Il dottorato imprevisto
Ci sono approdata quasi per caso. Dopo un anno chiusa in laboratorio, tra esperimenti e turni infiniti, avevo iniziato a chiedermi se volevo davvero continuare così. Ogni giorno. La mia convinzione di voler proseguire nella ricerca cominciava a vacillare. Ero in un centro estremamente competitivo: bellissimo, certo, ma logorante. Avevo colleghi straordinari, molti dei quali sono diventati poi amici, ma la dedizione richiesta era totalizzante. Quel PhD che avevo sempre dato per scontato… ora mi sembrava una gabbia. Un futuro che non volevo più.
Cominciai a cercare lavoro in azienda, prima in Germania, poi nel Regno Unito. I risultati? Pochissimi riscontri. Era frustrante. E fu per pura frustrazione, e forse un po’ per disperazione, che un giorno mi imbattei in un annuncio online per un PhD in Irlanda. Tra le tante alternative, decisi di tentare. Conoscevo gia il paese e la borsa di studio era allettante. Feci domanda, ma dopo settimane di attesa, arrivò la risposta: non selezionata.
Eppure, qualcosa accadde. Mi riscrissero. Non per quel progetto, ma per un altro. Diverso. Totalmente. Un’area lontana dai miei piani iniziali. Se prima sognavo la microbiologia marina e gli ecosistemi artici, mi veniva ora offerta una borsa per un PhD in Food Technology. Non l’avevo mai nemmeno considerata. Se qualcuno me l’avesse detto un mese prima, gli avrei riso in faccia.
Ma qualcosa dentro di me sussurrava «Perché no?» e cosi, accettai. Feci le valigie e mi dissi: «Provo. Mi do sei mesi. Se non mi piace, cerco altro. E così, a 24 anni, approdai a Dublino. Una città che avrebbe fatto da sfondo ai successivi sette anni della mia vita.



Il primo giorno in ufficio incontrai quello che sarebbe diventato il mio supervisore: un uomo sulla quarantina, indiano, dinamico, sempre con un tè allo zenzero in una mano e una sigaretta nell’altra. La sua introduzione fu semplice: “Questo è il tema su cui lavorerai. Mi aspetto almeno cinque pubblicazioni. E mi aspetto che tu faccia errori”.
Nessun discorso motivazionale. Solo chiarezza e fiducia.
Lavoravo in un centro di ricerca pubblico organizzato dal Ministero dell’Agricoltura, non in un’università. Questo cambiava tutto. L’ambiente era orientato all’industria, con contatti frequenti con aziende alimentari, e un approccio molto più applicativo rispetto all’ambiente accademico classico e di pura ricerca scientifica che avevo vissuto in Germania. Meno teoria, più impatto. Meno burocrazia, più progetti concreti.
Presto iniziai a incontrare altri dottorandi, molti dei quali stranieri, a diversi stadi del percorso. Eravamo tutti nella stessa barca: confusi, curiosi, a volte esauriti. Ma con voglia di capire chi stavamo diventando. L’atmosfera era informale ma fondata sul rispetto. A lavoro il tono era orizzontale, ma il merito contava. Se portavi risultati, ti guadagnavi spazio.
Dublino era diversa dall’Irlanda che avevo conosciuto nel mio gap year (a Cork). Più cosmopolita, più frenetica, ma con un’energia contagiosa. Dublino era viva. Musica per strada, eventi ovunque, gente di ogni angolo del mondo. Il cielo sempre grigio, ma il resto, pieno di colore.
Nel lavoro, la valorizzazione era tangibile. Ogni successo, ogni errore, ogni iniziativa aveva un ritorno. Io volevo viaggiare, partecipare a conferenze, raccontare il mio lavoro. Nessuno ti regalava nulla. Dovevi correre, proporre, convincere. Ma se avevi buone idee, le porte si aprivano.
Nei miei quattro anni di PhD ho partecipato a oltre dieci conferenze internazionali, incluso un viaggio in India che rimarrà tra i ricordi più luminosi di quel periodo. Ricordo l’India come un’esplosione di suoni, odori, colori. Un caos bellissimo. Lì ho capito che la scienza può davvero portarti ovunque. Nulla mi dava più soddisfazione del conoscere il mondo attraverso il mio lavoro, di sentirmi parte di una rete globale, anche se tutto era iniziato quasi per caso.
(3, continua)

Il mio supervisore lo aveva capito presto: non ero fatta per il laboratorio, almeno non nel senso classico. Ma amavo ciò che si poteva costruire con i risultati del laboratorio: progetti, connessioni, visioni. Lui ha visto qualcosa in me prima che lo vedessi io. E mi ha lasciata libera di scoprirlo. Fu proprio lui, il mio supervisore, a spingermi per fare più esperienze possibili e a supportare la mia candidatura per una borsa DAAD (la German Academic Exchange Service), trovata online, per svolgere uno stage in azienda retribuito in aggiunta allo stipendio da dottoranda. Un’esperienza di tre mesi che si rivelò cruciale: non solo contribuì a un nuovo capitolo della mia tesi, ma mi fece intuire una forte affinità con l’ambiente industriale. I tempi, i processi, la concretezza. Lì, per la prima volta, forse senza rendermene conto, iniziai a immaginare una carriera fuori dai confini accademici.


(3, continua)




