Un inossidabile giovanotto di 89 anni. Combattente, lucido nell’analisi politica e fedele all’idea togliattiana di un partito forte, fermo sulle proprie posizioni e insieme aperto al dialogo e alla discussione. Ma anche convintamente seguace dell’idea di Berlinguer di perseguire il rinnovamento della società attraverso riforme economiche e sociali. Un militante capace ancora di indignarsi, che non smette di vivere appassionatamente il suo impegno politico. È Francesco Zoppetti: operaio, sindacalista, deputato, presidente di aziende e sindaco.

«Sono nato a Cascina Belvignate, nel comune di Mairago, il 4 ottobre del 1936. Per qualche anno la mia famiglia andò ad abitare a Tavazzano: il 25 aprile del ‘45 ero lì – avevo 9 anni – e ricordo un fiume ininterrotto di mezzi militari che risaliva la via Emilia per entrare nella Milano ormai liberata dai Nazifascisti. Quando siamo tornati a Belvignate, nel 1947, ho cominciato ad aiutare mio padre in campagna: facevo un po’ di tutto, i tipici lavori cui erano addetti i contadini. Nel 1954 mio padre, a causa della crisi dell’agricoltura, decise di trasferirsi con tutta la famiglia a Lodi Vecchio, città di cui sono stato sindaco e nella quale vivo ancora oggi. Dopo aver lavorato a intermittenza per un paio d’anni per il Demanio (per la definizione del nuovo Catasto), nel 1956 venni assunto da un’azienda bolognese che aveva un appalto per la costruzione di un tratto dell’Autostrada del Sole».
Siamo in pieno boom economico e chi ha voglia di darsi da fare non fatica troppo a trovare un lavoro. Francesco non ha esperienza nel settore edilizio, quindi viene assunto come aiutante ferraiolo: non ci sono i macchinari che oggi rendono tutto molto più facile, ci vogliono soprattutto muscoli. Ma, fatica a parte, i due anni che passerà sui cantieri, tra Borgo S. Giovanni e la Gallinazza, per lui si riveleranno fondamentali.
«Quello trascorso lavorando per l’azienda bolognese è stato un periodo bellissimo. I miei compagni di lavoro erano più grandi di me, e c’era una forte coscienza di classe. Alloggiavano nella trattoria gestita da mio padre, quindi stavamo insieme tutto il giorno: si lavorava, si discuteva, ci si confrontava. Grazie a loro ho cominciato a costruirmi una cultura e una mentalità politica, a tutela e a difesa dei diritti dei lavoratori».
Nel ‘58 il passaggio decisivo: Zoppetti è assunto come operaio semplice (perché non ha né esperienza di fabbrica né titolo di studio) al Tecnomasio Italiano Brown Boveri (TIBB), nella fabbrica di piazzale Lodi a Milano. L’azienda, una delle più note e importanti a livello internazionale, costruisce e allestisce centrali elettriche ed è in piena espansione, perché con la ripresa economica del dopoguerra i consumi di energia aumentano costantemente e lo Stato deve investire massicciamente per la costruzione di nuove centrali. Il TIBB ha un gruppo dirigente energico, schierato sulla linea intransigente di Assolombarda – duramente contrapposta alle rivendicazioni sindacali -, che non vuol fare nessuna concessione alle istanze dei dipendenti.

«In fabbrica c’era una presenza sindacale forte, guidata da un gruppo dirigente serio, volenteroso e capace. C’era anche un’organizzazione politica del PCI che, in parte, s’era formata negli anni della guerra e della Resistenza e che poteva contare su oltre 100 iscritti (su 1800 dipendenti). Ricordo ancora Ingrao e Lama e gli altri dirigenti nazionali e sindacali che venivano da noi per discutere della situazione politica. Erano incontri intensi, di confronto acceso, di dialettica. È stata un’esperienza preziosa, che mi ha permesso di consolidare la mia consapevolezza politica e di comprendere le dinamiche interne al partito, nonché di rafforzare il contatto con i lavoratori».
Zoppetti si iscrive al partito nel ‘60, a seguito delle dure lotte contro il governo Tambroni e per evitare il congresso dell’MSI a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza: «È stato un altro momento formativo importantissimo: quelle lotte mi hanno fatto comprendere qual è il significato vivo e profondo della nostra Costituzione. Senza quelle lotte non avremmo potuto difendere la libertà e la democrazia, conquistate in seguito alla sconfitta del Nazifascismo».

Eletto nella Commissioni interne dell’azienda («Ne ho un bellissimo ricordo, erano uno splendido esempio di democrazia diretta perfettamente funzionante»), Zoppetti riesce anche a conseguire un titolo di studio tecnico frequentando a Milano, con abnegazione, le scuole serali a Santa Marta. Il diploma gli serve a fare un piccolo passo avanti in fabbrica: ora che ha un minimo di specializzazione, viene infatti inserito nel reparto di attrezzistica.

«E’ stato un periodo di grandi soddisfazioni ma davvero impegnativo. La mia giornata cominciava prestissimo, leggevo l’Unità nel viaggio in bus da Lodi Vecchio a Milano per sfruttare il tempo al meglio. Ci tenevo ad arrivare in fabbrica almeno mezz’ora prima dell’orario di inizio del lavoro, perché in questo modo potevo organizzare le attività sindacali della giornata e distribuire i volantini. Negli anni della scuola serale la fatica si faceva sentire, e non poco. E a questo bisogna anche aggiungere che nel ‘61 mi ero sposato, e che poco dopo erano nati i miei due figli. A rendere ancor più pesante il lavoro in fabbrica c’era poi il capillare controllo da parte del personale di sorveglianza dell’azienda che non ti lasciava un attimo di respiro. Ti controllavano quando ti spostavi dal reparto, quando andavi in bagno; dentro la fabbrica non potevi svolgere attività sindacale. Gli spazi di libertà erano ridotti al minimo. Fui persino multato per aver mangiato un panino mentre controllavo un macchinario».
In quegli anni il miglioramento delle condizioni dell’ambiente di lavoro – sia dal punto di vista igienico-sanitario che contrattuale – è un problema particolarmente sentito. E, non a caso, accanto alla riduzione dell’orario di lavoro, alla ridefinizione del salario e delle qualifiche, questo aspetto sarà uno dei temi centrali delle numerose vertenze avviate alla fine degli anni ‘50 dal sindacato del settore elettromeccanico milanese (70mila dipendenti a quell’epoca), che fece da battistrada alle rivendicazioni operaie nel resto del Paese. È stato, quello, un momento chiave nella ripresa delle lotte sindacali, caratterizzate da una forte contrapposizione con gli industriali ma anche da una grande partecipazione: nel Natale 1960 ben 100mila metallurgici lombardi erano in piazza Duomo a Milano per sostenere le vertenze di tutto il settore metalmeccanico. All’inizio del ‘62 furono siglati centinaia di accordi aziendali, talvolta con importanti aumenti salariali e significative riduzioni dell’orario di lavoro.

«Le prime concessioni ottenute, anche se minime, venivano salutate comunque con grande soddisfazione. Erano i primi colpi che infliggevamo alle associazioni degli industriali. Non bisogna dimenticare l’intransigenza di Assolombarda, guidata da grandi aziende come Borletti, Innocenti, Marelli, TIBB, Tosi, che facevano sentire il loro peso anche a livello politico».
Nel 1962 viene raggiunto anche un accordo per il rinnovo del contratto nazionale con le aziende pubbliche, al quale l’anno seguente si dovrà accodare Confindustria. La tensione tra azienda da una parte e lavoratori e sindacato dall’altra era comunque sempre alta, e la situazione sempre vicina al punto di rottura. In quegli anni il Tecnomasio di piazzale Lodi, in particolare, era considerato uno dei punti caldi da tenere sotto controllo, tanto che uomini e mezzi delle forze dell’ordine stazionavano in permanenza davanti ai cancelli. Proprio in quel 1962 fece notizia l’intervento della Polizia, che interruppe un comizio davanti alla fabbrica tenuto dal segretario generale della CGIL Luciano Lama caricando pretestuosamente i lavoratori riuniti per ascoltarlo.
«Sono stati tre anni di lotte durissime per il sindacato e i lavoratori. Ma è stato un periodo pesante anche da un punto di vista personale: alla fine di quelle battaglie sindacali avevo accumulato oltre 600 ore di sciopero e, a causa della riduzione dello stipendio avevo dovuto affrontare grandi sacrifici. Nel 1963, dopo la firma del contratto nazionale dei metalmeccanici, si aprì poi una crisi del sistema economico che fece sentire i suoi effetti anche sul movimento sindacale, un periodo di difficoltà e di ripiegamento che doveva protrarsi per alcuni anni».
Pochi anni dopo, però, il clima cambiava nuovamente: anche in Italia, preannunciato dai movimenti americani e dal maggio francese, arrivava infatti il ciclone della contestazione studentesca del Sessantotto, che ben presto sarebbe divenuto un formidabile movimento di massa che avrebbe trasformato profondamente la società e la politica.

«Il Sessantotto per me è stato uno dei momenti più intensi ed entusiasmanti. Partivamo da piazzale Lodi e andavamo alla Statale per le assemblee con gli studenti. All’inizio non fu facile, ma poi si riuscì ad avviare un confronto serio e impegnativo tra il movimento studentesco e quello operaio. Partivamo da posizioni politiche differenti, gli studenti immaginavano cambiamenti radicali, sintetizzati da slogan come “lo Stato si abbatte e non si cambia”. Noi cercavamo di discutere, tentavamo di ragionare: “eh no, lo Stato bisogna riformarlo, non distruggerlo”. Naturalmente le forze politiche di destra accolsero con allarme il diffondersi nel Paese delle istanze di chi chiedeva un cambiamento profondo della società, e cercarono di ostacolare questo processo ricorrendo anche a mezzi estremi».
Come si sa, si trattò di una risposta feroce, affidata al terrorismo neofascista favorito e protetto da settori deviati dei servizi segreti: con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 iniziava infatti la stagione della cosiddetta strategia della tensione che per più di dieci anni avrebbe insanguinato l’Italia con una serie di attentati che segnarono una tragica cesura nella nostra storia.

«Fu un attentato che scosse profondamente il Paese e mise in movimento forti manifestazioni nelle scuole, nelle Università, nelle fabbriche. Spesso si sottovaluta la reazione e il ruolo che la classe operaia e il sindacato ebbero nei giorni seguenti. Noi, come sindacato, già il sabato successivo eravamo a Roma a manifestare per il rinnovo del contratto. In realtà quella fu anche l’occasione per sventare il tentativo di Saragat che, pressato dagli ambienti anticomunisti, voleva addebitare la responsabilità della strage alla classe operaia e alle lotte sindacali».
(all’epoca si ipotizzò che Saragat avesse avallato un piano che, attraverso una serie di attentati a bassa intensità, mirava a provocare una crisi di governo, sciogliere il Parlamento e dar vita dopo le elezioni a un governo appoggiato dalla destra [n.d.r.])
«Lo slogan della manifestazione era: “Saragat, buffone, gli operai milanesi non sono assassini”. È stato un episodio importante di quei tragici giorni, del quale però non si parla quasi mai. Ad ogni modo, quel tentativo fu respinto. In risposta il sindacato sottoscrisse un importante contratto di lavoro e contemporaneamente il Parlamento approvò la legge n. 300/70 che istituiva lo Statuto dei Lavoratori».
La scuola di formazione politica di Zoppetti è in gran parte qui, racchiusa nei quattordici anni (dal 1958 al 1972) trascorsi alla Brown Boveri. Anni di intenso impegno nel sindacato e nel partito, con incarichi e responsabilità politico-sindacali via via più rilevanti: è eletto Presidente della Commissione interna del TIBB – dove è ormai uno dei dirigenti più importanti della FIOM – mentre entra a far parte degli organismi provinciali del sindacato dei metalmeccanici e del comitato federale milanese del PCI. Quando, con sua grande sorpresa, il partito gli propone di essere messo in lista per le elezioni alla Camera del 1972, il giovane operaio lodigiano è ormai un politico esperto, pronto per il grande salto nella politica nazionale.
(1, continua)
