Il connubio tra agricoltura di qualità e rinnovabili è divenuto, in particolare nel Lodigiano, un problema di scottante attualità. E’ indiscutibilmente un tema di grande rilevanza e proprio per questo richiede di essere analizzato in maniera approfondita, superando le sterili polemiche del giorno per giorno legate alle lungaggini burocratiche e ai ricorsi alla magistratura.
Lo stato dell’arte
L’agrivoltaico (nuovo termine coniato nel 2011) è la combinazione nello stesso terreno di agricoltura di qualità e produzione di energia elettrica solare. E’ la risposta al problema posto dagli impianti solari che coprivano interamente il suolo agricolo impedendo ogni coltivazione. Infatti, grazie alla diminuzione di prezzo dei pannelli solari (diminuito del 97% rispetto al 2010), destinare al fotovoltaico terreni destinati alle coltivazione è diventato conveniente anche senza incentivi.
Oggi non possono più essere autorizzati impianti fotovoltaici che coprono il terreno coltivato e solo gli agricoltori possono chiedere l’autorizzazione all’agrivoltaico per progetti che garantiscano all’attività agricola almeno il 70% della superficie totale e che prevedano un’altezza dei moduli solari dal suolo di 1,3 metri nel caso di pascolo e di 2,1 metri nel caso di coltivazioni con passaggi di mezzi agricoli al fine di garantire l’insolazione delle piante.
Insieme al progetto fotovoltaico, che può essere elaborato anche in collaborazione con società finanziarie (fondi di investimento, ecc.), l’agricoltore (o più agricoltori associati) deve presentare un progetto di colture e/o di allevamento compatibili con l’impianto solare che prevedano il ricorso alla cosiddetta agricoltura di precisione e comunque a strumenti di controllo digitale. Si devono cioè realizzare sistemi di monitoraggio di verifica dell’impatto del fotovoltaico sulle coltivazioni e sul foraggio, di risparmio idrico e di recupero di fertilità del suolo che facilitino il controllo del microclima e la resistenza ai cambiamenti climatici.
L’agricoltore deve quindi essere capace di far l’agricoltore come e meglio di prima, aggiornando le sue competenze e facendo ricorso a tutte le risorse che le nuove tecnologie mettono a disposizione. Dal canto loro, le autorità competenti (il Ministero per l’Ambiente, per quel che riguarda la sicurezza energetica; la Regione, per l’indicazione delle aree idonee; la Provincia, per le deleghe che riceve dalla Regione) devono controllare la bontà non solo del progetto fotovoltaico, ma anche di quello agronomico. Ciò che va tenuto presente è che si deve evitare il rischio che prenda piede un approccio industriale alla risorsa-suolo che punti a massimizzare la produzione monocolturale di energia: come è stato sino ad oggi, ad esempio con il mais destinato al biogas, e come potrebbe accadere domani privilegiando il fotovoltaico per trascurare l’attività agricola.
In questo senso l’agrivoltaico può trasformarsi in un reale miglioramento rispetto all’agricoltura monocolturale e intensiva prevalente oggi in alcuni comuni della provincia di Lodi, a condizione che i progetti agro-zootecnici che vengono associati all’agrivoltaico siano di qualità. In questo potrebbe avere un ruolo importante la Provincia, che potrebbe farsi promotrice di convenzioni con le Facoltà universitarie di Agraria per supportare le aziende agricole nell’elaborazione dei progetti.
Il fotovoltaico fa bene all’agricoltura
I benefici dell’implementazione di progetti di qualità legati all’agrivoltaico hanno un immediato riscontro positivo anche a livello produttivo: la Regione Toscana, ad esempio, ha già potuto verificare un aumento di qualità e quantità in viticoltura e nella produzione di alcuni ortaggi, mentre in Sardegna e nel ferrarese sono stati registrati miglioramenti significativi per ciò che riguarda l’allevamento avicolo. Ancora, grazie all’aumento delle fasce non coltivate in presenza di filari fotovoltaici anche in Italia (come già avvenuto negli USA, in Minnesota) si è verificato un aumento degli insetti impollinatori. Nella Francia meridionale, grazie alle applicazioni di agricoltura di precisione associate al fotovoltaico, è stato registrato un aumento di produttività delle produzioni ortofrutticole intensive che ha avuto incrementi (a seconda delle colture) valutabili tra il 35 e il 73%. Anche le produzioni foraggere, infine, possono trarne beneficio, purché sia definito con precisione l’equilibrio tra numero di capi e superficie agricola disponibile.
Il progetto agrivoltaico di Casalpusterlengo (187 mila metri quadrati) destinato alla coltivazione di erba medica è stato di recente oggetto di reazioni pesantemente negative, al limite della derisione: in realtà l’erba medica è un’ottima foraggera, da sempre coltivata nel nostro territorio e in Emilia (dove è un elemento indispensabile del disciplinare del Parmigiano Reggiano); riduce gli infestanti (e quindi l’uso di diserbanti), ha un alto contenuto proteico e resiste alle stagioni siccitose. Il problema infatti non è l’erba medica. Il problema sono i 187 mila metri quadrati coltivati nello stesso modo e per 20 anni: qualsiasi coltivatore lungimirante penserebbe ad una diversificazione e una rotazione delle colture.
Fotovoltaico sui tetti
Ora rimane da rispondere alla più sentita di tutte le obiezioni all’agrivoltaico: ma non è meglio mettere i pannelli solari sui tetti delle case e dei capannoni? Sì, non solo è meglio, ma dovrebbe essere persino obbligatorio; senza limitarsi, come attualmente previsto, alle nuove costruzioni. Per il Lodigiano si potrebbe cominciare a migliorare la situazione introducendo l’obbligo alla copertura totale dei tetti già nelle norme del nuovo Piano Territoriale, approfittando del fatto che proprio in questi giorni è in discussione in Provincia. Se usassimo tutti i tetti d’Italia per installazioni solari, saremmo già in grado di soddisfare tutte le nostre necessità. In Italia infatti la superficie coperta da costruzioni in cemento è pari a 20 mila chilometri quadrati: basterebbe destinarne un decimo all’installazione dei pannelli solari per produrre tutta l’elettricità rinnovabile necessaria agli obiettivi del 2030.
Ma non è così semplice. Perché non sempre si può fare, perché non si può obbligare tutti a farlo e perché ci sono tantissimi vincoli: fisici, proprietari, finanziari, legali, artistici e paesaggistici. Supponendo comunque che sia possibile realizzare tramite i pannelli posti sui tetti almeno metà dei 75 GW di fotovoltaico di cui l’Italia ha bisogno entro il 2030 (ed è già una stima generosa), l’altra metà si dovrà realizzare al suolo. Parliamo di circa 70 mila ettari: anche ammettendo che si possano sfruttare i terreni improduttivi, le vecchie discariche e le cave dismesse, si dovrà comunque realizzare agrivoltaico sullo 0,4% della SAU.
Il decreto “Agrivoltaico 2024” (con 897 progetti presentati complessivamente a livello nazionale a settembre 2024), prevede solo 1 GW di fotovoltaico sui campi, una percentuale quasi irrilevante rispetto al fabbisogno complessivo. Tra Lodi e provincia ci sono 12 progetti: 7 già autorizzati, gli altri in corso.
Conclusioni
Come si vede, il problema più rilevante non è la quantità assoluta di suolo agricolo utilizzato per l’agrivoltaico, quanto l’elevata concentrazione in poche aree e la pratica monocolturale: che spesso riguarda pochi agricoltori ricchi, invece di aiutare tutto il settore. L’altro aspetto critico sono i tempi lunghi di realizzazione degli impianti: l’80% dei progetti già approvati è in ritardo.
L’agrivoltaico “fatto bene” esige un approccio responsabile ed equilibrato: l’innovazione produttiva in agricoltura, che deve essere più sostenibile, più biologica, meno intensiva e meno chimica del passato, consente non solo di dare risposte al problema del fabbisogno energetico, ma è in grado allo stesso tempo di far conseguire miglioramenti produttivi qualitativi e quantitativi.
Un’opposizione acritica che, rispetto al cambiamento, si ponga come unico obbiettivo la resistenza a tutti i costi, con pratiche dilatorie di ogni tipo, non è di nessuna utilità. Bisognerà invece riuscire ad operare un controllo efficace sui progetti che renda possibile, se il caso, di introdurre modifiche in itinere, in modo che quelli che verranno realizzati siano progetti davvero di alto profilo. Tutti insieme dobbiamo lavorare per migliorare l’agricoltura e l’ambiente e per innovarne i processi produttivi, non per fermarli.




