Mentre l’Unione Europea, guidata da Ursula von der Leyen e sostenuta da diversi governi nazionali europei decide di aumentare la spesa militare e rafforzare la propria “autonomia strategica”, una parte della società civile e molte voci autorevoli prendono le distanze da questa deriva.
Da un lato, l’Europa sembra tornare ai dogmi del Novecento; dall’altro, per chi è cresciuto con viaggi di studio, scambi culturali e progetti interuniversitari, l’Europa resta un progetto di dialogo e cooperazione, non di deterrenza. Le armi portano guerra, non sicurezza — lo insegna la storia, e ignorarlo significa dimenticarne le lezioni.
Dal 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, l’UE vive la fase geopolitica più tesa dalla Seconda guerra mondiale. La spesa per la difesa ha raggiunto 343 miliardi di euro nel 2024, mentre il piano ReArm Europe / Readiness 2030 prevede fino a 150 miliardi per l’industria militare, in gran parte destinati all’acquisto di armamenti statunitensi, israeliani e per la stessa riconversione europea. Intanto, il progetto di una vera difesa comune europea e di una politica estera condivisa appare ancora lontano, così come una soluzione politica al conflitto.
Il sostegno a Kiev, nato come atto di solidarietà, oggi rischia di trasformarsi in un sostegno incondizionato alla guerra. L’Europa, invece, dovrebbe tornare a essere forza diplomatica autonoma, responsabile e concreta — non protagonista di una nuova escalation bellica.
Anche in questo, sarebbe tempo di mobilitarsi: non solo per la pace in Palestina, ma per difendere un’Unione che rischia di smarrire la propria identità dietro la linea militarista di von der Leyen e della sua vice Kaja Kallas (oltre che di una serie di governi nazionali).
Molti osservatori — dal Guardian a diversi think tank europei — avvertono che proseguire nella sola logica militare consolida un equilibrio instabile, con effetti globali su sicurezza, energia e diplomazia. La pace richiede negoziazione, anche con il “nemico”. Come ricordano Stefano Zamagni e l’economista americano Jeffrey Sachs, l’Europa diplomatica sembra oggi svuotata, ridotta a una burocrazia priva di visione. Eppure proprio l’Unione Europea dovrebbe tornare a fare ciò per cui è nata: parlare, mediare e costruire la fine di questa guerra, non limitarsi a finanziarla facendosi dettare la linea da Kiev.
Zamagni propone una via pragmatica: per Kiev, rinunciare all’ingresso nella NATO in cambio di garanzie sulla sovranità e di un accesso progressivo all’UE; per Mosca, la rimozione delle sanzioni e l’accesso ai porti sul Mar Nero. Al contempo, servirebbe un Fondo multilaterale per la ricostruzione, con la partecipazione anche russa, e forze di peacekeeping ONU in Ucraina, ma senza eserciti europei coinvolti direttamente.
Nessuno possiede la soluzione, ma è chiaro che una via diversa esiste — senza alimentare ancora il massacro e senza gravare sui cittadini europei.
Come ricordava Papa Francesco, la guerra continua perché genera enormi profitti per l’industria bellica privata, oggi in gran parte sottratta al controllo degli Stati. Aumentare la spesa militare senza considerare questi interessi è non solo pericoloso, ma profondamente immorale.
E diffidiamo da chi promette che le armi non sottrarranno fondi al welfare: istruzione, sanità, formazione e previdenza restano i veri pilastri del futuro europeo — non carri armati e droni.
