La forza di Confiteor scaturisce dalla discrepanza fra la sua apparenza di racconto domestico – con tanto di cortili, stalle, filari d’alberi nel mezzo della Pianura Padana – e la sua essenza profonda: una quête filosofica e religiosa sull’identità, la memoria, il male e il silenzio di Dio. Piergiorgio Paterlini costruisce un testo a metà fra l’autobiografia intima, la confessione spirituale e l’indagine genealogica. È un libro che rammenta la lezione di certe grandi narrazioni del Novecento, dove l’eco costante dei ricordi infantili si fa fulcro per domande mai del tutto risolte.
La struttura del libro ricalca il movimento ondivago della memoria: capitoli che tornano ripetutamente sull’infanzia dell’autore e su eventi decisivi sembrano progressivamente svelare, piuttosto che dissolvere, il mistero che avvolge la famiglia Paterlini. La rievocazione del gallo che aggredisce il bambino, la tensione costante verso il timore della morte apparente (ereditato da un lontano racconto su Pier Giorgio Frassati, dal quale il protagonista ha ereditato il nome), gli echi di un mondo contadino fatto di cicli naturali e di improvvisi drammi: tutti dettagli che compongono un mosaico di luci e ombre.
Paterlini ci costringe a interrogarci: se ogni singolo episodio della vita può avere risvolti metafisici, allora l’infanzia diventa un palcoscenico di epiche paure, sussulti d’angoscia e microscopiche, ma definitive, scoperte. Così si percepisce l’incongruenza tra la materialità di un pollaio, di un fienile, di un fosso in mezzo ai campi – immagini di un’Italia agraria che parrebbe rassicurante – e la silenziosa epopea interiore dell’autore, che sente ogni scampanellio come un presagio, ogni temporale come un potenziale giudizio universale.
Uno degli snodi più potenti del testo è la ricerca delle origini, come in un romanzo giallo dove la traccia principale è data dai documenti polverosi dell’anagrafe e dai loculi del cimitero. L’autore insegue l’ombra dei nonni, pressoché spariti da ogni ricordo. Ne nasce un racconto a più voci, in cui i registri comunali, gli impiegati di Stato civile e la memoria improvvisamente risvegliata di una zia lontana ricompongono l’albero genealogico paterno e materno. È un momento letterario di grande intensità, perché ci rende spettatori del nascere di un’identità che pare fin lì incompleta: la filiazione e il senso d’appartenenza trovano un nuovo possibile fondamento quando i tasselli negati emergono dall’oblio.
La questione religiosa e metafisica attraversa Confiteor come una sotterranea corrente elettrica. Fin da bambino, Paterlini è tormentato dalla domanda: “Dio esiste? E, se esiste, è buono o cattivo?” Cresciuto in un ambiente profondamente cattolico, dove la paura dell’aldilà e del peccato mortale è quasi tangibile, egli non trova risposte sufficienti; anzi, scorge nel silenzio di Dio una sorta di “carognata” (come la definisce l’autore stesso), un gioco a nascondino con regole ignote. È questo l’altro grande rovello del testo: la fede ritenuta un dono, la speranza giudicata ragionevole solo per chi non possiede certezze, la carità come virtù praticabile anche in assenza di Dio.
Le sue pagine cercano un punto fermo e non lo trovano in dogmi né nella rivolta conclamata dell’ateismo; si incagliano piuttosto su un “agnosticismo militante”, definizione intrigante con cui Paterlini indica la necessità di porsi costantemente nuove domande e di non archiviare mai il caso dell’esistenza di un Dio (buono o meno). Una tensione intellettuale che, a tratti, assume toni spiccatamente letterari, tra riflessione filosofica e accenti di confessione mistica.
Se da un lato l’autore introduce temi di filosofia spicciola e teologia, il suo linguaggio non si complica mai in erudizioni. Con prosa nitida e diretta, talvolta inframmezzata da abbandoni lirici, egli rievoca volti, spazi, catastrofi personali. I capitoli sembrano muoversi in cerchio, come fossero frammenti di un diario: il risveglio da un’anestesia dove la coscienza resta attiva, i pomeriggi estivi in cui la famiglia si rifugia dallo spettro di un temporale. Ricorrono scene quotidiane, narrate in modo da renderle figure emblematiche di una vita: la polenta tagliata col filo, la vendemmia con i piedi immersi nel mosto, l’uccisione del maiale vista con gli occhi di un bambino.
Lo sguardo non si accontenta dell’aneddoto folcloristico: scava e solleva il velo della normalità, trasformando la piccola cascina in un universo mitologico, un mundus archetipico che però non risolve affatto le angosce. È uno stile che saremmo tentati di definire “autofiction filosofica”. Una prosa che, con un misto di ingenuità e di consapevolezza adulta, trascina il lettore in un mondo in cui ogni dettaglio può trasformarsi in un enigma.
In filigrana, Confiteor è la storia di una formazione mancata e poi recuperata: all’autore da ragazzino sembra mancare un sostegno solido – la madre e il padre appaiono troppo ansiosi, spaventati essi stessi dal mondo – e tuttavia proprio quella mancanza innesca la sua disperata necessità di sapere, di comprendere. È come se l’intera opera fosse un esperimento condotto su di sé: scava nelle radici, s’inoltra in paure e desideri, ne svela la matrice etica e culturale, ci mostra l’amore/odio verso i dogmi e l’ansia di libertà da ogni imposizione. La paura del panico notturno, il bisogno di avere qualcuno accanto, la fuga dai silenzi: ogni vicenda diventa un capitolo di questa affermazione del sé alla ricerca di una voce definitiva.
Eppure, il libro non consegna un responso ultimativo. È confessione, non proclama; e la forma del racconto – per piccole illuminazioni a spirale – restituisce un senso di perenne, eppur sereno, work in progress.
Confiteor, 330 pagine per 20 euro, pubblicato da Piemme, è uno dei 32 titoli attualmente in corsa al Premio Strega 2025.
L’autore
Piergiorgio Paterlini (1954, Bassa Reggiana) collabora a Lodigiano Democratico da quando il magazine è comparso sul web (sua è la rubrica di filastrocche “Il tempo delle Meloni”). E’ scrittore, giornalista, critico letterario per Repubblica. I suoi libri si possono trovare sui siti Einaudi, La nave di Teseo, Einaudi Ragazzi, Voland, Ponte alle Grazie, Piemme, Feltrinelli.




