Interviste, startup e un po’ di disordine creativo
Appena finito il PhD, sono rimasta nello stesso centro. Senza pensarci su. Era comodo, familiare. Forse troppo. Pensavo di sapere dove stessi andando. Immaginavo un percorso accademico lineare, magari un mio laboratorio, un piccolo gruppo di ricerca da guidare. Tutti quelli che conoscevo facevano così. Finisci il PhD, poi il postdoc, poi forse un gruppo di ricerca tuo e una cattedra. Fine.
Ma poi ho iniziato a guardarmi intorno. A osservare i postdoc senior, amici, colleghi, persone che stimavo. E mi sono chiesta: «È davvero questa la vita che voglio?».
Non avevo una risposta chiara. Ma cominciavo a sentire che qualcosa non tornava.
Quello che vedevo raramente mi entusiasmava. La maggior parte del tempo era speso in solitudine, instabilità, e con stipendi che non riflettevano il livello di competenza e responsabilità richiesto. Era normale lavorare dieci ore al giorno, portarsi il lavoro in vacanza, scrivere articoli la sera, rispondere a revisioni nel weekend, correre dietro a bandi, deadline, call for proposals.
La carriera accademica – in Italia come all’estero – è spesso una corsa a ostacoli per inseguire fondi. E senza quei fondi pubblici, la ricerca raramente progredisce, soprattutto in settori ritenuti “meno strategici” o “non di moda”. Una corsa continua, sempre troppo poco riconosciuta.
Questa dinamica, che allora mi sembrava un’anomalia, l’avrei ritrovata, in forma diversa, anche nel mondo delle startup. Anche nel mondo startup si vive per raccogliere fondi. Ma lì, almeno, c’era margine per sbagliare e per ripartire. Cosa che non si puo dire del sistema accademico.
E così, mentre tutto sembrava finalmente stabile, iniziavo a sentire che presto avrei rimesso tutto in discussione. Facevo bene il mio lavoro, ma lo facevo in automatico. Generare dati, analisi statistiche, pubblicazioni scientifiche, revisione di articoli, mentoring a studenti: tutto ormai familiare, prevedibile.
La curva di apprendimento era piatta. E io con lei.
In quel momento, la pandemia colpì. L’ufficio chiuse, i progetti si bloccarono, e ci fu detto di restare a casa a scrivere review papers. Quello che per molti fu un momento di caos, per me è stata una forte spinta a riflettere. Mi sono guardata allo specchio e mi sono detta: «Ma che cavolo sto facendo? è questa la mia strada? E’ questo quello che voglio ottenere con il mio lavoro?».

Con il mondo fermo e pochi progetti all’orizzonte, si aprirono nuove opportunità grazie alla digitalizzazione forzata. Una di queste fu un annuncio interno per sostituire temporaneamente un docente universitario in un’università irlandese. Si trattava di tenere un corso per otto settimane, da remoto. Feci domanda. E mi presero.
Mi sembrava un’opportunità da non perdere per testare se l’insegnamento fosse per me. Avrei avuto una classe, dei contenuti da gestire, e lo spazio per capire se mi vedevo nel ruolo.
Dopo qualche settimana, però, iniziai a rendermene conto: non era quello il mio posto. L’insegnamento richiede una passione profonda per il trasferimento diretto del sapere, e sebbene io amassi confrontarmi con gli studenti e costruire contenuti, non sentivo energia, ma dovere. E il dovere, da solo, non basta. Quella è stata una risposta preziosa. E come in ogni buon esperimento, capire cosa non fa per te è un passo fondamentale.
Con l’insegnamento accantonato, e la ricerca in laboratorio che non mi motivava più, iniziai a guardare fuori. Ma dove? Come? Non avevo vicino nessun modello a cui ispirarmi.
Fu allora che cominciai a guardare i profili LinkedIn di persone con background simili al mio: donne soprattutto, esempi di chi aveva lasciato la realtà accademica per reinventarsi. Mi sono fatta coraggio. Ho pensato: «Cosa ho da perdere? ». E ho iniziato a scrivere, con umiltà, chiedendo una coffee chat su zoom da 15 minuti. Una breve chiamata, un confronto, un consiglio.
La sorpresa? La gente risponde. Se scrivi con sincerità, ti ascoltano. Ti raccontano tutto. Una conversazione ne portava un’altra. Un contatto diventava un’introduzione. E, quasi senza accorgermene, stavo entrando in un nuovo universo: quello delle startup.
(4, continua)




