E così siamo giunti al termine del mio viaggio. Quello sarebbe stato il mio ultimo giorno al Magdalene College. L’indomani alle 16.15 il mio volo sarebbe decollato dall’aeroporto di Londra Stansted e mi avrebbe riportato a Genova. A casa.
11 giugno 2024. Ore 06.30. La sveglia suona fastidiosa, ma sono già in piedi. Quella notte ho avuto un sonno agitato e scostante, frutto della preoccupazione degli ultimi preparativi. Sono circondato da diverse pile di vestiti che ho piegato e predisposto la sera prima, pronti per essere sistemati in valigia. Sento dei rumori provenienti dal piano di sotto. Anche la mia coinquilina è già sveglia. O forse è ancora sveglia. In quasi sei mesi non sono mai riuscito a capire i suoi orari…
Scendo rapidamente in lavanderia e ritiro gli ultimi panni che ho lasciato in asciugatrice. Sento un buon odore di pulito e percepisco quanto siano morbidi al tatto. Torno in camera e inizio a riempire le valigie, in maniera metodica e sistematica. Lascio fuori solo un cambio per il giorno dopo e il mio abito elegante.
Quella sera, infatti, avrei partecipato alla mia ultima social dinner, organizzata in occasione della chiusura dell’anno accademico. Quasi per miracolo, ero riuscito a reperire uno dei pochi biglietti rimanenti. Purtroppo, Antoine e Dario non erano stati altrettanto fortunati, ma ci avrebbero raggiunti dopo cena. Si prevedevano grandi festeggiamenti! L’intero College era in fibrillazione, nonostante la prossimità degli esami. Era allo stesso tempo il tramonto dell’ennesimo epilogo e l’alba di un nuovo inizio, tipici della ciclicità accademica. E tutti volevano goderne appieno.
Eppure, fin da piccoli ci insegnano che tutto ha un principio e una fine, sia le cose belle sia quelle brutte. Non sopportiamo l’idea che sia così, è vero, ma pian piano impariamo ad accettarlo. Forse, crescendo, perdiamo la capacità di farlo davvero. Ci illudiamo sia così. Cerchiamo di convincerci. Ma in realtà, il passato diventa malinconico e il futuro angosciante e incerto. Tutto sembra scivolare via, intrappolato in un vortice etereo che trascina con sé la nostra vita.
Ore 10.30. Mentre pensieri di questo tipo mi opprimono la mente, passeggio lentamente per il parco del College, calpestando l’erba ancora umida. L’aria è fresca e pungente, ma il sole mi accarezza il viso con i suoi raggi tiepidi. Respiro profondamente e osservo uno per uno tutti quei luoghi che sono ormai diventati parte della mia quotidianità. Arrivo fino all’estremità più lontana dell’ala est del College e, come fosse la prima volta, mi siedo sulla mia panchina preferita, dove ho trascorso molte delle mie pause pranzo. Chissà, magari un giorno, se e quando sarò diventato qualcuno, mi dedicheranno questa panchina: «Qui si dilettava a leggere il grande professore e scrittore italiano…, godendo dei tiepidi raggi del sole e delle carezze del vento». Suona proprio bene, penso, mentre sfioro con la punta delle dita gli assi della seduta per saggiare il vigore del legno.
Davanti a me si apre una meravigliosa distesa di papaveri che colora il prato di un rosso vivace che mai avrei rivisto, dipingendo sfumature cangianti a seconda dei riflessi della luce. Respiro ancora, in maniera sempre più profonda. Sento l’odore dell’erba appena tagliata. I miei occhi luccicano. D’un tratto mi alzo e corro a chiamare Dario e Antoine, che sicuramente stanno ancora dormendo. Devono assolutamente vedere quello spettacolo! Non importa quante volte l’hanno già visto…
Ore 17.30. Dopo aver saccheggiato il negozio di souvenirs affianco al Magdalene, decido di fare un’ultima passeggiata per le vie della città. L’indomani, carico di valigie, non avrei potuto godermela fino in fondo. Ripercorro le strade che portano al Market Square e proseguo fino all’HPS. Quindi, torno indietro passando di fronte al Trinity e al St. John’s College. Infine, mi dirigo verso la stanza di Dario, che si trova nell’ala ovest del Magdalene: siamo d’accordo che mi avrebbe imprestato la sua gown, quella specie di lungo mantello che indossano gli studenti in tutti i film americani, così da rendere ancor più speciale la mia ultima sera.
Ho sempre pensato si trattasse di un indumento altezzoso e spocchioso, quasi snob. Una sorta di simbolo di appartenenza a una qualche setta o élite di privilegiati. Eppure, quando la indosso per la prima volta lì davanti a Dario, mi sento molto a mio agio. Mi guardo allo specchio compiaciuto. Adesso capisco la sensazione che si prova.
Ore 19.30. La social dinner ha finalmente inizio. La sala è gremita di studenti, ma per fortuna Max mi ha tenuto un posto accanto a lui e ad un suo amico pakistano, di nome Nasir. Non ci conosciamo, ma mi è subito simpatico. Studia matematica e si occupa di sistemi e reti neurali. Sembra molto in gamba.
Proprio mentre gli sto illustrando a mia volta l’oggetto delle mie ricerche, una sorta di campana annuncia l’ingresso dei Fellows, cui è riservato un tavolo sfarzoso nella parte finale della stanza. Improvvisamente cala il silenzio e viene recitata una misteriosa preghiera, che non capisco fino in fondo. Ne segue un fragoroso applauso e la sala riprende vita. Nel mezzo del trambusto generale, iniziano ad arrivare le prime portate.
Come antipasto ci viene servito un panino farcito, accompagnato da una strana salsa piccante e da una tazza di tè. Il primo consiste in una vellutata di zucca, che supera le mie aspettative. Il secondo invece è una specie di arrosto imbevuto nel latte, molto tenero ma dal sapore deludente. Infine, ci viene proposto un dolce dal forte sapore di cannella. A dir poco immangiabile. Rimango stupito dalla rapidità con cui i camerieri tolgono i piatti ai commensali, noncuranti del fatto che stiano ancora mangiando o meno.
Ore 21.00. Terminata la cerimonia, ci dirigiamo verso il bar del College, dove ci viene promessa una birra gratis a testa. Ci raggiungono anche Dario e Antoine, vestiti di tutto punto. Da un lato del salone alcuni ragazzi cantano al karaoke, mentre altri giocano a una vecchia postazione arcade, che dispone di videogames piuttosto recenti: tra tutti, spiccano Super Mario Bros, Dragon Ball Tenkaichi e Mario Kart. Non ci tiriamo indietro e ci lanciamo nella mischia.
12 giugno 2024. Ore 03.30. Dopo non so quante birre, tre tornei di calciobalilla, due di biliardo e almeno quattro gran premi a Mario Kart, io e miei amici ci avviamo verso le nostre stanze, promettendoci però di salutarci ancora una volta l’indomani, prima della mia partenza. Mentre cammino sul sentiero lungo il torrente, d’un tratto sento una sorta di richiamo alle mie spalle. Mi volto e vedo la Biblioteca del College risplendere nella notte, illuminata come un gioiello. Decido di tornare indietro e di entrarci un’ultima volta. Vista l’ora, è completamente vuota.

Non so per quanto tempo io abbia camminato su e giù per le scale, aggirandomi come un fantasma. Mi sono fermato a ogni piano, più e più volte, per osservare ancora e ancora quelle meravigliose distese di libri e di tavoli vuoti. Non ti dimenticherò mai, penso ad alta voce.
Confesso che avrei dato qualsiasi cosa pur di far sì che quella notte non terminasse mai. Ma mi sono reso conto che quell’epilogo era il motivo per cui la mia avventura ne era valsa davvero la pena. E, come tutte le cose belle, ho lasciato che finisse. Prima, però, sono uscito un’ultima volta nel parco, da solo, a contare le stelle. Aspettando che il sole sorgesse di nuovo.
(8 – continua)




