E domani?
Una cosa è certa: cambierò ancora. Ho da poco superato i trent’anni. C’è tempo, curiosità, energia. Non ho bisogno di sapere esattamente dove sarò. So solo che sarà una scelta consapevole, come lo sono state tutte quelle che mi hanno portata qui.
Ci sono strade che non ho ancora percorso.
La biologia marina artica, per esempio. Quel primo amore scientifico che ancora oggi mi affascina. Se tra i lettori c’è qualcuno con contatti su navi oceanografiche in partenza… scrivetemi. Prima o poi, anche quella missione verrà sbloccata.
L’Asia, invece, rimane per me una direzione ancora aperta. Affascinante, viva, moderna. Ci ho provato più volte, ma non è mai andata in porto. Chissà. Forse sarà il prossimo capitolo.
Nel mio ruolo attuale incontro spesso giovani brillanti, pieni di potenziale, ma bloccati dall’ansia della scelta accademica “giusta”. Li capisco, perche questa pressione esiste. Cerco sempre di ricordare loro che non esiste una sola via, e che le esperienze contano più dei titoli – che oggi quasi tutti hanno. È quello che ti motiva, che ti guida, che fa davvero la differenza. Il “chi sei”, più del cosa hai studiato.
Scegliere in base a ciò che ti piace, e non solo a dove “potrebbe portarti”, è un atto di coraggio. Ma è anche l’unico modo per costruire un percorso davvero tuo.
Nel mio caso, ho avuto domande. E ho seguito la curiosità.
A volte ho deciso perché ne avevo bisogno. Altre, semplicemente perché potevo. E so bene che anche questo poter cambiare, cercare altro, reinventarmi, è un privilegio. Non tutti hanno lo spazio, le risorse o il contesto per farlo. Io, invece, ho avuto la possibilità. E non l’ho mai data per scontata.
Riflettendo su cosa ho imparato fino ad adesso, è che non serve sapere con precisione dove vuoi arrivare. Serve sapere da cosa vuoi essere guidata: una passione, una visione, un’energia.
Guardando l’Italia da fuori, però, mi capita spesso di sentire che questa spinta, questo diritto a sognare, si sia un po’ spenta. Come se ai giovani non fosse più concesso inseguire ciò che li ispira davvero, ma solo ciò che è “realistico”, “stabile”, “compatibile con le possibilità”.
Non è che manchino le idee. È che mancano gli spazi dove crederci, dove sbagliare e magari re-inventarsi. E quando ti abitui a non avere alternative, smetti di cercarle.
E serve anche, sempre, chi crede in te. Perché, da soli, si parte. Ma non si cresce. Alla fine, se riguardo tutto il percorso fatto, non vedo solo paesi, ruoli, aziende. Vedo persone. Sono i mentori che ho incontrato, quelli che hanno creduto in me anche quando io non lo facevo. Quelli che mi hanno dato fiducia, spazio, responsabilità. Che mi hanno insegnato a dire “non lo so” con serenità, ma anche a difendere le mie idee con rispetto.
Sono loro ad aver costruito la professionista che sono oggi.

E se fossi rimasta in Italia?
A volte me lo chiedo. Se, dopo la laurea triennale, fossi rimasta nel mio paese. Se avessi provato a costruire qualcosa lì. E ogni volta, la risposta è amara ma onesta: non sarei qui. Non perché mancasse il talento. Ma perché manca il contesto.
Percorsi come il mio in Italia esistono, ma sono rari, quasi casuali. Non sistemici. Quando incontro altri italiani nel mondo, e ne ho incontrati tanti, tutti eccellenti, sento che ci unisce una visione comune: fuori dai confini, siamo visti. Siamo valorizzati, rispettati, retribuiti da professionisti. Cosa che in Italia non è affatto scontata.
Non è un’accusa. È un dato.
E forse, raccontare storie come questa può servire proprio a questo: non a condannare, ma a ispirare. A ricordare che altri percorsi sono possibili. E che se non si trovano, si costruiscono.
Questo racconto non vuole essere un modello. Ma una possibilità. Una delle tante che esistono, anche se in Italia – troppo spesso – non ce lo ricordano abbastanza.
(10, fine)




