“Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l’unico abitante” l’incipit folgorante de La lucina proietta immediatamente il lettore in un mondo sospeso tra realtà e sogno. Antonio Moresco – autore già noto per la monumentale trilogia iniziata con Gli esordi e culminata in Gli increati – in questo romanzo breve costruisce una vicenda solo in apparenza minimale, ma ricca di risonanze metafisiche. La lucina nasce come una “piccola scatola nera” scaturita da una zona profondissima della vita dell’autore, un’ispirazione improvvisa cresciuta fino ad avere un’identità autonoma. Pur nella brevità delle sue 167 pagine, l’opera possiede il medesimo “corredo genetico” dei grandi romanzi moreschiani: gusto per una narrazione insieme analitica e visionaria, una visione cosmica dell’esistente e l’aspirazione a una totalità immanente che possa sconfiggere la morte. Ne risulta un testo sospeso nel tempo e nello spazio, dal tono fiabesco ma intriso di inquietudine, che interpella il lettore con domande ultime sull’esistenza.
Al centro del romanzo vi è un eremita senza nome, rifugiatosi tra i monti per sfuggire al consorzio umano. La sua è un’”enorme solitudine vegetale”, dove la natura selvaggia è l’unico vero interlocutore. Moresco tratteggia la contrapposizione tra l’uomo e la natura in termini potentemente visionari: la vegetazione invade le rovine del borgo abbandonato, rampicanti e alberi che “brulicano” attorno alla casupola dell’uomo, quasi a volerla inghiottire. La natura diventa così “il supporto reale dell’irreale”, un paesaggio concreto che assume valenze oniriche e simboliche. In questo scenario l’uomo osserva il ciclo incessante della vita biologica – “il creato che non è creato: materia, cellule” – e ne ricava un sentimento di spaesamento e dolore. Il protagonista si chiede angosciato “Dove posso andare per non vedere più questo scempio […] che hanno chiamato vita?”, esprimendo il rifiuto di un’esistenza percepita come cieca torsione e sofferenza. Eppure, in questo cupo esilio volontario, ogni sera compare un segno misterioso e minimale: una piccola luce che brilla “dall’altra parte della gola”, sul crinale opposto della valle.
Questa lucina – fioca lampada o lume lontano – si accende con puntualità ogni notte e catalizza l’attenzione dell’uomo. La sua natura resta volutamente ambigua: “cangiante, inspiegabile, sembra un simbolo ma si rivela un vicolo cieco, inspiegato”. È forse “un segnale di morte, come i lumini dei cimiteri”, o invece una traccia di “perpetuazione insensata e precaria” . La forza del romanzo sta proprio in questa indefinitezza simbolica: non viene mai data una spiegazione certa, “Non serve sapere” avverte il narratore. La lucina attrae irresistibilmente il protagonista, spingendolo a interrompere il suo isolamento e a inoltrarsi nel bosco oscuro in direzione di quel puntino luminoso. Al termine di un cammino attraverso la “moltitudine arborea”, l’uomo giunge a una piccola casa isolata e scopre chi accende ogni sera quella luce: vi abita un bambino dalla testa rasata e dalle gambette magre, “dal calzoncini corti” fuori moda. Il fanciullo vive lì da solo, autonomo in modo inquietante, e inizialmente osserva l’uomo con diffidenza silenziosa. Ha un’aura enigmatica, quasi spettrale: è “come se fosse qui ma, nel contempo, non fosse più qui”, noterà il protagonista.
L’incontro fra l’uomo e il bambino assume ben presto i contorni di un confronto con il proprio passato – e insieme con il proprio destino. Si delinea infatti una specularità profonda tra i due. In altre parole, la barriera tra età della vita si dissolve: il protagonista sembra trovarsi dinanzi al sé stesso bambino, come in uno sdoppiamento temporale. Moresco mette in scena l’inscindibilità di vita e morte, passato e futuro, in una sorta di miracolo narrativo. Le conversazioni fra i due personaggi, asciutte e quotidiane (mettere via i piatti, temperare le matite), hanno al tempo stesso un senso vertiginoso. Il lettore intuisce a poco a poco la verità commovente e terribile: quel bambino è un’anima morta, un piccolo fantasma intrappolato in una dimensione fuori dal tempo. “Quella [scuola] è per gli altri bambini” dice il fanciullo con semplicità, lasciando intendere di non appartenere più al mondo dei vivi. In questo riconoscimento muto risiede il cuore simbolico del romanzo. L’uomo, vivo ma deciso a “sparire”, e il bambino, morto ma presente come tenue luce, si rispecchiano e si integrano. La lucina diventa il teatro di una corrispondenza quasi perfetta tra i due personaggi, tra il reale e l’irreale, tra la vita e la morte. In questo spazio liminale, Moresco interroga con dolente delicatezza il senso stesso dell’esistenza, senza proclami né facili metafore. Il risultato è una meditazione poetica sul confine sottile che unisce ogni principio a ogni fine. Non a caso, pagina dopo pagina si scivola senza soluzione di continuità dalla vita alla morte, in un passaggio graduale che ha il ritmo di una favola metafisica. L’universo narrativo di La lucina è infatti circolare: ciò che appare conclusione è in realtà un principio trasformato. Nel sorprendente finale – che qui non sveleremo fino in fondo – l’uomo e il bambino si tengono per mano sotto il firmamento stellato, avviandosi insieme verso l’ignoto. Il protagonista, accolto dal piccolo spettro, compie così un viaggio di ritorno alle origini di sé stesso e al tempo stesso un oltrepassamento della vita come la conosciamo. Invece di un esito tragico, Moresco ci offre una rinascita in chiave laica e immanente, una metamorfosi che ricompone l’unità profonda dell’essere. La lucina, in definitiva, è un congedo dalla vita ma è anche un canto di comunione tra chi ancora vive e chi non è più, senza che vi sia davvero separazione. Come suggerisce un passo del romanzo, forse “la materia di cui è composto l’universo […] è dentro un’altra materia infinitamente più grande”. Allo stesso modo la vita di ciascuno potrebbe essere racchiusa in una vita più vasta, o in un’altra narrazione: l’uomo e il bambino di Moresco, mano nella mano, incarnano proprio questa continuità misteriosa e vertiginosa.
Uno degli aspetti più affascinanti de La lucina risiede nell’equilibrio stilistico fra semplicità fiabesca e potenza lirica. La prosa di Moresco in questo testo è sorprendentemente misurata, lontana dalla verbosità magmatica di opere come Canti del caos: l’autore rinuncia a ogni “attitudine monologante”, adottando invece una lingua tersa, essenziale, fatta di frasi brevi e immagini nitide. Colpisce l’uso insistito dei diminutivi – casina, stradine, lucina – che conferiscono al racconto un tono puerile e quasi innocente. Ma come nota la critica, Moresco non è autore che prenderebbe il diminutivo alla leggera, questi vezzeggiativi creano un contrasto deliberato con la gravità dei temi trattati. L’incanto fiabesco, infatti, avvolge anche il dolore e l’ostilità della natura, dando forma a un tempo sospeso in cui realtà e immaginazione si compenetrano. La narrazione procede con passo lento, avvolgente, costruita per sequenze che potremmo definire cinematografiche: singole scene silenziose, inquadrature notturne, minimi gesti carichi di tensione trattenuta. Moresco orchestra sapientemente i suoni (scricchiolii, fruscii, silenzi) e le visioni (il buio punteggiato di stelle, la fiammella lontana della lucina) in modo da immergere il lettore in uno stato di allerta sensoriale e emotiva costante. Si genera così una sorta di magia narrativa che tiene avvinti, pur in assenza quasi totale di azione esteriore. La dimensione descrittiva – dalle minute attività quotidiane ai grandiosi panorami celesti – non mira al realismo tradizionale, bensì a una forma di realismo visionario.
Ci troviamo di fronte a un’opera che getta tutto in una stupefacente quanto spaventosa irrealtà, ma in quella irrealtà scopriamo paradossalmente una verità più profonda sul nostro essere al mondo. In definitiva, La lucina brilla nel buio come la fiammella che le dà il titolo: piccola e tremolante a prima vista, ma capace di rischiarare abissi di significato. Antonio Moresco, con questo libro, consegna alla letteratura contemporanea una moderna fiaba metafisica dalle risonanze antiche, che conferma il potere ancora intatto del romanzo di interrogare l’invisibile e di emozionare l’animo umano.
Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947 e risiede a Milano. Dopo un’infanzia trascorsa in collegio e un periodo di militanza nella sinistra extraparlamentare, ha esordito in campo letterario nel 1993 con la raccolta di racconti Clandestinità. La sua produzione annovera opere di rilievo come la trilogia Giochi dell’eternità, composta da Gli esordi (1998), Canti del caos (2009) e Gli increati (2015).
Nel 2013 ha pubblicato La lucina, tradotto in diverse lingue, ha ispirato un film in cui lo stesso Moresco interpreta il protagonista. L’edizione più recente de La lucina è stata pubblicata da Feltrinelli nel febbraio 2024.




