«E ora tocca a me! Ce la devo fare, non mi importa se è impossibile! Ma io scoprirò la mia verità. Finalmente io saprò volare… E volerò!». Queste sono le parole della canzone di Alex Baroni, colonna sonora del celebre Classico Disney Hercules, che hanno accompagnato il decollo dell’aereo che mi avrebbe portato in Inghilterra, destinazione University of Cambridge.
Non nego che qualche lacrima mi abbia rigato il viso mentre questo brano mi risuonava a tutto volume nelle orecchie, quasi a coprire il rumore del volo che mi avrebbe trascinato lontano da casa, affetti, amici…
Non nego che l’ottica di passare sei mesi all’estero, da solo, in un Paese di lingua e cultura diverse, a dir poco mi terrorizzava. L’inglese, infatti, è sempre stato (ed è tutt’ora) il mio tallone d’Achille: lo trovo una lingua ostica e cacofonica, povera da un punto di vista lessicale; ma probabilmente è solo un pretesto che avanzo per giustificare la mia scarsa predisposizione. In ogni caso, stavo andando nella tana del lupo.
«I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», queste parole di Wittgenstein riecheggiavano dentro di me, sempre più insistenti: temevo che il mio mondo si sarebbe ristretto in maniera irreversibile, claustrofobica, rendendomi improvvisamente incapace di esprimere anche il più semplice concetto, un mendicante di parole.
Sei mesi, poi, mi sembravano un’eternità.
E così, quelle settimane che mi prefiguravo interminabili in realtà sono trascorse in un attimo, come un respiro profondo dopo una faticosa corsa, aria fresca che addolcisce e fortifica i battiti.
La mia stanza del Magdalene College, la numero otto del complesso studentesco in Chesterton Road, si è rapidamente trasformata da vecchia catapecchia a prezioso rifugio, faro nelle buie e piovose notti inglesi.
Il piccolo e gelido Department of History and Philosophy of Science è progressivamente divenuto una spelonca ricca di tesori, dove ho potuto scovare materiali meravigliosi per le mie ricerche su Newton e l’alchimia. La biblioteca e il giardino del Magdalene College meritano, però, una menzione speciale: lì ho trascorso la maggior parte delle mie giornate, studiando con passione e dedizione. Nelle poche pause che mi concedevo, amavo sdraiarmi sul prato e osservare gli scoiattoli rincorrersi.
Lo ammetto molto sinceramente: l’idea di andare a Cambridge, una delle università più prestigiose al mondo, mi sembrava impossibile, qualcosa di più grande di me. E invece si è progressivamente concretizzata, frutto di sudore e determinazione. Proprio come Bilbo Baggins, protagonista de Lo Hobbit, anche io sono partito per un viaggio inaspettato, per il quale non avrei mai pensato di essere all’altezza e che mi avrebbe cambiato per sempre. Di qui il titolo di questo breve articolo. Grazie a questa avventura, anche io ho scoperto una parte nascosta della mia persona, ignota persino a me stesso.
Celebre è la massima dell’oracolo di Delfi, «γνῶθι σεαυτόν (conosci te stesso)», che esorta gli uomini a indagare nelle profondità della propria anima. Non a caso, Platone sostiene che per conoscere adeguatamente noi stessi dobbiamo guardare il divino che è in noi. Ebbene, la mia esperienza a Cambridge è stata senz’altro una tappa fondamentale di questo processo di ripiegamento su me stesso, un’immersione nei meandri del mio io. Non so se sono riuscito a scorgere il divino che è in me, ma sicuramente ho percepito per la prima volta un forte sciabordio interiore che non avevo mai sentito, linfa vitale e pulsante. Forse ho davvero scoperto la mia verità, o parte di essa.
Non dimenticherò mai la notte in cui tutta Cambridge si è riversata per le strade alle tre del mattino per ammirare i bagliori dell’aurora boreale, che risplendeva incantevole sopra di noi, svelando la nostra piccolezza. Ne conservo un ricordo indelebile, scolpito nelle iridi: eufonia di colori e polvere di stelle.
Senza alcun dubbio, si è trattato di un viaggio che mi ha scosso e cambiato nel profondo, permettendomi di conoscere il mondo nella sua complessità e di vederlo sotto nuova luce. Un crepuscolo d’eclissi. Ne sono tornato diverso, forse più grande e maturo, consapevole. E ripartirei domani, se solo potessi farlo. Tuttavia, confesso che ancora oggi mi commuovo ogni volta che ascolto la canzone sulle cui note ha avuto inizio il mio viaggio. Ormai custodisce un significato ben oltre le semplici parole, ricordo di un’avventura incredibile che porterò nel cuore, per sempre. Andata e ritorno.
(1 – continua)




