16 gennaio 2024. Aeroporto di Orio al Serio, Bergamo. Il mio volo decolla alle ore 13.35 spaccate, come da programma. Destinazione: Londra. Poi pullman fino a Cambridge. L’avventura Erasmus ha finalmente inizio. Una volta atterrato, mi accolgono un cielo plumbeo e una pioggerella fine, di quella che bagna senza che ce ne si renda conto. Quel tempo avrebbe accompagnato gran parte dei sei mesi che avrei trascorso in terra anglosassone, ma in quel momento non potevo saperlo. Me ne sarei accorto davvero soltanto a maggio, aspettando disperatamente una primavera che non sarebbe mai arrivata. Ma forse, in Inghilterra non arriva mai.
Dopo un’oretta scarsa di pullman, in cui ricordo di aver guardato per l’ennesima volta Tarzan, finalmente arrivo alla stazione Parkside di Cambridge, situata nel cuore della città. Le lancette del mio orologio da polso segnano le 17.30, ma in realtà il fuso orario è cambiato e ho guadagnato un’ora durante il viaggio. Un’ora in più da vivere, penso. Scendo e recupero le due valigione da venti chili che ho portato con me, praticamente svuotandovi dentro l’armadio la notte precedente. Non so perché, ma più divento grande, più mi riduco all’ultimo nel fare le valigie prima di una partenza.
Nonostante sia metà pomeriggio, è buio pesto. Mi avvio e attraverso un grande parco, di cui solo più tardi avrei scoperto il nome: Parker’s Piece. Qui, verso la fine di aprile, avrei disputato un divertentissimo torneo di “grass-volley”. Mentre cammino per le stradine della città, rimango stupito dalla scarsa illuminazione artificiale di cui dispone, aspetto che rende ancor più gotica l’atmosfera. Allo stesso tempo, tuttavia, mi accorgo che le luci delle stanze di ogni casa sono tutte accese, a prescindere dall’effettiva presenza di individui al loro interno. Che spreco, penso. Inoltre, quasi tutte le tende sono aperte e lasciano intravedere i segreti che dovrebbero celare, consentendo un accesso diretto alla vita delle abitazioni. Non riesco più a distogliere lo sguardo e una curiosità viscerale mi assale. Col tempo, mi ci sarei abituato.
Arrivo dunque alla mia destinazione: il Magdalene College. A onor del vero, credo sia importante sottolineare che si scrive “Magdalene”, ma si pronuncia “Maudlin”, in ricordo dell’antica pronuncia greca del nome della Santa cui è intitolato. Per fortuna, ero già stato avvisato di questa ulteriore complicazione linguistica. Per raggiungerlo, devo attraversare un ponticello che passa sopra il torrente che bagna tutta Cambridge e la divide in quartieri, disegnando indirettamente la planimetria della città. Mi trovo davanti ad una grande porta di legno, sopra la quale leggo l’insegna Porter’s Lodge. Ci siamo, sto per intraprendere la mia prima conversazione in inglese con un autoctono. Fino a quel momento, infatti, mi sono limitato a chiedere un paio di indicazioni e a comprare un panino per fare merenda. Non credo si potessero definire conversazioni a tutti gli effetti.
Faccio un respiro profondo e prendo coraggio, ma entro goffamente, intralciato dalle mie stesse valigie. Mi accoglie un portiere pelato e dalla faccia simpatica, con cui scopro di aver già scambiato un paio di e-mail: qualche settimana prima, infatti, avevo dovuto inviargli alcune fototessere destinate al mio badge universitario, ma nessuna sembrava rispettare i requisiti necessari. Nessuna tranne quella in cui ero venuto peggio, ovviamente. Cerco di ricordare il nome con cui si era firmato durante i nostri scambi, ma ho un vuoto. Per fortuna, è lui stesso a presentarsi: Hugo. Capisco fin da subito che è un gran chiacchierone e infatti, dopo essermi scusato per la mia pessima pronuncia, mi racconta di essere arrivato in Inghilterra più o meno alla mia stessa età, senza sapere la benché minima parola. In realtà, ha origini portoghesi. La mia prima conversazione con un autoctono è dunque rimandata e questo mi tranquillizza. Mi chiede da quale città d’Italia io provenga e alla risposta «Genova» mi dice entusiasta che il mio dialetto è molto simile al portoghese. Sorrido, pensando mi stia prendendo in giro, ma lui insiste e mi chiede di parlargli in genovese. «Really?», rispondo sorpreso. «Yeah, really! Ask me: What’s your name?». Un po’ in imbarazzo, eseguo l’ordine: «Cumme te ciammi?». Scoppia a ridere e mi dice che è identico! A quel punto, iniziamo a confrontarci su altri termini e modi di dire, riscontrando sempre più somiglianze. Momenti come questo non si possono dimenticare. Più avanti, verso la fine della mia avventura, avrei trascorso un’intera nottata parlando a cuore aperto con Hugo. Fino all’alba. Ma questa è una cosa tra me e lui.
Terminato questo simpatico siparietto, ci dirigiamo verso la mia sistemazione: una stanza del complesso studentesco in Chesterton Road, la numero otto. Hugo mi spiega che è un insieme di piccoli alloggi destinati ai soli Postgraduate students, di cui anche io faccio parte. Mentre cammino, sempre trascinando le valigie, noto una bellissima chiesa in stile gotico all’angolo della strada (St. Giles’ Church) e una pizzeria dall’insegna verde, bianca e rossa con sopra scritto Margherita. Storco il naso diffidente e proseguo.
Entrati nel complesso studentesco e salita una scala molto ripida, completamente rivestita da un’oscena moquette beige, Hugo apre la porta della mia stanza. Quello che mi si presenta innanzi è uno spettacolo che mi fa rabbrividire: è piccolissima e riversa in condizioni di pulizia alquanto discutibili. Il pavimento è completamente avvolto dalla tremenda moquette che ho appena visto sulle scale e cela una sporcizia risalente a chissà quale periodo storico. Il letto non è altro che una branda completamente spoglia e con delle preoccupanti macchie gialle su tutto il materasso. Sopra il letto si apre una piccola botola per nulla rassicurante e l’arredamento si compone soltanto di una cassettiera e di una scrivania. Hugo si congeda e rimango solo in quella che sarebbe stata la mia nuova “casa”. Un tremito di sconforto mi percorre le membra: sei mesi non sono poi così lunghi, penso…
(2 – continua)




