Mentre l’Europa si trova a fare i conti con nuove minacce ai suoi confini – dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente – l’idea di una vera politica di difesa comune torna al centro del dibattito. L’Unione Europea, nata sulle macerie della Seconda guerra mondiale proprio per garantire la pace attraverso la cooperazione, oggi si interroga su quanto sia pronta ad affrontare in modo autonomo le sfide globali alla sicurezza.
Già nel secondo dopoguerra si cercò di costruire un’armata comune con la proposta della Comunità Europea di Difesa (CED) del 1952. Un progetto ambizioso, arenato per motivi politici ma che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per chi crede in un’Europa capace di agire come una vera potenza politica e militare, non solo economica.
Il cammino dell’integrazione europea non si è mai fermato. Dalla CECA in poi, l’Europa ha imparato a cooperare prima sul carbone e sull’acciaio, poi sull’economia, sulla giustizia e sui diritti. Oggi, in un’epoca in cui la sicurezza è tornata a essere una priorità, anche la difesa torna sul tavolo come tassello fondamentale per costruire una sovranità europea credibile.
In questo scenario si inserisce REARM-EU, la nuova iniziativa lanciata dalla Commissione europea con l’obiettivo di rilanciare l’industria della difesa del continente, aumentando la capacità produttiva in tempi rapidi e riducendo le dipendenze esterne. Il piano, articolato in cinque linee guida, propone misure come l’esclusione delle spese militari dai vincoli del Patto di stabilità, la possibilità di emettere debito comune europeo per fornire prestiti agevolati agli Stati membri, la riallocazione parziale di fondi già programmati per la coesione, il coinvolgimento del settore privato e il sostegno della Banca Europea per gli Investimenti.
Tuttavia, al di là del nome controverso, le principali criticità sollevate riguardano proprio il nodo del finanziamento. Nelle intenzioni, la maggior parte delle risorse – fino a 800 miliardi di euro in quattro anni – verrebbe reperita tramite un mix di debito nazionale e, in misura più limitata, di debito europeo. Questo approccio, però, solleva alcune perplessità. Innanzitutto, perché scarica sugli Stati membri l’onere di finanziarsi sui mercati, esponendoli al rischio di turbolenze finanziarie e all’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato. In secondo luogo, perché il ricorso al solo debito nazionale rischia di vanificare l’obiettivo di maggiore integrazione industriale: senza una regia europea, le spese rischiano di frammentarsi, rafforzando le industrie nazionali a discapito di un vero sistema comune.
Un maggiore ricorso al debito comune, invece, permetterebbe di condizionare i finanziamenti a progetti condivisi, favorendo sinergie tra i Paesi e incentivando lo sviluppo di capacità strategiche europee. Droni, sistemi antimissile, artiglieria, aviazione e difesa aerea sono tra i settori chiave individuati per rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione, spesso incapace oggi di competere con le grandi potenze globali o di intervenire rapidamente in scenari di crisi.
L’ambizione del piano si scontra con le consuete divisioni all’interno del Consiglio europeo. Se Paesi come Germania, Francia e Polonia si mostrano più disponibili a investire, altri – tra cui Austria, Svezia, Paesi Bassi e Danimarca – restano restii di fronte all’idea di mutualizzare il debito. Ma senza un impegno comune, la difesa europea rischia di restare, ancora una volta, un progetto incompiuto.
Proprio per questo, diventa necessario un piano di investimenti comuni su vasta scala che non si limiti alla sola difesa ma che comprenda l’intera visione strategica dell’autonomia europea: cooperazione industriale, coesione sociale, transizione ambientale e digitale, sicurezza energetica. La difesa è parte di questo disegno, ma non ne esaurisce il significato. L’autonomia strategica dell’Unione si costruisce tenendo insieme tutte queste dimensioni.
La questione del riarmo deve essere riletta in chiave europea: non si dovrebbe trattare di una corsa agli armamenti, ma di dotarsi degli strumenti necessari per garantire la sicurezza dei cittadini e la stabilità del continente. Farlo con regole condivise e risorse comuni significa spendere meglio e ottenere di più, superando le inefficienze delle politiche nazionali scollegate tra loro.
Costruire una difesa comune non è solo una risposta pratica alle crisi attuali. È un atto politico. Significa rafforzare l’identità dell’Unione, renderla un soggetto capace di incidere negli equilibri globali e trasformare l’integrazione in una leva di potere reale. Come accadde nel 1950, quando la Dichiarazione Schuman aprì la strada alla CECA, oggi la solidarietà europea passa anche da qui: mettere in comune non solo l’economia, ma anche la sicurezza.



