice: se un immigrato delinque, mandiamoli via tutti; se Hamas compie una strage, distruggiamo il popolo palestinese; se un carcerato vive in una cella sovraffollata e al caldo, è solo colpa sua. In questa traiettoria — semplice e comprensibile come la vendetta — chiunque si oppone è un nemico: le leggi diventano un inutile legaccio che impedisce l’esercizio del potere; i giudici diventano oppositori politici per il solo fatto di applicare le leggi; i diritti umani sono da riconoscere solo ai propri concittadini, con evidenti eccezioni per le variegate minoranze.
Lo Stato di diritto, altro pilastro della cultura europea, viene messo in discussione, così come l’autonomia della magistratura, l’uguaglianza di tutti davanti alla legge e la separazione dei poteri. A questa destra piace l’idea che chi vince prenda tutto, con buona pace della rappresentanza e del controllo democratico sull’operato di chi ha vinto. Perché non c’è spazio per chi perde.
In questa logica della “cattiveria”, il povero è colpevole e il ricco è meritevole; l’universalità dei servizi (istruzione, sanità, trasporti) è un dogma da superare; la sicurezza è un obiettivo da raggiungere attraverso la repressione dei reati — il cui numero viene artatamente incrementato con un furore sanzionatorio che non conosce limiti e sconfina nell’attacco autoritario nei confronti di diritti fondamentali, come il dissenso e la protesta civile, che sono alla base dell’equilibrio dei sistemi democratici.
La storia ci insegna che questa retorica non ha mai portato nulla di buono: solo un paio di guerre mondiali e milioni di morti.
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