Una volta svelato il segreto di Cambridge, la mia permanenza in Inghilterra ha assunto tinte rinnovate, più vivaci e profonde. In un certo senso, anche io ero diventato parte di quel segreto e dovevo custodirlo insieme a tutti gli altri. Mi sentivo come un nuovo ingranaggio di un grande e complesso meccanismo. Con il passare del tempo, inoltre, la piccola compagine formata da me e Antoine si è progressivamente ampliata: nell’arco di qualche giorno, infatti, abbiamo conosciuto Max e Dario, che si sarebbero rivelati due elementi imprescindibili per le nostre avventure.
02 marzo 2024. Ore 12.30. Consapevole di essermi ridotto all’ultimo minuto, mi dirigo rapidamente verso la mensa. Devo sbrigarmi, se non voglio accontentarmi degli avanzi! Speriamo che le uova strapazzate e il bacon non siano finiti, penso. Accelero il passo. Quel giorno non devo aspettare Antoine, che è momentaneamente tornato a Parigi per una serie di conferenze organizzate presso la Sorbonne. Entro in mensa giusto in tempo: sono rimaste tre uova e cinque fette di bacon. Le prendo tutte e aggiungo tre salsicce e salse a volontà. Ormai ci ho preso gusto e aspetto il brunch con grande impazienza!
Stranamente, quel giorno splende un sole tiepido, che riscalda il parco del College. Decido quindi di mettermi a mangiare su uno dei tavoli esterni. Dopo qualche minuto, si avvicina un ragazzo altissimo, con dei lunghi capelli biondi che gli cadono fin sulle spalle. Non posso evitare di notarlo, con quella acconciatura. Con mia grande sorpresa, si dirige proprio verso di me. Un lieve senso di timore mi attanaglia le gambe, immobilizzandomi. Fa per sedersi al mio tavolo, ma prima mi chiede “Can I sit here? Is it free?”. “Of course!”, rispondo con un misto di entusiasmo ed esitazione.
Si chiama Maxime, ma dice che va benissimo “Max”. Iniziamo a parlare del più e del meno: come Antoine, anche lui è francese, ma è nato e cresciuto a Parigi, cosa che si intuisce immediatamente dalla sua forte accentazione. Studia Matematica a Zurigo da quattro anni, ma è appena arrivato a Cambridge per portare avanti un progetto riguardante gli ordini di infinito. Rimango affascinato dalle sue ricerche e gli parlo dei miei interessi su Newton e la nascita della scienza moderna. Intuiamo immediatamente di avere passioni molto simili. Gli dico di aver conosciuto un altro ragazzo francese nel nostro College e gli prometto di farli incontrare nei giorni successivi. Il resto, come si suol dire, è storia.
07 marzo 2024. Sto cenando in mensa con Antoine e Max. Ad un certo punto, le mie orecchie captano involontariamente delle parole dalla conversazione che due ragazzi stanno conducendo nel tavolo accanto al nostro. Mi colpisce il ripetuto citare l’Italia e gli italiani. Pronto a difendere la mia patria da accuse infondate o da facili stereotipi, inizio a seguire il discorso in maniera più attenta. Dopo qualche scambio, però, mi rendo conto che l’inglese di uno dei due ragazzi ha una leggera cadenza italiana e che, soprattutto, non perde occasione per tessere le lodi della nostra penisola. Beh, non può che essere italiano, penso. Sono al settimo cielo: il primo italiano che incontro a Cambridge!
Effettivamente, era proprio così: una volta lanciatomi nella loro conversazione, avrei appurato che i miei sospetti erano corretti. Di lì in avanti, io e Dario saremmo diventati inseparabili.
E così, a partire da quel giorno abbiamo gradualmente costruito una vera e propria routine di gruppo. Dopo ogni pasto, che fosse pranzo o cena, ci recavamo nella Play Room della biblioteca per disputare qualche partita a biliardo e a calciobalilla. Purtroppo, sono una vera schiappa al primo dei due; ma, purtroppo per i miei amici, sono piuttosto forte al secondo. Vanto una sola sconfitta in quasi quattro mesi, con buona pace di Dario, che deve ancora digerire il rateo dei nostri incontri.
Il venerdì, invece, era il giorno del calcetto: il Magdalene affittava per l’intero pomeriggio uno dei campetti del King’s College, riservandolo a noi studenti. Le partitelle erano piuttosto rocambolesche, ma non per questo meno divertenti: niente calci d’angolo, niente rimesse laterali, niente retropassaggio al portiere. In sostanza, si trattava di street football giocato in un campo regolamentare! Una delle occasioni che ricordo con maggiore affetto è un incontro organizzato presso il Saint Jesus College, in un vero e proprio campo in erba. Su quelle zolle si è disputata una partita a dir poco leggendaria: il derby internazionale Europa vs Sud America, che, purtroppo, abbiamo perso ai rigori.
Fin da subito, non ho potuto fare a meno di notare che le adesioni a questi eventi non erano numerose come quelle che ci sarebbero state in Italia. Se, da noi, il panorama sportivo è fortemente monopolizzato dal calcio, in Inghilterra la situazione è molto più variegata: calcio, cricket, tennis, badminton, pallavolo, basket, canottaggio, croquet, etc. Quest’ultimo in particolare era molto in voga presso il Magdalene, dove ogni settimana si disputavano gli incontri di un torneo intercollegiale. Più volte mi sono soffermato ad osservare le partite, specialmente quando giocava James, il mio vicino di stanza, cercando di addentrami nei meccanismi del gioco. Tuttavia, ancora adesso faccio fatica ad afferrare appieno il senso e le regole di questo sport, che fino ad allora conoscevo soltanto grazie a Lewis Carroll e ad Alice nel Paese delle Meraviglie.
Il sabato, infine, era il giorno del grass volley: ci vedevamo alle 15.00 in punto all’ingresso del Magdalene, per poi recarci presso il Parker’s Piece, dove venivano imbastiti dei campi da pallavolo destinati a sopravvivere fino al tramonto, quando venivano prontamente smantellati. Proprio in quei mesi, tra l’altro, nel parco era stata assemblata una bellissima ruota panoramica, che rendeva ancor più affascinante l’atmosfera durante le partite. Confesso che questo era il mio appuntamento settimanale preferito!
Ovviamente, nel resto del tempo continuavo a dedicarmi assiduamente alle mie ricerche su Newton e l’alchimia.
E così, senza che me ne rendessi davvero conto, le settimane si susseguivano rapide l’una dietro l’altra e la mia avventura a Cambridge sfuggiva via in maniera irreversibile. Caduca. Per certi versi, si accresceva in me uno spasmodico desiderio di tornare a casa, dalla mia famiglia e dai miei amici. Ho perso tante cose in quei mesi: gli 80 anni di mio nonno e gli 85 di mia nonna, il compleanno di mia mamma, mio zio e mia cugina; le lauree di molti miei cari amici. Eppure, d’altro canto, mi sentivo sempre più disinvolto e abitante di una nuova casa, che si stava progressivamente costruendo intorno a me, mattone dopo mattone.
Con l’apparente arrivo della bella stagione, mi sono quindi ritrovato ad attendere impazientemente il sopraggiungere della primavera. Peccato che, come ho già detto in precedenza, in Inghilterra la primavera non arrivi mai…
Senza alcun dubbio, l’aspetto che ho patito maggiormente durante la mia permanenza non è stato né il cibo né la lingua, ma il tempo atmosferico. Fino ad aprile, non ho notato una grande differenza: anche Genova è una città molto piovosa durante la stagione invernale e la prima parte di quella primaverile. Ma non posso dimenticare i ventuno giorni consecutivi di pioggia che hanno accompagnato le mie ultime settimane a Cambridge dal 17 maggio al 06 giugno, con temperature medie comprese tra i cinque e i dieci gradi. Quello è stato un vero e proprio trauma. Ricordo perfettamente che il 02 giugno non sono riuscito a dormire per il freddo, mentre in Italia i miei amici facevano il primo bagno. È stato qualcosa di surreale! Per fortuna, in uno dei pochi sprazzi di bel tempo, il Magdalene ha organizzato un evento incredibile, che non dimenticherò mai: il ritorno dei gufi presso il parco del College!
Ma di questo vi parlerò la prossima volta…
(6 -continua)




