Erano passati pochi minuti dall’annuncio della morte di Papa Francesco e già i social erano pieni di coccodrilli e dichiarazioni di stima e di affetto da parte di politici di tutto il mondo: in un attimo scorrendo i feed si riusciva a leggere tutte le frasi più celebri che il Pontefice aveva pronunciato in diverse fasi del pontificato spesso accompagnate da compassione
Tutti e tutte a dedicargli una preghiera, un po’ di affetto, il proprio dispiacere, ad esprimere una stima spesso appena scoperta in fondo al proprio cuore. Mi trovo a leggere di gente che fino a ieri voleva affondare i barconi carichi di persone migranti, e “ringraziava” l’on. Boldrini per le “risorse” che oramai popolano i nostri centri abitati, elogiare in quel momento l’operato del Santo Padre pensando che ora il mondo sarà più povero senza di lui. Ma cosa vuol dire stimare? Cosa vuol dire rendere onore a una persona, a un pensiero, una battaglia, a un morto?
Di certo non basterà ricordarlo o dedicargli qualche parola, un documentario, un libro: la memoria, seppur importante, non è sufficiente a cambiare l’ordine delle cose; la memoria serve da binario, da carreggiata: si sa che da lì non si deve uscire per percorrere la strada giusta insieme
Se si vorrà realmente onorare Papa Francesco, bisognerà iniziare a farsi carico di un pezzo della croce che portava nella sua quotidianità, con il suo coraggio spiazzante. Bisognerà costruire percorsi nuovi, collettivamente , lavorando per la pace, per la giustizia sociale, economica e ambientale così come anche lui ci ha indicato nelle encicliche.
A tratti inascoltato, ci ha sempre parlato con audacia e con la stessa si è presentato davanti alla Storia proponendoci un modello di società diverso da quello che il capitalismo e la globalizzazione tossica ci hanno imposto: un mondo dove le comunità sono accoglienti ed inclusive e non la somma di individui indifferenti, un mondo dove chi sbaglia deve avere l’opportunità di essere perdonato e aiutato a rinascere e non restare isolato nella sua disperazione, un mondo dove non si muore in mare per colpa di mani potenti (lui definì le morti dei migranti “omicidi di Stato”); un mondo in cui la collettività ha cura di se stessa rispettando l’ambiente che vive condannando fortemente i negazionisti del cambiamento climatico come opera dell’uomo contro l’uomo stesso. Un mondo di pace, parola con cui molti “pseudo cattolici” si riempiono la bocca per giustificare il riarmo, unico atto utile per poterla garantire e raggiungere, a detta loro. Per questa visione quasi utopica del mondo, a Francesco è stato affibbiato l’appellativo di “comunista” probabilmente da chi, pur definendosi cattolico e pur baciando rosari oltre che banconi, non ha mai letto un Vangelo. Molti tra quelli che oggi si prodigano a scrivere ricordi e memorie, mentre era in vita lo avrebbero messo in croce al posto di Barabba, perché coraggiosamente scomodo.
Non ho condiviso tutte le sue parole, anzi molte sue considerazioni erano e sono molto distanti da me, ma a lui riconosco la volontà di credere che da soli non si va da nessuna parte, la compassione per gli ultimi, la tenacia nel credere nella pace giusta per i popoli soppressi, la fratellanza verso il prossimo non importa se è di un’altra religione, un criminale o un disperato. A lui la mia stima e la mia scelta quotidiana che non mi fa volgere lo sguardo altrove davanti alle disuguaglianze.
Maria Cristina Baggi

