Michel Houellebecq, si sa, ha un talento per sollevare polveroni. I suoi fan lo amano per questo, i detrattori lo attaccano – e spesso lo incolpano di ogni nefandezza. Poi però arriva La carta e il territorio (2010, Premio Goncourt) e la faccenda prende una piega diversa, più malinconica, meno provocatoria… anche se questo non significa che Houellebecq sia diventato improvvisamente mansueto. Semplicemente qui sceglie di raccontare una storia che somiglia di più a un lungo sguardo rassegnato – e al tempo stesso pieno d’ironia – sul nostro bel mondo “moderno”.
Il protagonista, Jed Martin, è un artista che fotografa mappe stradali Michelin e poi passa ai ritratti figurativi di persone al lavoro. Delle due, l’una: o il ragazzo è un genio, oppure ha un gusto spiazzante per la stravaganza. In ogni caso, nel romanzo si trasforma in un astro nascente dell’arte contemporanea. Ed è proprio in quel momento che incontra il personaggio più assurdo: Michel Houellebecq stesso, autore megalomane che si autoromanza, si trasforma in una figura narrativa a tutti gli effetti (e poi muore male!)
Si, muore. Houellebecq (scrittore) uccide Houellebecq (personaggio). Ma questa dipartita non è poi un grande spoiler. La carta e il territorio non diventa un thriller, rimane un viaggio dentro l’isolamento umano e l’assurdità dell’arte come merce di lusso, condito da un caso di cronaca nera (questo, sì, reso da manuale).
Houellebecq è l’autore che in gioventù avreste trovato a una festa a bordo pista: un tipo apparentemente freddo, con la battuta sempre pronta su quanto la civiltà occidentale sia in disfacimento. Con La carta e il territorio la sua scrittura resta tagliente ma si fa meno scandalistica: addio super-dosi di sesso e cinismo totale, benvenuta ossessione per il vuoto sociale. Tra le righe, però, si intravedono ancora quelle stoccate al “capitalismo da discount” che gli appassionati di questo autore conoscono bene. Sotto l’aria “ritirata” e l’apparente mitezza, Houellebecq resta un cacciatore di ipocrisie. In queste pagine, gioca con l’arte contemporanea e con un mercato che trasforma una semplice foto in un oggetto da milionari. E mentre Le particelle elementari (uno dei suoi romanzi più famosi) ci picchiava in testa con l’idea di un’umanità ridotta a “cocci” biologici, La carta e il territorio ci mostra un universo dove la mappa conta più del territorio stesso (e, ammettiamolo, un po’ è la condizione del nostro tempo, iperconnesso eppure spaesato).
C’è dell’altro. La solitudine di Jed Martin e la figura di “Houellebecq-personaggio” sono l’emblema di chi osserva e critica, ma non sempre riesce a impegnarsi in una trasformazione concreta. È un invito – probabilmente involontario – a non cadere nel pessimismo e a continuare invece a coltivare la partecipazione civica e la consapevolezza sociale. Perché se l’artista finge di “non avere nulla a che fare con la vita reale”, la vita vera bussa comunque alla porta, magari sotto forma di omicidio inspiegabile.
Chi si aspetta la scrittura “strillata” e ultra-provocatoria dei primi romanzi, qui troverà un tono più morbido (ma attenzione, houellebecquiano fino al midollo). La prosa è scorrevole e apparentemente neutra, eppure, quando meno te l’aspetti, ecco la stilettata: l’analisi lucidissima, la sentenza che ti lascia con il retrogusto amaro di chi ha visto troppo.
La carta e il territorio ci fa toccare con mano il corto circuito tipico dell’Occidente di oggi: veneriamo mappe, simulazioni e status symbol, mentre il “territorio” (la realtà di ogni giorno) scivola nell’incuria e nell’anonimato. In questa dinamica, Houellebecq intravede il germe dell’apatia sociale che – se non contrastata – sfocia in derive ben peggiori.
Nota biografica sull’autore
Il francese Michel Houellebecq nasce nel 1956 (o ’58, c’è qualche divergenza) a Saint-Pierre, nell’isola di Réunion, si laurea in agronomia e fa l’informatico prima di rivelarsi uno degli autori più discussi della letteratura mondiale. Con romanzi come Estensione del dominio della lotta e Le particelle elementari, attira subito polemiche sull’alienazione sessuale, il declino dei valori in Europa e il futuro di una società iper-liberista. Nel 2010 vince il Premio Goncourt con La carta e il territorio, consacrandosi anche tra i salotti “bene” della critica, che ha ormai capito di non potersi liberare di lui tanto facilmente. Malgrado le accuse di nichilismo e di posizioni ideologiche scomode, resta uno degli osservatori più implacabili dei nostri tempi: un artista che, spesso con gustosa malizia, rovescia lo specchio, ci mostra il nostro riflesso e ci costringe a guardare la faccia nascosta del mondo.




