C’è un tipo di febbre che non si cura con un antipiretico: quella del vivere in un mondo che sembra non volerti. Febbre di Jonathan Bazzi (Fandango, 2019; nuova edizione 2024 con prefazione dell’autore) è un libro lucido che ha molto a che fare con il dolore. Una prosa cruda, fatta di frasi brevi, immagini precise, incise sulla pagina come tagli di un bisturi.
La storia, in superficie, è semplice. Un trentenne di Rozzano si trova improvvisamente preda di una febbre inspiegabile. Mesi di analisi e ansia lo portano a una diagnosi che è ancora circondata da tabù e paura: HIV positivo. Il percorso che conduce a questa ‘rivelazione’ si impasta con un viaggio di scoperta interiore, che porta l’autore-personaggio a ripercorrere la propria infanzia e adolescenza nella periferia milanese, un mondo fatto di violenza sotterranea, di vite ai margini, di ragazzi che si fanno uomini troppo presto.
Febbre è un testo lucido, quasi geometrico nel suo alternare due linee temporali – il presente della malattia e il passato della formazione – e costruire, passo dopo passo, un’identità di carta e sangue. Non è un libro sull’HIV, perché non vuole esserlo: è un libro sulla vita.
Rozzano non è solo il fondale di un’infanzia difficile: è un personaggio, un antagonista. Chi è cresciuto in una periferia (e no, non quella fatta di loft creativi e bistrot vegani) riconoscerà l’aria stagnante di un luogo dove il riscatto non è previsto dal copione. Ma Bazzi non trasforma Rozzano in un feticcio della marginalità: la racconta dall’interno, senza enfasi, retorica, indulgenza.
Chi è il protagonista in tutto questo? Un bambino che non gioca a calcio, che non si allinea, che intuisce presto di essere “diverso” (parola pericolosa, parola da nascondere) e che si rifugia nei libri, nel sapere, in quella cosa astratta che chi nasce nel posto sbagliato chiama ancora “la cultura”. E qui si apre il secondo grande tema del libro: l’identità, sessuale e intellettuale, in un mondo che non la contempla.
Febbre è un libro necessario, soprattutto oggi. Perché, nel panorama letterario italiano contemporaneo, troppo spesso diviso tra il romanzo “alto” e la narrativa di consumo, un’opera come questa ci ricorda che la letteratura può (e deve) essere anche un atto politico.
La scrittura di Bazzi è tutto fuorché innocua: prosa, secca e spezzata, con una meravigliosa intensità nervosa, ipnotica. Un libro scritto con l’urgenza di chi deve dire le cose senza far finta che il dolore sia poetico. È un linguaggio che porta addosso i segni della contemporaneità, dei social, della scrittura digitale: paratattico, diretto, ossessivo. In questo, Bazzi si inserisce in un filone di scrittura realista che si nutre di autobiografia, ma con una tensione formale che lo allontana dalla semplice autofiction.
Dopo Febbre, Bazzi è diventato una delle voci più ascoltate del dibattito culturale italiano. Scrive per Domani, per La Repubblica, interviene su questioni di genere, identità, periferie, esclusione. Non è un intellettuale di quelli che parlano dalla torre d’avorio: è uno che si sporca le mani, che scrive per chi ha ancora bisogno delle parole per orientarsi. In un paese in cui le narrazioni sulle minoranze sono spesso appaltate a chi le guarda da fuori, la sua voce è un’eccezione preziosa. Non è un libro scritto per “educare”, ma nel suo esistere educa, nel suo raccontare crea spazio per altri racconti. E questo, in fondo, è il compito più alto della letteratura.
Breve bio dell’autore
Jonathan Bazzi è nato a Milano nel 1985. Cresciuto a Rozzano, è laureato in Filosofia. Collabora con varie testate e magazine, tra cui Gay.it, Vice, The Vision, Il Fatto.it. Il suo libro Febbre, racconto autobiografico, è stato finalista al Premio Strega 2020. Ha pubblicato anche Corpi Minori nel 2022 (Mondadori).




