Sant’Angelo Lodigiano, una sera di pioggia e di memoria. Nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata della Memoria, l’ANPI ha organizzato un incontro pubblico dal titolo eloquente e scomodo: “No, non ha fatto anche cose buone”. Ospite Giulio Cavalli, giornalista, attore e da anni voce critica e sotto scorta del nostro tempo politico. Non una commemorazione rituale, ma una riflessione aspra e necessaria su ciò che il fascismo è stato e su ciò che, oggi, rischia di tornare sotto nuove forme.
Il 27 gennaio non è una data qualsiasi. È il giorno in cui il mondo ricorda la liberazione di Auschwitz e, con essa, le vittime della Shoah e delle persecuzioni nazifasciste. Sei milioni di ebrei, ma anche milioni di altre vite spezzate: prigionieri politici, oppositori, rom, disabili, omosessuali, testimoni di Geova. Una tragedia europea, non un incidente della storia. Eppure, proprio a partire da questa memoria condivisa, Cavalli ha messo in guardia da una deriva sempre più evidente: la memoria selettiva.
È la memoria che assolve, che smussa gli angoli, che rimuove. È quella che dimentica le stragi coloniali italiane in Africa, l’uso dei gas chimici, le responsabilità dirette del fascismo nelle leggi razziali. È la memoria che sposta ogni colpa sui nazisti, cancellando il ruolo dei repubblichini di Salò, le liste preparate dai fascisti italiani, la collaborazione attiva alla deportazione degli ebrei. È, soprattutto, la memoria che oggi torna utile a una parte della destra al potere, impegnata in una sistematica operazione di normalizzazione.
Da qui il cuore dell’intervento di Cavalli: il parallelismo tra il fascismo storico e le destre contemporanee non passa per la ripetizione identica dei simboli, ma per i meccanismi. Ieri come oggi, il problema non è solo l’ideologia, ma l’architettura del potere. La riscrittura della storia prima, la sua rimozione poi. Se non funziona dire che “Mussolini ha fatto anche cose buone”, allora si passa a raccontare il rastrellamento del ghetto di Roma senza fascisti, come accaduto in una recente fiction RAI. Il fascismo scompare dalla scena, lasciando campo libero a una narrazione edulcorata, innocua, accettabile.
Cavalli ha parlato di normalizzazione, richiamando le parole di Paolo Borsellino sulla mafia: quando un nemico smette di essere percepito come tale, diventa parte del sistema. Oggi l’antifascismo, da fondamento costituzionale, viene ridotto a “opinione politica”. Non più un presupposto della democrazia, ma una posizione tra le altre. È qui che il parallelo si fa inquietante: come nel Ventennio, ciò che era pre-politico diventa oggetto di scontro, delegittimato, indebolito.
Il racconto si allarga all’attualità. Il caso dello spionaggio ai danni del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, l’uso di software venduti solo ai governi, il silenzio delle istituzioni di controllo. Episodi che, isolati, potrebbero sembrare anomalie, ma che inseriti in un quadro più ampio raccontano altro: la compressione degli spazi di dissenso, la delegittimazione dell’informazione critica, l’uso della sicurezza come clava politica. È un déjà-vu storico: ieri il nemico era l’anti patriota, oggi è il “pericoloso”, il “terrorista”, il “sovversivo”.
Il primo atto del governo Meloni, ha ricordato Cavalli, non è stato sociale o economico, ma repressivo: il decreto contro i rave, paradigma di una politica che usa la paura per restringere le libertà di manifestazione. Governare, ha spiegato, significa operare dentro la Costituzione; comandare significa invece piegare la realtà per mantenere il potere. Anche questo è un tratto comune ai regimi autoritari del Novecento.
Il parallelismo non si ferma ai confini nazionali. Cavalli ha intrecciato il ritorno delle destre europee con l’ascesa globale delle “democrature”, evocando Trump, il sovranismo, la crisi del multilateralismo e del diritto internazionale. Il fascismo storico nasceva dal sogno imperiale; quello contemporaneo si nutre di egoismi nazionali, di chiusure, di un’idea di forza che disprezza le regole comuni. Cambiano i contesti, non le pulsioni.
Alla fine, la domanda resta la stessa: perché oggi è importante essere antifascisti? Non perché i fascisti siano identici a quelli di ieri, ma perché sono più mimetici. Perché non si presentano come tali, ma agiscono per svuotare dall’interno la democrazia. Perché, come ha detto Cavalli, forse il problema non è che ci siano ancora fascisti, ma che ci siano troppi anti-antifascisti.
Da Sant’Angelo Lodigiano arriva allora un monito che va oltre la commemorazione: la memoria non è un esercizio del passato, è uno strumento del presente. E se diventa selettiva, smette di proteggerci. Oggi come ieri.






