Il 3 settembre alle 21, alla Festa dell’Unità di Lodi Andrea Orlando sarà il protagonista del dibattito “Industria, innovazione, PNRR e sfida ecologica. Le rotte del futuro per l’Europa, l’Italia e il Lodigiano.”
L’11 luglio scorso il parlamentare PD ha dato vita alla conferenza del partito “Le rotte del futuro: re-industrializzare l’Italia e l’Europa”: in quell’occasione Orlando sottolineava tra l’altro che, grazie alle nostre università e alle nostre industrie, siamo tra le prime nazioni in assoluto per capacità di calcolo, con 4 dei 12 super computer più capaci al mondo collocati nel nostro Paese. I fondi del PNRR, grazie ai quali finalmente l’Italia investe in innovazione nella media europea (anche se l’Europa complessivamente investe solo un quarto degli USA), si giocano proprio sul digitale (e sul green). Non ha senso allora osteggiare i data center quando si insediano sul territorio. Avrebbe invece senso domandarci come mai tutta questa potenza di calcolo ancora non si esprime nella capacità di controllo e gestione in sicurezza dei big data, nella capacità di promuovere formazione e indirizzare l’intelligenza artificiale per migliorare i servizi pubblici, la salute, la produzione sostenibile, la cultura, l’ambiente. E’ una contraddizione temere l’intelligenza artificiale e rifiutare le regole europee quando usiamo quotidianamente quella dominata dal nuovo “capitalismo della sorveglianza” che vuole imporci l’America di Trump. Da soli non ce la possiamo fare: e il sovranismo non aiuta, come ci ha ricordato recentemente Mario Draghi al Festival di Rimini.
Sono due anni che la produzione industriale nazionale decresce in maniera costante, e non è una decrescita felice. Le crisi industriali si affastellano da anni senza una risposta strutturale: mentre produciamo sempre meno auto (siamo passati in vent’anni dal terzo al sesto posto in Europa) persino la moda e il design, punti di forza del nostro export, mostrano segni di cedimento. E, come se non bastasse, ora arrivano i dazi. Orlando, come recentemente Draghi, ha posto due problemi: l’industria italiana è in grado da sola di far fronte alle tempeste mondiali? E quali sono allora le nuove politiche industriali che i governi nazionali, insieme all’Europa, debbono mettere in campo?
«Un paese che perde la propria industria perde una parte rilevante della propria industriosità, del proprio saper fare, della reputazione, della ricchezza e del proprio ruolo nel mondo… In tempi così incerti, ciò che si produce, come si produce e la possibilità di continuare a farlo, sono questioni che toccano il cuore stesso della sovranità economica nazionale ed europea». L’inerzia e l’indecisione non aiuta: non vogliamo la mobilità elettrica ma finanziamo la cassa integrazione all’industria nazionale per non produrre più in Italia; vogliamo salvare l’acciaio a Taranto, ma non vogliamo produrre l’energia elettrica dal vento per alimentare gli altiforni; temiamo la transizione energetica e intanto acquistiamo dagli USA il metano più caro e inquinante e abbiamo le bollette legate all’energia tra le più alte d’Europa. Nel frattempo le nostre industrie chiudono o delocalizzano nell’est Europa o in Cina.
Dobbiamo allora dare all’Italia una politica industriale per imprese forti, innovative, ambientalmente sostenibili, capaci di creare una ricchezza che sia fondamento di politiche sociali, di lavoro e di welfare. Chiunque abbia l’ambizione di governare deve darsi una visione di futuro e saper operare scelte: ma il governo Meloni non ne è capace. Così, in assenza di una visione e di una politica industriale, qualsiasi novità viene avvertita come una minaccia.
E, inevitabilmente, questo è quanto accade anche a Lodi e in tutto il lodigiano. Siamo preoccupati dei nuovi capannoni di logistica industriale, anche se nella globalizzazione quasi tutto è logistica industriale o data center. Siamo preoccupati delle nuove coltivazioni e dell’agrivoltaico così come dell’economia circolare, che è fatta di fanghi da trattare e impianti di biometano e compostaggio, di riciclo di oli usati e di mega inceneritori da chiudere. Allora dobbiamo saper scegliere. Scegliere quale mobilità elettrica e ferroviaria vogliamo per il futuro, quali energie rinnovabili utilizzare e come accelerare il progressivo abbandono di quelle fossili: perché governare il cambiamento vuol dire scegliere.




