Quando perdi un treno, trovi una direzione
A quel punto, non avevo più dubbi. Se volevo crescere davvero, dovevo andarmene. Ed è così che ho scelto la Germania, non solo per l’offerta formativa ma anche per un aspetto molto più concreto: studiare lì costava meno che rimanere a Milano. Potevo accedere a sussidi per studenti, ma soprattutto lavorare nei laboratori come student assistant. Era un’opportunità reale: imparare e allo stesso tempo guadagnare abbastanza per mantenermi da sola a 22 anni. Una realtà che in Italia era (ed è ancora) impensabile.
Iscriversi a una magistrale in Germania? Una giungla. Ogni università con le sue regole, suoi formati richiesti, i documenti tradotti in due lingue, le lettere, le dichiarazioni, le autocertificazioni. Ero da sola. Ma ci ho provato lo stesso. Devo ammettere che è stato un esercizio di resilienza.

E non è andato tutto come speravo. Persi la scadenza per la mia prima scelta, Biologia Marina a indirizzo artico, un programma che univa la ricerca sugli ecosistemi estremi alla mia passione per il mare. È stata una botta. Una delusione vera. Ma non ho avuto molto tempo per restarci dentro. Ho subito cercato un’alternativa concreta che potesse comunque portarmi lontano: una magistrale in Microbiologia, in un’altra città tedesca, con solide basi di ricerca e buone connessioni per poter tornare sulla strada che pensavo di voler seguire. Non era il piano A, ma era un buon piano B. E, con il senno di poi, era esattamente il passaggio che mi serviva.
Appena arrivata in Germania, ho sentito aria nuova. Nessuno ti guardava dall’alto in basso. I professori ti chiamavano per nome. Ti ascoltavano. Ti trattavano come qualcuno che già poteva contribuire. Un approccio radicalmente diverso dal modello italiano, dove la gerarchia resta spesso invalicabile. E per me, che mi ero sempre sentita invisibile, era una rivoluzione.

Qui contavano la curiosità, la voglia di fare. Ricordo i colleghi tedeschi muoversi in laboratorio con disinvoltura, come se fosse casa loro: molti avevano già svolto tesi sperimentali, pubblicato articoli, fatto stage in aziende biotech. Io ero l’unica senza pubblicazioni, senza vere esperienze pratiche, se non qualche ora durante la triennale, quando ci dividevamo una pipetta in dieci. All’inizio, lo ammetto, fu scoraggiante. Mi sentivo fuori scala, in ritardo. Ma era una realtà che dovevo guardare in faccia. Solo capendo quel contesto potevo rendermi conto di cosa mi mancava davvero e di cosa mi serviva per colmare il divario e andare avanti.
Dal punto di vista umano, però, inserirmi non è stato immediato. Creare relazioni autentiche con i colleghi tedeschi si è rivelato più difficile di quanto immaginassi. La comunicazione era educata ma distaccata, e spesso faticavo a capire dove finisse la cortesia e iniziasse la vera apertura. Il mio gruppo, quello in cui mi sentivo davvero a mio agio, l’ho trovato altrove: tra studenti e ricercatori della comunità asiatica – indiani, taiwanesi, cinesi, giapponesi – con cui condividevo pasti, risate, curiosità culturali e quella sensazione comune di “essere altrove”, che a volte unisce più della lingua.

Uno dei ricordi più vividi di quegli anni è legato a una sera particolare: io e miei amici eravamo stati invitati a cena da uno dei professori, a casa sua. Cucinò per noi, ci ascoltò. Ci trattò come adulti, non come numeri di matricola. In Italia? Impensabile. Quel professore è ancora oggi una persona con cui sono in contatto. Ci sentiamo per gli auguri e gli scrivo per aggiornarlo sulle tappe della mia carriera, come si fa con chi ha avuto un ruolo chiave nella tua crescita. Perché lo ha avuto.
(2, continua)




