Se per assurdo fossimo in possesso di uno strumento in grado di misurare lo stato di salute della scuola in Italia, a che punto si fermerebbe l’asticella? Difficile dirlo!
Come tutte le realtà, anche quella scolastica non fa eccezione riguardo alla complessità e ai nodi da sciogliere. Difficile separare il tema dalla politica, per esempio, ma al di là di questo scaturiscono tutta una serie di domande che non possono mai risolversi in risposte univoche.
Grattando un po’ sotto la superficie, sembra che ne esca una fotografia a macchia di leopardo per cui risulta pressoché impossibile delineare un quadro capace di rendere conto di tutte le variabili.
Esiste il tema delle condizioni in cui versano le strutture, ma anche quello della dignità del lavoro di una categoria che, pur preziosa, non trova modo di equipararsi ad altre professionalità. La si può prendere sul versante della didattica, dell’inclusività, dell’integrazione, dell’educazione alla cittadinanza. Qual è il modello pedagogico di riferimento, e in quale modo ci si relaziona con le famiglie? Quali bisogni manifestano le nuove generazioni? La scuola di oggi è davvero in grado di offrire agli studenti gli strumenti per diventare i cittadini di domani? Tutto questo senza perdere di vista il fatto che viviamo in un’epoca in cui, come veniva detto in uno degli episodi della rassegna stampa formato podcast “6:30” edito da Chora Media qualche giorno fa, il grave fenomeno della denatalità porta ogni anno alla sparizione di una fetta della popolazione scolastica pari a quella della città di Ferrara. Una vera enormità!
Di recente il tema è tornato al centro del dibattito in seguito alla proposta di riforma del ministro Valditara, ora passata alla fase del confronto fra le diverse parti coinvolte (docenti, famiglie, studenti).
Lungi dal voler essere esaustiva ma forte di un’esperienza di tre figli e di un dialogo e un’attenzione che nel tempo mantengo vivo con altri genitori e insegnanti, ho voluto prendere l’iniziativa di un piccolo approfondimento. Ciò che constato, per quanto nelle mie possibilità, è un crescente disagio a tanti livelli per cui quello della comunicazione fra l’Istituzione e la famiglia si è fatto un terreno insidioso.
Ho avviato una prima ricerca per cercare di capire in quale direzione è evoluta la normativa già dagli anni ’90, e la sensazione è che a fronte di impulsi davvero innovativi, qualcosa non sia andato per il verso giusto, a testimonianza del fatto che vincere la refrattarietà al cambiamento è difficile. Ciò che a livello legislativo, seguendo anche le normative europee, si è voluto mettere sulla carta con l’obiettivo di rendere più attuale e rispondente alle nuove esigenze l’intero sistema, non sempre si è tradotto in pratica. Non solo, ma da una prima impressione, il fatto che le famiglie non sempre siano adeguatamente informate circa ciò che lo Stato Italiano rende attuabile, non le pone su un piano paritetico nel momento in cui si pongono in dialogo con la scuola. Sembra importante allora partire proprio da qui, dal rendere noto alle famiglie ciò che ha informato lo spirito del legislatore nel momento in cui ha inteso riformare profondamente il sistema scuola, per poi procedere col racconto di alcune esperienze di insegnamento, storie di famiglie ed esempi concreti di scuole che hanno reso attuabile il cambiamento.
Consapevole che l’esito di questo lavoro d’indagine non potrà essere che parziale, dato l’intento di “Lodigiano Democratico” di porsi nella realtà locale come possibile piazza di un confronto aperto, mi auguro che a fronte delle successive pubblicazioni possa scaturire un dibattito franco ma sereno sul tema della scuola.
1, continua




