Helsinki: tutto funziona, ma cosa manca?

L’arrivo in Finlandia fu un piccolo trauma termico: gennaio, -15 gradi, una bufera di neve e il sole che tramontava prima delle tre. Non avevo mai vissuto in un clima così rigido. Eppure, qualcosa mi diceva che era il posto giusto. Anche se mi congelavo il naso ogni mattina. C’era qualcosa nel rigore del paesaggio, nella sobrietà degli spazi, nel silenzio produttivo degli uffici, che mi colpì fin da subito.


Il lavoro che stavo per iniziare era il più “fuori copione” di tutti quelli fatti fino ad allora – in cui la parola chiave non era piu “scienza” ma “business” e forse, proprio per questo, il più vicino a ciò che stavo cercando: aiutare a trasformare la ricerca scientifica in impresa.
Entrai nell’ufficio di Technology Transfer con un ruolo molto chiaro: tradurre la scienza in idee vendibili. Aiutare i ricercatori a capire se quello che fanno in laboratorio può uscire nel mondo vero e, quando il progetto lo permette, contribuire a fondare una startup spin-off.
Era il punto di incontro perfetto tra tutto ciò che avevo fatto: scienza, venture capital, consulenza, innovazione. Finalmente, stavo facendo quello che mi veniva naturale: stare nel mezzo. Tradurre, connettere, sbloccare.
Quello che mi colpì quasi immediatamente fu la cultura del lavoro. In Finlandia non c’è burocrazia inutile. C’è fiducia. Ti danno un obiettivo e si aspettano che tu lo raggiunga, senza controllo, ma con responsabilità. Non esiste la cultura del micromanagement. Non si fanno riunioni solo per farle. E se hai bisogno di tempo per fare qualcosa, nessuno ti chiede di “giustificarlo”.

Nel mio lavoro parlavo con ricercatori di ogni tipo: uno studiava funghi, un’altra molecole per l’agricoltura. Ognuno con la sua lingua, i suoi sogni. Il mio compito era capire dove potevano andare. Ascoltavo, analizzavo, interrogavo. Aiutavo a definire un possibile prodotto, un utente finale, un mercato di riferimento. Poi veniva la parte più delicata: costruire un percorso. In alcuni casi, si trattava di aiutare a ottenere fondi pubblici per la validazione tecnica; in altri, di mettere in piedi un team imprenditoriale, attirare investitori privati, cercare incubatori o acceleratori. Il mio ruolo non era tecnico, ma strategico. E serviva tradurre la scienza in potenziale economico, mantenendo però il rigore della ricerca.
Lavorare in questo ambito mi ha fatto entrare nei meccanismi del sistema di innovazione europeo e nordico. Mi sono trovata spesso davanti a una tensione strutturale: le università sono prima di tutto istituzioni educative, con una missione pubblica. Eppure, sono sempre più chiamate a valorizzare la conoscenza anche economicamente.
Creare una startup universitaria, infatti, non è solo una questione di brevetti o business plan. È anche un atto politico: implica decidere che un certo tipo di ricerca può, e forse deve, uscire dai laboratori per avere impatto nella società.
Ma c’è un equilibrio sottile. Perché non tutto ciò che è innovativo è immediatamente monetizzabile, e non tutto ciò che fa profitto ha un valore educativo. Navigare questa complessità è stato forse il compito più difficile. E anche il più stimolante.
Ma se il lavoro mi stimolava, la vita sociale fuori dall’ufficio era tutta un’altra storia.
Venendo da Dublino, una città multiculturale, piena di eventi e persone da tutto il mondo, Helsinki mi apparve silenziosa, distante, chiusa. Le persone, i colleghi, sono gentili. Ma ti tengono a distanza. Nessun invito improvviso, nessun ‘usciamo dopo il lavoro?’.
Fare amicizia non era facile. La cultura finlandese è rispettosa, sì, ma profondamente riservata. E in un clima dove per sei mesi all’anno si vive sotto zero, la solitudine può diventare molto concreta. Con mia sorpresa, la risposta arrivò da alcuni connazionali. Scoprii “Actor Sauna”, una scuola di teatro fondata dal maestro Simone Ulivieri, un artista italiano trapiantato a Helsinki. Mi unii al gruppo e trovai una comunità di italiani caldi, accoglienti, creativi. Un piccolo angolo di Mediterraneo tra la neve.
Quelle sere di prove teatrali, di risate e confronto, furono fondamentali per affrontare la frustrazione che a volte il lavoro portava. E anche per ritrovare, in mezzo al gelo, un calore umano che mi faceva sentire a casa.
Cosa resta di questo capitolo? In Finlandia ho capito che il valore del lavoro non sta solo in quello che fai, ma che è importante anche capire come far sì che abbia una propettiva di crescita. E che la scienza può avere un impatto anche fuori dai confini accademici. E ho imparato anche che puoi avere il lavoro perfetto, ma che se non ti senti parte di qualcosa, manca sempre un pezzo. Per me quel pezzo erano le prove di teatro con le chiacchiere in italiano tra una scena e l’altra.
(7, continua)




