Terra dei Fuochi: “ecogiustizia subito!”
La “Terra dei Fuochi” deve essere risanata: l’Italia ha due anni di tempo per agire e far cessare il pericolo che da decenni grava su 2,9 milioni di persone che vivono nell’area campana tra il nord del Napoletano e il sud del Casertano. Un’immensa discarica illegale per i rifiuti tossici di aziende italiane ed europee in cui troppo spesso si assiste anche ai roghi dei rifiuti, con conseguente produzione di gas nocivi. I dati a disposizione ci dicono che in quest’area si rileva un significativo aumento dei casi di tumori.
La Corte europea dei diritti umani, (CEDU) lo ha sentenziato all’unanimità dando ragione a 41 cittadini e cinque associazioni che avevano presentato un ricorso per non essere stati adeguatamente protetti dalle conseguenze provocate da questi depositi, condannando lo Stato italiano per la sua inazione di fronte allo scarico di rifiuti tossici da parte delle ecomafie.
Ancora oggi in Italia a 6 milioni di persone viene negato il diritto alla salute, a un ambiente salubre e allo sviluppo sostenibile dei territori. Chi inquina non può continuare a farla franca.
SIN e SIR in attesa di bonifica
L’Italia è in attesa da decenni della bonifica di ben 42 Siti di Interesse Nazionale (SIN) per una superficie di circa 170.000 ettari a terra e 78.000 ettari a mare e di ben 36.814 Siti di Interesse Regionale (SIR) per un totale di 43.398 ettari perimetrati. In Lombardia i SIN sono cinque: Broni (Pavia), Brescia-Caffaro, Sesto San Giovanni (ex stabilimenti Falck), Pioltello e Rodano (polo chimico), Laghi di Mantova e polo chimico. Nel lodigiano si trovano ancora due SIR da bonificare: la centrale elettrica di Montanaso (e Tavazzano) e l’area della ex Inovyn Elettrosolfuri e Cloroderivati Spa, tra Lodi Vecchio e Tavazzano. Ci sono anche diversi Siti di Interesse Comunale, perché in molti casi la Regione Lombardia ha scaricato le competenze sui Comuni, compresi l’anticipo dei costi di bonifica e l’onere di rivalsa su chi ha inquinato.
Cosa vogliamo? Ecogiustizia subito!
Ecco perché ACLI, AGESCI, ARCI, Azione Cattolica Italiana, Legambiente e Libera hanno unito le forze ed hanno lanciato insieme la campagna nazionale a tappe “Ecogiustizia subito! In nome del popolo inquinato”, iniziativa che tocca tutto il territorio nazionale per segnalare i ritardi del Governo e dello Stato (sia a livello centrale che regionale). Da novembre ad aprile si sono svolte e si svolgeranno iniziative a Casale Monferrato (AL), Taranto, Marghera (VE), Augusta, Priolo e Melilli (SR), Brescia, Napoli e nella Terra dei fuochi (NA-CE), per siglare in ognuno di questi territori un “Patto di comunità per l’Ecogiustizia” per il riscatto del popolo inquinato.
Anche nel Lodigiano.
Dal Comitato Ambiente Vidardo e da Legambiente è partito l’appello rivolto ad associazioni, reti sociali, comitati locali e istituzioni affinché si mobilitino per la giustizia ambientale del territorio lodigiano e diano vita ad una iniziativa di denuncia e a un coordinamento “Ecogiustizia subito!”.
Nella Terra dei Fuochi, per decenni, diverse aziende italiane e straniere hanno stretto in segreto accordi con la camorra per smaltire illegalmente, e a basso costo, rifiuti pericolosi. Ciò accade da anni anche nel lodigiano con lo spandimento, nei campi, dei fanghi non adeguatamente trattati.
Una piattaforma di informazione pubblica
I giudici europei hanno ricordato che la popolazione non deve rimanere all’oscuro di quel che succede sul suo territorio e che l’Italia deve istituire “un meccanismo di monitoraggio indipendente e una piattaforma di informazione pubblica”.
Inoltre, secondo quanto stabilito dalla Corte di Strasburgo, il nostro Paese ha due anni di tempo per attuare una strategia correttiva che dovrebbe consistere nell’introdurre “misure generali in grado di affrontare in modo adeguato il fenomeno dell’inquinamento” in questione.
La Corte ha riconosciuto un rischio per la vita dei cittadini “sufficientemente grave, reale e accertabile” che può essere qualificato come “imminente”. E ci sono delle aggravanti perché l’Italia, secondo la Corte, “per sottrarsi al suo dovere di protezione nei confronti degli abitanti, non poteva trincerarsi dietro il fatto che non potessero essere accertati gli effetti precisi che l’inquinamento avrebbe potuto avere sulla salute dei cittadini”.
I giudici non hanno riscontrato prove sufficienti di una “risposta sistematica, coordinata e completa da parte delle autorità”, in quanto lo Stato italiano non è riuscito a dimostrare di aver intrapreso tutte le azioni informative e penali necessarie per combattere lo smaltimento illegale dei rifiuti.




