Un titolo, si sa, è una promessa, ma a volte è soprattutto un inganno. Libera la Karenina che è in te (2003) è un inganno di prim’ordine. Il significante “Karenina” ci proietta in automatico in un intero immaginario di adulteri aristocratici (e russi) dal destino segnato. Rosa Matteucci prende questo totem letterario, lo processa, e lo restituisce sotto forma di slogan da manuale di self-help che troveresti in autogrill. Una volta che abbiamo abboccato, di Tolstoj non troviamo granchè.
Finalista al Premio Viareggio, questo libro confermò il talento di Rosa Matteucci, già emerso con Lourdes (1998), nell’intrecciare comicità e dramma in modo insolito. È un catalogo di miserie contemporanee, un’autopsia spietata della goffaggine febbrile dell’amore quando deraglia, della presunzione comica degli intellettuali di provincia, e del labile confine tra il patetico e il grottesco. Già dalle prime pagine si percepisce che l’autrice “scrive davvero” (come osservò Carlo Fruttero) richiedendo al lettore attenzione ad ogni dettaglio, ben lontano dalla “prosa omeopatica” di tanti romanzi contemporanei. Il risultato è un romanzo in cui tutto conta, un viaggio letterario eccentrico, ironico e filosofico al tempo stesso.
Rosa Matteucci prende l’impalcatura più classica del dramma sentimentale e la teletrasporta nel luogo più improbabile: Asmara, Eritrea. La protagonista, chiamata sempre e solo “la donna”, vola fin lì per trascorrere le feste natalizie lontano da casa, ospite di un amico di vecchia data, “il Ragazzo che aspettava qualcosa”. L’anonimato volutamente assegnato ai personaggi (la Donna, il Ragazzo, il Soldato) dà alla storia un tono da parabola moderna, in cui ognuno incarna solo la sua funzione narrativa. Nessun nome, nessuna biografia, solo ruoli pronti a entrare in collisione.
L’equazione di partenza è già zoppa. Tra la Donna e il Ragazzo, in Italia, c’era quella tipica affinità intellettuale che funge da scudo per un’assenza di chimica reale. Lui, però, a distanza, ha costruito su questo un castello di illusioni romantiche. L’arrivo di lei ad Asmara, tuttavia, finisce per infrangere crudelmente il sogno del «Ragazzo che aspettava qualcosa». Entra in scena infatti un terzo protagonista: il Soldato, un militare italiano di stanza nella missione ONU, presentato dall’amico con cerimoniosa intenzione. Scatta immediatamente un’attrazione fatale tra la Donna e il Soldato, e ciò innesca un triangolo sentimentale improbabile e tumultuoso. Da amico deluso, il Ragazzo si trasforma nel deus ex machina al contrario: un regista perverso deciso a manipolare la trama per puro, e meschinissimo, spirito di vendetta.
Quella che potrebbe sembrare la trama di un melodramma d’altri tempi [una Lei, un Lui e un Rivale nella “romantica cornice dell’Africa Orientale”] si trasforma sotto la penna dissacrante di Matteucci in una commedia degli equivoci dai risvolti crudeli. Scordatevi passioni nobili e duelli leali: qui tutti e tre i personaggi appaiono meschinamente umani, per non dire tragicomicamente disfunzionali. La Donna non è un’eroina consapevole è un’illusa che insegue il suo oggetto del desiderio con la devozione cieca e un po’ umiliante di un cane da riporto, ingoiando umiliazioni che farebbero inorridire una santa. Il Soldato dal canto suo è un individuo infantile dalle emozioni rudimentali, virile solo in apparenza ma manipolabile e addirittura servile (fino al masochismo) verso l’amico. Il Ragazzo, infine, è forse il personaggio più terribile. Ferito nell’orgoglio, capisce che se non può avere l’amore, può avere lo spettacolo della sua distruzione. Il suo unico piacere diventa quello, vicario e sordido, di assistere alla demolizione psicologica della donna che desiderava, sussurrando veleno all’orecchio del Soldato. In questo terzetto di anti-eroi, l’amore si deforma in un gioco al massacro psicologico degno di una farsa nera.
L’Eritrea fa da sfondo e insieme da elemento estraniante della vicenda. Matteucci descrive l’ambiente africano sottolineando quanto quel mondo resti inaccessibile e ostile ai suoi ridicoli protagonisti occidentali. L’Africa orientale dipinta nel romanzo è “incomprensibile e soprattutto inospitale, aliena, scomoda, violenta e troppo carica di odori e sapori” per il delicato “grigiore intellettuale” di questi personaggi fuori luogo. La natura e la cultura locale fanno da controcanto ai drammi interiori della Donna: feste tribali, riti magici apotropaici operati da una fattucchiera, paesaggi abbacinanti di deserti e lagune creano un dedalo sensoriale in cui i nostri anti-eroi si muovono spaesati. Questa cornice insolita amplifica il grottesco: il conflitto tra la realtà cruda di un paese ex-coloniale e le nevrosi sentimentali dei personaggi genera situazioni surreali, talora di umorismo involontario, talora di crudele ironia.
La commedia, a questo punto, ha smesso di far ridere e si è fatta livida. La Donna, accecata dall’infatuazione, subisce dal Soldato insulti e persino aggressioni fisiche sempre più pesanti. L’”amico” asseconda cinicamente queste crudeltà, in un climax che mette a nudo il peggio di ciascuno. La violenza psicologica diventa fisica, in un’escalation che culmina con il Soldato che rifila un pugno alla Donna, buttandola a terra davanti a tutti. È il punto di non ritorno. Di fronte a tali umiliazioni, gli altri personaggi secondari (colleghi insegnanti italiani conosciuti ad Asmara) si dileguano per imbarazzo; soltanto l’amico-nemico Ragazzo rimane a raccogliere i pezzi della donna che lui stesso ha contribuito a distruggere. Si prospetta un’ultima gita di gruppo verso la costa del Mar Rosso, a Massawa, ma ormai l’idillio è frantumato: la Donna vi si ostina lo stesso, trascinandosi letteralmente nel fango dietro al Soldato. Ed è proprio nel fango che avviene il rovesciamento simbolico del romanzo: su un isolotto lagunare, la Donna resta impantanata nelle sabbie mobili insieme al Ragazzo, mentre il Soldato, a pochi passi, inizialmente rifiuta perfino di soccorrerla, irridendola ancora una volta. È un momento al tempo stesso drammatico e grottesco: l’eroe che dovrebbe salvarla si rivela un vigliacco, e il salvataggio arriverà invece dall’uomo che aveva orchestrato la sua rovina. Il Ragazzo infatti, rinsavito all’improvviso dall’imminenza della tragedia, si getta a salvarla gridandole finalmente il suo amore. In un concitato rovesciamento dei ruoli, il Soldato prova allora (troppo tardi) ad aiutare a sua volta, ma finisce per scivolare e venire inghiottito dal pantano. Il Rivale fa una fine da operetta, annegando pateticamente mentre la Donna e il suo salvatore/aguzzino assistono alla scena. L’ultimo, ironico dettaglio è lo sguardo di lei sulle “bellissime mani” del Soldato che spariscono, mani che le ricordano quelle del padre.
Qui si chiude il gioco al massacro meta-letterario con Tolstoj. Poco prima, disperata, la Donna aveva replicato la scena madre di Anna, contemplando il suicidio sui binari. Peccato che, in quell’angolo d’Africa, “sui binari non passano più treni”. La tragedia ottocentesca diventa farsa postmoderna. È il Ragazzo, in un lampo di genio sadico, a urlarglielo in faccia: “Allora? Che aspetti? Libera la Karenina che è in te!”. È un momento chiave che svela il senso del titolo: liberare la Karenina significa liberarsi dell’illusione romantica in modo estremo e autodistruttivo. Matteucci però ce lo mostra in maniera derisoria: la sua protagonista è costretta in un mondo in cui anche la morte tragica diventa impossibile o paradossale.
Al di là della trama pittoresca, Libera la Karenina che è in te colpisce per i suoi sottotesti tematici e filosofici, che emergono attraverso la lente deformante del grottesco. Il bersaglio principale di Matteucci sono le illusioni [amorose, intellettuali, esistenziali] che i personaggi coltivano ostinatamente fino al ridicolo. Si raccontano storie per sopravvivere: la Donna si immagina protagonista di una fuga esotica e spirituale; il Ragazzo costruisce un amore idealizzato per dare un senso al suo esilio; il Soldato recita la parte del maschio alfa. Il romanzo non è altro che la cronaca della loro demolizione. Matteucci smaschera l’autoinganno dei suoi personaggi pezzo per pezzo, vivisezionando (è il caso di dirlo) il divario tra ciò che essi immaginano e ciò che sono davvero. Dietro alle nostre aspirazioni più alte c’è spesso una stupidità di fondo, un’ottusità esistenziale che ci fa perseverare nell’errore e nell’illusione. Il romanzo, insomma, sembra affermare che la condizione umana oscilla tragicomicamente tra il patetico e il ridicolo: pensiamo di essere degli eroi tragici, ma siamo solo dei poveri diavoli confusi e un po’ idioti. Crediamo di essere Amleto, ma siamo più vicini ai Tre Marmittoni.
Sarebbe però un errore [e un’ingiustizia] etichettare Matteucci come una semplice nichilista. Proprio quando la palude esistenziale sembra aver inghiottito tutto, si annida il nucleo quasi teologico del romanzo: la possibilità di una grazia residua, di un’improbabile redenzione.
Sul finale, quando la situazione precipita, il Ragazzo ritrova un barlume di umanità nel caos che lui stesso ha causato: rischia la vita per salvare la Donna e in quell’atto sembra espiare i propri torti, dichiarando finalmente il suo amore. Certo, è un amore tardivo e patetico, ma è pur sempre qualcosa di vero emerso dal vortice di menzogna e cattiveria.
In Libera la Karenina che è in te, sotto la coltre di squallore e disfatta, pulsa un’idea di resistenza quasi spirituale. La vita umana è degradata e ridicola, sembra dirci Matteucci, eppure continuiamo a cercare un senso, a “rialzare la testa” dopo essere caduti nel fango (a volte letteralmente come la sua protagonista). In mezzo al caos grottesco, c’è spazio per un gesto di redenzione (il salvataggio finale), per una presa di coscienza (il Ragazzo che finalmente vede la propria colpa e la realtà dei propri sentimenti), perfino per un raggio di speranza (sottilissimo, ma presente nel fatto che la protagonista sopravvive e tornerà forse a casa diversa da prima). Questa dialettica tra disperazione e speranza conferisce al romanzo una complessità insospettabile: il messaggio ultimo oscilla tra la consolazione e il pessimismo. Il lettore rimane con il dubbio se prevalga la condanna dell’“insondabile stupidità” umana o la compassione per essa; se quel filo di luce valga a redimere il buio circostante oppure no. Probabilmente Matteucci vuole proprio che restiamo in questa scomodità emotiva, ridendo a denti stretti di noi stessi e al tempo stesso intuendo che proprio dietro la risata si nasconde qualcosa di vero e doloroso.
Abbiamo capito che il libro è un massacro. Come riesce, però, Rosa Matteucci a renderlo così irresistibilmente leggibile anziché semplicemente deprimente? La risposta sta in un’alchimia stilistica che amalgama registri alti e bassi, comicità e lirismo, in una prosa davvero singolare nel panorama italiano contemporaneo. Prende un momento di potenziale pathos e ci piazza dentro un dettaglio sordido, un gesto goffo, una nota stonata che fa crollare tutto. Sotto questa luce i sentimenti, però, non vengono neutralizzati, quasi si amplificano. È proprio vedendo il ridicolo che avvolge il nostro dolore che ne percepiamo la lancinante, assurda verità.
Libera la Karenina che è in te è un piccolo gioiello di letteratura tragicomica e satirica, che conferma Rosa Matteucci come una delle voci più uniche e coraggiose della narrativa italiana dei primi anni Duemila. È una sfida gustosa per il lettore colto che sappia apprezzare i molteplici livelli di lettura e abbia il coraggio di guardarsi nello specchio deformante che Matteucci gli pone davanti. Perché, in fondo, la Karenina di Matteucci siamo tutti noi quando ci ostiniamo a cercare un’opera lirica in un mondo che al massimo offre una farsa sgangherata. Siamo noi, quando liberiamo, nostro malgrado, non un’eroina tragica ma la nostra parte più fragile, autentica e inesorabilmente grottesca. Il romanzo ci invita a riconoscerla, questa nostra Karenina interiore, e ci invita a farci pace, magari con un’alzata di spalle. Come quei “dolcetti intollerabili” preparati dal pasticcere italiano nell’inferno polveroso dell’Eritrea, il romanzo di Rosa Matteucci è un’esperienza dal gusto forte e peculiare: può inizialmente spiazzare o perfino scandalizzare qualcuno, ma a lettura ultimata se ne apprezza la potenza passionale assolutamente non indegna dell’eroina russa a cui rende omaggio/sberleffo.
BIO: Rosa Matteucci (nata a Orvieto nel 1960) è una scrittrice italiana. Dopo l’esordio con Lourdes (1998), ha consolidato uno stile personalissimo, a cavallo fra lirismo e comicità grottesca, che mescola registri alti e bassi con ironia corrosiva. Finalista a premi importanti come il Viareggio, è autrice di romanzi e reportage narrativi caratterizzati da una lingua originale e da una vena satirica e disincantata sulla condizione umana.
Rosa Matteucci — Libera la Karenina che è in te, Adelphi, collana Fabula, 2ª edizione, 2003.




