Un nuovo inizio, in cerca di una direzione
1° dicembre 2025. Sono passati quasi due anni dalla mia partenza per Cambridge. Già, due anni… Mi rendo davvero conto di quanto tempo sia trascorso solo se penso a tutte le cose che da allora sono cambiate. Gli eventi degli ultimi mesi mi si susseguono innanzi uno dopo l’altro e cerco di intuirne una direzione, un senso. Gli occhi mi si inumidiscono e un sorriso malinconico mi segna il viso, quasi la smorfia beffarda di chi sa che quanto successo fa parte di un percorso ben preciso. Riconosco che ne è valsa la pena, ma percepisco ancora il vivido dolore delle ferite, ormai divenute pallide cicatrici. Mi sento più grande e consapevole, anche se non ho idea di cosa abbia in serbo per me la vita. Tuttavia, conservo gelosamente quel luccichio di chi continua ad affrontarne il turbinio, non mollando mai la presa e ancorandosi ad ogni appiglio possibile fino a strapparsi le unghie. Sangue amaro che scorre dolcemente.
Una volta tornato dall’Inghilterra a metà giugno 2024, ho vissuto tre mesi a dir poco frenetici: il 16 luglio ho sostenuto l’ultimo esame universitario che mi era rimasto (Storia greca), preparandolo in circa tre settimane, studiando giorno e notte; il 17 luglio, ho inaspettatamente scoperto di aver vinto un posto da dottorando presso l’Università Sapienza di Roma, prima ancora di aver conseguito la laurea Magistrale (cosa che sarebbe avvenuta il 19 settembre). Ho dovuto quindi terminare la tesi in poco più di quattro settimane, rinunciando ad un numero incalcolabile di ore di sonno e alla quasi totalità delle vacanze estive. L’ennesimo sacrificio di questi ultimi anni.
Ora lavoro alla Sapienza come dottorando in Filosofia della Scienza, con un progetto di ricerca sulla serendipità. Questo termine, dalla storia assai curiosa, si usa solitamente per indicare una scoperta scientifica randomica, che avviene mentre uno scienziato sta cercando qualcos’altro rispetto a ciò che trova infine. Per intendersi, un caso paradigmatico è quello della penicillina, scoperta casualmente da Fleming nel 1928: incuriosito di fronte ad un fungo con proprietà antibatteriche in cui si imbatté accidentalmente dopo essere tornato in laboratorio dopo qualche giorno di vacanza, Fleming non stava infatti cercando quello che si sarebbe poi rivelato l’antibiotico, ma stava studiando una colonia di batteri per comprendere le proprietà del loro comportamento. Eppure, quella ‘piastrina contaminata’ catturò la sua attenzione e costituì uno snodo cruciale per il completamento della scoperta. Il resto, come si suol dire, è storia. Il punto fondamentale è però il seguente: perché Fleming ha notato questa anomalia sperimentale e l’ha considerata significativa? Perché ha deciso di studiarla e approfondirla invece di gettarla via come alcuni suoi colleghi in precedenza? In queste due semplici domande, probabilmente, si nasconde uno dei segreti più profondi della scienza.

Lo scopo delle mie ricerche è proprio quello di capire la funzione e il ruolo che contingenza e casualità hanno nel dispiegarsi di una scoperta scientifica. Questi elementi, infatti, sono stati spesso messi in secondo piano rispetto alla razionalità metodica, specialmente da quella che per lungo tempo è stata la narrazione ‘canonica’ del funzionamento della scienza, intesa come un processo di natura prettamente razionale. Il mio intento è invece mostrare che la scienza è un continuo intersecarsi di casualità e raziocinio, una commistione di contingenza e metodo.
A fine ottobre 2024 mi sono quindi trasferito a Roma, dove ho trascorso alcuni dei mesi più scombussolati della mia vita. Per fortuna, però, la dimensione della ricerca universitaria è estremamente dinamica e richiede di viaggiare molto: solo in questo modo, infatti, si può davvero godere delle peculiari risorse e prospettive che caratterizzano ogni singolo centro di ricerca, in Europa e nel mondo. Solo così si possono ampliare i propri orizzonti e tentare di avanzare nel processo che, anche con un solo tassello, contribuisce alla composizione del mosaico della conoscenza.
E infatti, eccomi qua, pronto per un nuovo viaggio. Questa volta, la destinazione è l’Olanda, precisamente la piccola Utrecht, a soli venti-trenta minuti di treno da Amsterdam. Vi ho trascorso una settimana ad aprile 2025, in occasione della Spring School “Forms of Knowledge and Values in Science and Society”, e proprio in quella circostanza ho avuto la fortuna di conoscere la professoressa Federica Russo, persona ricca di risorse ed estremamente disponibile, che ha svolto un ruolo imprescindibile in questa storia.
È successo tutto in poco più di una settimana. “Mi piacciono molto le tue idee! Perché non vieni ad Utrecht a fare un bel periodo di Visiting?”. “Perché no, ci penso e le faccio sapere il prima possibile… Grazie!”. Appena ho chiuso la chiamata, avevo già deciso. La mia incertezza è durata solamente un paio di secondi, giusto il tempo di metabolizzare la proposta. Il Freudenthal Institute dell’Università di Utrecht, infatti, è uno dei centri più vivaci in tutta Europa per gli studi in Storia e Filosofia della Scienza, per cui non potevo assolutamente farmi scappare questa opportunità. Dieci giorni dopo, stavo firmando gli ultimi documenti e avevo già prenotato alloggio e voli.

Questa volta, il decollo non è accompagnato da nessuna canzone strappalacrime. Sento chiaramente che il mio cuore è più duro, avvolto da una corazza più spessa. Mi domando se sia un bene, ma non mi so rispondere. Da un lato, questa nuova indifferenza alle partenze e alla lontananza mi turba. Dall’altro, mi fa capire che forse sono più forte di prima, qualsiasi cosa significhi. Spero solo di non essere diventato apatico o insensibile.
Tra tutti questi pensieri, però, permane un tarlo fisso: qual è la mia direzione? Qual è il mio senso? Quale traiettoria sta tracciando la mia vita? Inizio a temere che queste domande non troveranno mai una risposta. E così, mi sorprendo a riflettere sempre più spesso sui momenti che sto perdendo, sui compleanni cui mi sto assentando, sugli abbracci che do sempre più di rado. Mi rispondo che è un inevitabile scotto da pagare, ma non so se è quello che voglio davvero.
Similmente, mi chiedo se il marinaio che affronta le intemperie, nel frattempo, riesca ad assaporare la pioggia che gli bagna le guance e le labbra, peculiare miscuglio di salsedine e purezza. Probabilmente, tutto il resto diviene semplice contorno, un abisso lontano e sfocato. Ma forse è proprio in quel margine che si nasconde il senso di cui vado in cerca.
Se ci si pensa bene, infatti, non esiste mai un vento favorevole per chi non sa dove andare e sta ancora tracciando la sua rotta. Tuttavia, voglio provare a tracciarla lo stesso, riducendo al minimo la paura e l’angoscia di sbagliare! Perché non è libero chi è schiavo del timore dell’ignoto, ma chi lo esplora con passione ingenua e consapevole stupore. Osiamo dunque, perché vivere non è restare al sicuro. Vivere è assaporare ogni momento nella sua unica meraviglia, anche in mezzo alla tempesta.




