Nord e oltre: la prima rotta
Sono cresciuta a Reggio Calabria, in una quotidianità fatta di scuola la mattina, sport il pomeriggio e serate tranquille a casa. Una vita normale, senza scosse. Ma dopo aver visto mio fratello partire sereno per la sua strada, qualcosa in me si era messo in moto. Una curiosità sorda, una fame di “altro” che non sapevo nemmeno nominare. Ma c’era..

Il primo passo fuori è stato verso Milano, dove ho deciso di trasferirmi per studiare Biologia. Non era una scelta rivoluzionaria, al contrario: era quasi una mossa prevedibile, per chi, dal Sud, punta a un’istruzione più competitiva. Al Nord “si fa carriera”, si dice spesso. In più, avevamo un appoggio familiare: mia nonna viveva lì, e questo ha reso tutto logisticamente e finanziariamente più sostenibile.
Milano mi ha accolta con un contrasto netto. Da un lato, il fascino della metropoli, delle possibilità. Dall’altro, lo scontro con una realtà culturale ed educativa diversa. Per la prima volta mi trovavo circondata da coetanei che avevano già fatto esperienze internazionali, parlavano inglese fluentemente, e portavano con sé una formazione secondaria molto più articolata della mia.
Io? Portavo la mia curiosità. E un po’ di insicurezza, se devo essere onesta. Ma nonostante tutto, Biologia mi appassionava. Ma mi accorgevo sempre di più che l’università – o almeno quella che frequentavo – aveva i confini troppo stretti. Le lezioni sembravano rimaste ferme agli anni ’90. Tutto in italiano, zero ospiti esterni, nessuno che parlasse di come fosse davvero lavorare nella scienza, oggi, specialmente a livello internazionale. O se tali conversazioni esistevano, erano riservate a studenti piu senior, al di fuori delle lauree triennali, come se non fossimo ancora pronti.
Quando iniziai a parlare con i professori della possibilità di studiare all’estero, e chiesi le prime lettere di referenza, le reazioni furono di sorpresa, se non proprio di smarrimento. Non perché fossero contrari, ma perché non era comune. Non si usava. E in fondo, come potevano scrivere una lettera su di me se non sapevano nemmeno chi fossi?
Ecco, questo forse mi ha colpita più di tutto: l’invisibilità.
Questo non vuole essere un atto d’accusa verso il sistema universitario italiano, che ha le sue eccellenze e i suoi meriti, ma una constatazione onesta: la mia esperienza personale è stata quella di una studentessa invisibile, in un sistema che fatica ancora a vedere i suoi studenti come persone uniche, con potenzialità da far fiorire, non solo da istruire.
Così ho preso una decisione: mettere tutto in standby e partire.
Sapevo che, per costruirmi un futuro più internazionale, serviva un elemento fondamentale: la lingua. E come tanti, mi sono resa conto che la scuola italiana non mi aveva preparata davvero. Avevo studiato inglese per anni, sì – ma parlare, capire, sostenere un’intervista o una lezione in inglese era un altro mondo.
Decisi allora di prendermi un gap year in Irlanda. Non avevo mezzi economici per corsi costosi o college internazionali, così mi reinventai ragazza alla pari: colazione, bambini da accompagnare, cena da preparare. E nel mezzo, imparavo l’inglese come potevo, parlando con gli anziani nei pub (dove l’accento era una sfida vera), frequentando corsi serali, ma soprattutto facendo amicizia con altre ragazze alla pari – spesso del nord europa – che già padroneggiavano l’inglese e mi aiutavano senza giudicare.



Quella è stata la mia vera scuola. Nessuna grammatica formale, ma conversazioni vere, sbagli, risate e momenti in cui mi sono sentita a disagio. Ma anche una grande sensazione di autonomia. Stavo imparando una lingua, sì, ma anche a gestirmi la vita, a risparmiare, a confrontarmi con il diverso, a essere flessibile. A vivere, in pratica.
Ottenuta la certificazione linguistica non c’erano più confini e il passo successivo era chiaro: proseguire i miei studi all’estero, iscrivendomi alla laurea magistrale in un paese europeo.
Ci tengo a sottolineare che questa è la mia storia. Una tra tante, ma vera. Non vuole essere una critica assoluta al sistema italiano, né un’ode cieca a quelli stranieri. Ogni paese ha le sue complessità, i suoi limiti, le sue eccellenze. Ma per me, uscire è stato necessario. Non per “fuggire”, ma per respirare. Per imparare a riconoscermi in un contesto che mi stimolava, che mi vedeva, che mi lasciava crescere. E, soprattutto, a cui non dovevo chiedere il permesso per il volerci provare.
(1, continua)




