L’applauso è lungo e carico di affetto e di entusiasmo. Perché quando Pier Luigi Bersani si fa strada tra la folla che riempie all’inverosimile lo spazio-dibattiti della Festa de l’Unità, si percepisce distintamente che l’incontro non sarà solo un evento politico ma un momento collettivo di abbandono sentimentale. Perché le persone, i militanti, sono felici e riconoscono Bersani come uno di loro. Perché condividono la gioia di ascoltare il compagno che non ha mai tradito la fiducia nella “ditta”, come la chiama lui, e al contempo un intellettuale raffinato, capace di condensare e dissimulare l’acutezza dell’analisi e la profondità della visione politica con metafore colorite e sorprendenti (“giaguari da smacchiare”, “bambole da pettinare” et similia). Un compagno che unisce la solidità della formazione e lo spessore del politico di razza alla generosità e alla disponibilità dell’uomo.
Tutte le sedie disponibili negli stand della Festa sono state rastrellate, eppure le persone pronte a seguire il dibattito in piedi sono molte di più di quelle sedute. E tutti resteranno lì per più di due ore per seguire una conversazione che, a partire da “Chiedimi chi erano i Beatles, l’ultimo libro (e l’ultima metafora) di Bersani, si soffermerà sugli snodi politico-culturali al centro delle sue riflessioni politiche più recenti.
In dialogo con Simone Uggetti, già sindaco di Lodi, Bersani ha affrontato innanzitutto i temi legati al nuovo ordine mondiale che si sta delineando con il secondo mandato presidenziale di Trump e a quella che iniziamo sempre più a pensare come una “guerra mondiale a pezzi”. La crisi attuale è, nella sua analisi, la crisi del mondo caratterizzato dalla globalizzazione, da Internet e dalla digitalizzazione: inevitabile, in quanto discende direttamente proprio dal salto radicale nel paradigma tecnologico che abbiamo vissuto in questi anni. Come in tutti i momenti storici attraversati da trasformazioni epocali anche la globalizzazione, dopo un primo momento di generale ottimismo che portava a immaginare che la nuova economia avrebbe portato con sé anche l’avanzamento della condizione umana nel suo insieme, ha mostrato invece l’altra faccia del cambiamento: l’approfondirsi dell’emarginazione e dell’esclusione sociale, la compressione dei diritti sociali e del lavoro (che pensavamo ormai definitivamente acquisiti), l’acuirsi delle disparità nella redistribuzione della ricchezza e nel contempo l’accentuarsi della povertà come fenomeno che tocca strati sempre più larghi della popolazione. Sono dinamiche di lungo periodo che non sorprendono: l’analisi marxiana della storia insegna che sono sempre state le grandi innovazioni tecnologiche a cambiare in profondità i rapporti di produzione e le gerarchie sociali. In questa situazione di crisi hanno trovato un terreno fertile le culture più regressive e irrazionali e le parole d’ordine, sempre più aggressive, di una destra che propone soluzioni sempre più autoritarie e semplificatrici (e per questo illusorie) ai bisogni di sicurezza delle persone. E d’altronde «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati – ammoniva quasi cent’anni fa Antonio Gramsci – ». Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri. Così, mentre da una parte si amplia lo spazio politico per la Cina (che diviene un punto di riferimento per tutti i paesi colpiti dalla guerra commerciale di Trump e che vogliono costruire un nuovo ordine mondiale) le destre sovraniste di tutto il mondo, accomunate da un orizzonte valoriale di riferimento regressivo e patriarcale, avviano politiche preoccupanti, che hanno al centro l’antiglobalismo, il nazionalismo su base etnica, il negazionismo storico e scientifico, lo smantellamento progressivo dei sistemi di welfare. Particolarmente preoccupante è la volontà di eliminare i contrappesi tra i poteri dello Stato, elementi fondanti delle democrazie liberali, a favore di modelli autocratici che non riconoscono limiti né al loro interno, né sul piano del diritto internazionale. Oggi, proprio su questo terreno, l’Europa arranca: ma è l’unica entità politica che, ritrovando la consapevolezza della propria forza economica e i valori della sua più autentica tradizione storico-politica, può invertire la rotta e costruire nuove regole di convivenza civile e democratica.
Prendendo spunto dagli interventi delle Giovani Democratiche Giulia Munari e Alice Boriani, centrati sulle difficoltà delle nuove generazioni nel riconoscersi nei partiti tradizionali, l’ex-segretario del PD ha poi preso in esame i problemi, strettamente interconnessi, che riguardano la struttura dei partiti e la loro capacità di comprendere e attrarre i giovani. Per Bersani l’idea di un partito “leggero” va superata. Il PD deve darsi una struttura solida, tornando ad essere innanzitutto il partito degli iscritti: solo così sarà capace di entrare in un rapporto fecondo non solo con le nuove generazioni, ma anche con tutte quelle esperienze associazionistiche e di volontariato che partecipano attivamente alla vita del nostro Paese e con le quali bisogna lavorare per creare il campo dell’alternativa. I giovani, dal canto loro, devono trovare in sé stessi la fiducia e l’energia per battersi per un mondo migliore e impegnarsi in quello che hanno a cuore: la pace, i diritti, la questione femminile, la difesa dell’ambiente, la gestione dei migranti. Un partito progressista non può che sostenerli e dire: “Ribellarsi e giusto!“.
In chiusura, un’ultima considerazione e una nota di ottimismo sulla situazione politica italiana, a partire dalla straordinaria testimonianza degli oltre 12 milioni di persone che hanno votato a favore dei referendum sul lavoro e che rappresentano un immenso movimento collettivo. Questa grande spinta democratica non può essere dispersa: va invece convertita in un movimento unitario che sostenga con una piattaforma comune la dignità del lavoro. Nei prossimi anni la sinistra dovrà lavorare con forza per far coagulare tutte le forze progressiste che già oggi esistono e che, pur divise, sono maggioranza nel Paese: perché «questa Destra si può mandare a casa».




