Tra mercatini natalizi e doni inaspettati
8 dicembre 2025. Con l’avvicinarsi delle festività natalizie, Utrecht si trasforma lentamente. Luci colorate e sgargianti cominciano ad apparire sulle facciate dei negozi, timide all’inizio, poi sempre più insistenti. C’è qualcosa di prezioso nel modo in cui questa città accoglie le Feste: senza eccessi, senza la frenesia caotica a cui sono abituato in Italia, ma con una grazia sobria ed elegante. Le ghirlande di abete si intrecciano attorno ai lampioni. Nelle vetrine compaiono candele, renne di legno, presepi stilizzati. E i canali diventano qualcosa di magico, quasi surreale, specchi scuri in cui le luci si moltiplicano e si disfano in mille frammenti.
Il Natale, lo ammetto senza alcuna riserva, è il periodo dell’anno che preferisco in assoluto. Non so se dipenda dall’atmosfera sospesa che porta con sé, da quella sensazione collettiva di tregua in cui la vita sembra rallentare e tirare il fiato. O forse da quella luce particolare che il mondo sembra irradiare e che rende ogni cosa più preziosa e fragile. O ancora dal fatto che il Natale è l’unico momento dell’anno in cui si dà per scontato che ci si ritrovi con le persone cui più si vuole bene, che danno un senso al nostro esistere. E che si stia insieme senza bisogno di giustificazioni.
Per me, cresciuto con il profumo del pandolce genovese e il rumore delle stoviglie che si apparecchiano già la sera della Vigilia, Natale ha sempre significato casa nel senso più profondo e viscerale del termine. Non solo un luogo fisico, ma una dimora emotiva, con pareti invisibili. Qualcosa che riconosci all’istante, ma che non riesci a descrivere fino in fondo.

Passarlo lontano, almeno fino all’ultimo, acuisce tutto. La nostalgia non è un’emozione lineare, non cresce in maniera costante: non si annuncia in anticipo, ma arriva a ondate e spesso in momenti inaspettati. Ti coglie mentre sei in coda al supermercato e noti che la musica natalizia è la stessa di sempre, ma le parole sono in olandese. Ti sorprende la sera, quando stai aspettando che l’acqua della pasta bolla e all’improvviso ti rendi conto che a casa, in questo momento, qualcuno starebbe probabilmente chiamandoti per cena. C’è un grado di solitudine che non è tristezza, ma che le assomiglia abbastanza da confonderle. E convivere con quell’ambiguità, senza dissolverla né ignorarla, mi sembra una delle cose più difficili e necessarie.
La domenica mattina mi capita spesso di passare dal mercatino natalizio allestito vicino al Dom. È una di quelle scene che sembrano fuoriuscire direttamente da una cartolina d’epoca: bancarelle di legno, profumo di vin brulé e cannella, bambini con cappelli di lana colorati. Mi fermo davanti a un banco che vende stroopwafel appena sfornati. Ne compro uno, lo assaggio e resto lì in silenzio, con il calore dello sciroppo sul palato e le luci del campanile alle spalle. Questo è proprio uno di quei momenti in cui la lontananza da casa si fa sentire con maggiore insistenza, seppur in maniera non del tutto dolorosa. Piuttosto, assomiglia a una nota malinconica che, stranamente, dà sapore alle cose. Penso alla mia famiglia, al presepe che, in mia assenza, mio papà starà sistemando con una cura esagerata, alle luci colorate che mia mamma starà disponendo sull’albero in maniera del tutto asistematica e alle decorazioni che mia sorella starà sicuramente sparpagliando per tutta casa, trovando anche quest’anno un nuovo angolo da agghindare. Mi mancano. Ma mi accorgo che questa mancanza, a modo suo, è una forma di appartenenza.
Tra innumerevoli letture e svariate conferenze, le mie giornate scorrono rapide. Le serate, invece, sembrano dilatarsi. Rientro, preparo qualcosa di semplice da mangiare, e poi mi siedo sul letto con un libro o davanti a un film. È lì che incontro Le nostre anime di notte, di Kent Haruf. Non me l’aspettavo. Non in quel modo. La gentilezza con cui Haruf racconta la vicinanza tra due solitudini mi colpisce più di qualsiasi grande costruzione narrativa. In fondo, in quelle poche pagine non succede quasi nulla, eppure succede tutto. Non a caso, mi accorgo che sto leggendo più lentamente del solito, come se volessi trattenere ogni frase un po’ più a lungo.
Ed è proprio in una di queste sere tranquille che accade qualcosa di assolutamente imprevedibile.
Rientro tardi, stremato dopo una giornata intensa. Appena varco la soglia di camera mia, vengo accolto da un odore strano, difficile da identificare con precisione. Qualcosa di acre, pungente, del tutto fuori contesto. La prima diagnosi è gastronomica: uno dei coinquilini deve aver cucinato utilizzando una spezia particolarmente aggressiva. Erba cipollina, forse. O cipolla cruda. O una di quelle combinazioni che solo certe cucine nordeuropee riescono a produrre senza rimorso.
Trascorro i minuti seguenti annusando in maniera sistematica ogni angolo della stanza, vestendo momentaneamente i panni di un investigatore privato. L’odore persiste. Anzi, sembra aumentare. Sposto lo sguardo verso le piante che decorano le mensole e mi convinco, con una logica tutta mia, che siano loro le responsabili. Non so bene quale meccanismo biologico potrebbe portare una pianta da appartamento a emettere un tale odore, ma in quel momento mi sembra un’ipotesi ragionevole. Le raduno tutte, una per una, e le sistemo nell’armadio. Chiudo lo sportello con aria soddisfatta, convinto di aver sistemato la faccenda. Quindi, mi lavo i denti, indosso il pigiama e mi metto a letto. Sollevo il piumone.
E lì, con una nonchalance sconcertante, quasi beffarda, come se fosse la cosa più naturale del mondo, trovo un tocco di fumo che mi pare enorme, almeno quattro o cinque grammi, avvolto in una bustina plastificata. Resto immobile per qualche secondo, attonito. Il cervello impiega un momento a elaborare la scena. Poi, come a seguito di un effetto domino, tutto torna e assume un senso: l’odore pungente, le piante innocenti ora rinchiuse nell’armadio – imputate di un crimine mai commesso – e quella piccola reliquia verde dall’odore acre adagiata tra il piumone e il copriletto con la discrezione di un biglietto da visita. L’host deve avermela lasciata in dono!
Qui è necessaria una precisazione fondamentale: purtroppo o per fortuna, sono probabilmente la persona più inadatta al mondo per ricevere e apprezzare un presente di tal sorta. Non fumo. Non ho mai fumato. La mia esperienza con qualsiasi sostanza inalabile si ferma al vapore di un umidificatore. E ora mi trovo a fissare, proprio io, solo in una stanza estranea, qualcosa che non so come gestire né praticamente né emotivamente. La prima idea che mi viene in mente è quella più immediata: buttarlo via. Semplice, pulita, definitiva. Poi mi blocco. E se fosse davvero un gesto di gentilezza? Un benvenuto? Una forma di ospitalità locale che non comprendo? Gettarlo via potrebbe essere quasi scortese. Come rifiutare il pane o l’acqua che ti vengono offerti a tavola.
Con la concentrazione di chi sta risolvendo un problema di logistica complessa, elaboro dunque un piano. Prendo un vasetto di porcellana decorativa presente sul comodino – uno di quegli oggetti d’arredo che esistono senza uno scopo preciso – e vi sistemo dentro il prezioso dono. Poi lo avvolgo accuratamente con una dose spropositata di carta igienica. Non soddisfatto, prendo il mio profumo e irroro il tutto con una generosità che farebbe invidia a un duty free. Sigillo il coperchio e sistemo il vasetto nell’armadio, al posto delle piante – che a questo punto possono tornare al loro posto sulla mensola, definitivamente prosciolte. Richiudo l’armadio e mi infilo finalmente sotto le coperte. A causa dell’adrenalina, comincio a rigirarmi nel letto in maniera spasmodica, in preda al vivido sospetto che, al piano di sotto, a pochi metri da me, il mio host stia dormendo contento, convinto di aver compiuto un gesto carino e gentile. E probabilmente lo è stato. Semplicemente, si è trovato davanti il destinatario più impreparato della storia dell’ospitalità olandese.
Chiudo gli occhi. Fuori, Utrecht dorme sotto un cielo basso e grigio. Le luci di Natale sui canali continuano a brillare, indifferenti. E io, sotto il mio piumone, mi addormento con la vaga sensazione che anche questa, in fondo, sia una storia che vale la pena di raccontare.
A distanza di mesi, mi ritrovo ancora a domandarmi due cose. Che fine avrà fatto quella reliquia? Ma soprattutto: cosa avrà pensato l’host al momento del ritrovo di quel vasetto di porcellana, nell’armadio, avvolto in carta igienica e imbevuto di profumo? Temo non lo saprò mai…
(3, continua)




