Un libro di storie che fanno riflettere, nato dall’esigenza di «sostituire l’urgenza con l’importanza» (la qualità che hanno le cose «di provocarti rimpianto se non le fai») e di andare alla ricerca del «tempo lento» e del silenzio, di uno spazio in cui sia possibile ritrovare un ascolto autentico di sé, delle cose e degli altri. Una riflessione su noi stessi e sui valori fondamentali che si riverbera sulla nostra capacità di interagire con le persone, nel lavoro come nell’azione politica. Non è da poco l’assunto di partenza di Il tempo del bosco (2024, Mondadori), l’ultimo libro di Mario Calabresi presentato giovedì 4 alla Festa dell’Unità di Lodi.
Il libro è la naturale prosecuzione del progetto avviato dal giornalista milanese dopo aver concluso la sua esperienza alla direzione di Repubblica: una newsletter che, significativamente, si intitola Altre/Storie, e alla quale si sono successivamente aggiunti un sito ed un podcast. Un’opportunità straordinaria per mettersi alla prova con un giornalismo diverso, centrato sull’incontro diretto con le persone e le loro esperienze e svincolato dalla tirannia frenetica della corsa alla notizia in tempo reale. Supportato dall’amichevole collaborazione della giornalista di Repubblica Zita Dazzi, con la quale ha interagito nel corso della serata, e sfruttando con coinvolgente ironia le sue doti comunicative di affabulatore empatico e brillante, Calabresi ha brevemente richiamato alcune delle storie più curiose contenute nel libro, delineando al contempo i motivi che ne hanno ispirato la scrittura.
A partire da questi stessi temi (il valore del tempo dedicato a se stessi, l’ascolto paziente, il silenzio come spazio per dare valore alle cose senza bruciarle nell’immediatezza divoratrice del qui e ora) i due ospiti hanno poi proseguito la conversazione riflettendo su alcuni degli aspetti più significativi del mestiere del giornalista, condividendo con ottimismo la fiducia nel fatto che, pur tenendo conto dei vincoli imposti dai moderni mass media e dalle nuove tecnologie, si debba – e si possa – ancora continuare a lavorare per un giornalismo di approfondimento, fondato sull’incontro diretto con le persone.
La serata si è conclusa con un accenno a due tra i più rilevanti fatti della recente cronaca politico-sociale di Milano: l’inchiesta giudiziaria sull’urbanistica che ha scosso la giunta cittadina e il blitz estivo della Polizia che ha portato allo sgombero del Centro sociale Leoncavallo (giunto, non a caso, proprio nel momento in cui la guida politica meneghina attraversa il suo momento di maggior debolezza). Per Calabresi questi eventi sono la dimostrazione della crisi di Milano e del suo modello urbano, sviluppato da una classe politica e imprenditoriale che non è stata capace di dare ascolto alle persone che ci vivono né di dare risposte a chi resta indietro ed è in difficoltà. Gli attuali problemi della città potranno dunque essere risolti solo se ci si saprà muovere nella direzione di una ricucitura sociale che sappia riconoscere e affrontare i suoi più autentici bisogni.






