Nel 2014 Cartongesso, il romanzo-invettiva di Francesco Maino, è piombato sugli scaffali delle librerie italiane. Parliamo di un monologo a somma zero, caustico, che bersaglia il suo Veneto — e, per estensione, l’intera penisola — con una ferocia termonucleare.
Un’invettiva sul Nordest: temi e contesto sociale
Cartongesso, innanzitutto, è un atto d’accusa contro la giungla socio‑culturale del Nordest, con epicentro nel Veneto orientale. Maino scoperchia le contraddizioni e gli abissi nascosti dietro la facciata lucida di una delle regioni più ricche d’Italia. Nel libro il Veneto si trasfigura in un territorio ormai senza ossigeno: «è tutto uguale, asfissia, campi tritati, bonaccia, soia, noia, fine pena mai, una meravigliosa cella quattro per quattro…». Ecco «il regno dello spritz e del cartongesso»: una piana sterminata di villette fotocopia, capannoni steatopigi, centri commerciali fluorescenti; aperitivi arancioni e vini da discount che rilasciano un bouquet di muffa morale. Il Veneto che ci appare è «ridotto a niente. Un niente greve, ignorante, odoroso di Raboso rancido». L’invettiva passa in rassegna stereotipi che, a forza di essere reali, non sono più stereotipi: evasori fiscali, leghisti da bar sport, ubriaconi in tuta, lettori esclusivi di televideo o Quattroruote. Un’umanità appesantita, «obesa di buone forchette», imbevuta di «fascismo cristiano» in modalità stand‑by, dove la guerra quotidiana si combatte per «figa giovane, liquidità, vino e baccalà». Il profitto misura tutto; l’aperitivo, onnipresente («l’ombretta già in mattinata»), detta i rintocchi del tempo.
Al centro di Cartongesso campeggia Michele Tessari, io‑narrante e lente distorta attraverso cui Maino filtra ogni giudizio. Un tipo complicato, tormentato: il personaggio perfetto per incarnare questa tragedia nord‑estina. Quarantenne, avvocato di provincia, Michele vive in uno stagno di disillusione. Abita Insaponata (alias San Donà di Piave) e ogni giorno si trascina a Venezia fra tribunali e questure, stipato in regionali sudaticci o al volante di una Renault Clio ereditata dal padre: dettaglio‑chiave, perché comprare un’auto nuova significherebbe scegliere—e Tessari non sceglie mai. La sua vita è un catalogo di non‑decisioni: resta coi genitori, dipende da loro affettivamente e finanziariamente, pratica l’avvocatura senza ambizione né gloria. È «l’avvocato degli ultimi», traffica quasi solo con immigrati derelitti—«il mio mercato di puzzoni della Nigeria», spara con sarcasmo—che raramente lo pagano. Zero prestigio, zero guadagni; ai margini della categoria forense, disprezza i colleghi “arrivati”, gli «avvocati‑topi» che infestano i corridoi di Venezia: una fauna di roditori arricchiti che sgomita per fatturare in quello che sembra un Medioevo in decomposizione.
Tessari incarna in prima persona il fallimento che denuncia. Ha «bevuto tanto, mangiato tanto» per tamponare il vuoto, annegando in ettolitri di Cabernet come mezzo Veneto. Il suo viaggio narrativo è circolare, senza uscita: Cartongesso si apre con Michele becchino fra le lapidi del Piave e si chiude con lui prossimo alla «morte civile», estinto dal rancore. Il climax negativo è l’autodafé conclusivo: l’avvocato implode nella propria disfatta, ratificando l’impossibilità di cambiare. E tuttavia, in questa catastrofe privata, un barlume: nominare il male. «L’unica cosa che resta a chi ha perso tutto è chiamare le cose col loro nome», dice. La parola diventa l’ultimo strumento di testimonianza, forse di catarsi. In un lampo quasi mistico definisce la sua invettiva «una personale preghiera, una mappa per i nipoti dei nipoti che non saranno», un messaggio nel deserto del futuro, «la mia bislacca idea di salvezza». Sotto la bile vibra un filo di ironia e idealismo disperato. Michele, in fondo, desidera salvare il mondo che lo ferisce; non potendo farlo coi fatti, tenta con le parole. Così Cartongesso diventa un atto d’amore distorto verso terra e popolo: amore deluso che si traveste da rabbia perché nient’altro è possibile.
Il romanzo si presenta come un lungo monologo interiore senza capitoli né suddivisioni tradizionali: un flusso verbale ininterrotto, privo persino di “a capo” tra i paragrafi, che procede in maniera apparentemente disordinata e febbrile. La struttura è quella di un fiume in piena, un discorso che segue le associazioni mentali del protagonista piuttosto che una trama lineare. Al lettore sembra davvero di trovarsi nel vortice dei pensieri di Tessari, con tutti i suoi sbalzi e ritorni ossessivi. Le pagine brulicano di termini ricercati accanto a volgarità colloquiali, latinismi giuridici e dialetto veneto. In particolare, Maino innesta nella lingua italiana molte espressioni del dialetto sandonatese (della zona di San Donà di Piave), conferendo al testo un sapore locale autentico. Parole dialettali, modi di dire e toponimi deformati (“Venessia” per Venezia, “Heneto, Itaglia” per Veneto, Italia) punteggiano il monologo, mimando gli effetti di un pensiero in presa diretta e violenta sulle cose. La ritmica della prosa di Cartongesso è un altro elemento notevole. Il testo ha un andamento incalzante, fatto di frasi lunghe che si susseguono in ondate, separate talvolta solo da punti e virgola o da anafore martellanti (“ha scelto… ha scelto… ha scelto…” ripete Tessari nell’elencare le colpe dei veneti). Questa musicalità risucchia chi legge in un vortice di parole. Il risultato è che Cartongesso travolge il lettore, lo prende a schiaffi con la lingua, mantenendo un ritmo sostenuto che lascia senza fiato.
Il bello è che, nonostante l’apparente disordine, questo flusso risulta “espressivamente efficace”, finendo per restituire “una foto di gruppo antropologicamente esatta” del microcosmo rappresentato. La lingua inventiva diventa strumento cognitivo: con iperboli, paradossi e caricature, Cartongesso illumina la realtà più di quanto farebbe un reportage millimetrico. Superato lo spaesamento iniziale, il lettore si ritrova davanti a uno specchio deformante che riflette una verità radicale: il cartongesso della finzione letteraria, in fondo, è quello che ci permette di intravedere le crepe, i ferri arrugginiti e perfino il vuoto dietro ai muri portanti della retorica quotidiana.
Insomma, Cartongesso di Francesco Maino è un’opera travolgente per contenuti e stile, un lungo j’accuse che fonde autobiografia e finzione, rabbia e poesia. Attraverso Michele Tessari l’autore getta uno sguardo lucidissimo e spietato sul declino etico e civile di un territorio, dilatandolo a emblema di un malessere nazionale.
Francesco Maino (Motta di Livenza, 1972) è un avvocato penalista e scrittore italiano. Ha esordito nella narrativa con Cartongesso (Einaudi, 2014), vincitore del Premio Italo Calvino nel 2013. Tra le sue opere successive si annoverano Ratatuja. Parole alla prova (Ronzani, 2016) e I morticani (Italo Svevo, 2023).
L’edizione più recente di Cartongesso è stata pubblicata da Einaudi nel 2016 nella collana ET Scrittori.




