Le strade invase dall’acqua, i piani terreni allagati, gli scantinati sommersi e ridotti a depositi di fango: in Brianza l’impatto del maltempo che ha colpito la Lombardia il mese scorso è stato devastante. Fiumi e canali si sono gonfiati fino a straripare e l’acqua, dopo aver invaso strade, piazze e abitazioni, ha lasciato dietro di sé solo fango e detriti.
Proprio mentre Trump, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, attaccava le politiche dell’Unione Europea orientate alla transizione energetica e al mitigamento dei cambiamenti climatici, che ha definito “il più grande imbroglio mai perpetuato”, i cittadini delle province di Como, Monza Brianza e dell’area del nord Milano contavano i danni del nubifragio, rimboccandosi le maniche per cercare di ripartire e salvare quanto possibile.
In Brianza l’acqua del torrente Tarò, dopo essersi accumulata per le strade e lungo le rampe di accesso ai box, ha sfondato porte e finestre degli scantinati con una forza improvvisa e travolgente. Nei garage auto moto e scaffali sono stati sommersi, e persino le pareti divisorie dei locali sono state spazzate via dall’onda d’urto. La macchina dei soccorsi e degli aiuti si è messa in moto e nei giorni successivi tanti volontari delle province vicine hanno raggiunto le zone allagate per cercare di dare una mano, ciascuno secondo le competenze e il tempo che poteva mettere a disposizione. Non solo Vigili del Fuoco e Protezione Civile, ma anche tanti giovani, studenti e lavoratori hanno impugnato pale e raspe, dando segno tangibile di una comunità solidale in grado di reagire di fronte a una simile emergenza.
Anch’io e alcuni amici abbiamo raggiunto, sabato 27 settembre, il comune di Meda; indossati stivali e guanti abbiamo subito cominciato a dare una mano alle famiglie ancora impegnate nella pulizia dei 15 centimetri di fango e detriti che ricoprivano i pavimenti. Nelle poche ore concesse prima del ritorno di una nuova ondata di maltempo abbiamo potuto offrire il nostro piccolo contributo: nell’attesa che arrivassero i tecnici con le idrovore per svuotare i locali allagati abbiamo riempito decine di carriole con terra, rottami, vestiti, libri, elettrodomestici e ricordi personali, accatastandoli poi lungo le strade affinché venissero raccolti e smaltiti dalla Protezione Civile.
Le cause delle esondazioni del Seveso e del Tarò sono da ricercare nelle eccezionali perturbazioni che hanno interessato il Nord Italia, facendo registrare livelli record di precipitazioni in poche ore. Ma il fenomeno porta con sé una riflessione più ampia: quella sul cambiamento climatico. È ormai innegabile, oltre che scientificamente provata, la stretta correlazione esistente tra emissioni di gas serra, aumento delle temperature e eventi climatici estremi. Non si tratta perciò né di un concetto astratto né tantomeno di un’invenzione strumentale, come vorrebbe farci credere il presidente/tycoon degli USA, ma di una realtà che si manifesta sempre più spesso in modo imprevedibile e con esiti drammatici per le comunità e i territori colpiti.
In Europa si stanno raggiungendo risultati positivi per quanto riguarda l’abbattimento delle emissioni inquinanti, la produzione di energia da fonti rinnovabili e il relativo risparmio economico rispetto alla produzione da fonti tradizionali, nonostante gli obiettivi di Agenda2030 siano ancora lontani. Tuttavia gli sforzi messi in atto dai governi europei rischiano di rivelarsi poco efficienti o addirittura vani se oltreoceano, con buona pace delle direttive dell’ONU e dei risultati di innumerevoli ricerche scientifiche, si preferisce regredire e restare fedeli al “clean, beautiful coal”. Inoltre i progressi dell’Occidente sono poco rilevanti rispetto all’arretratezza dei Paesi in via di sviluppo, ad oggi tra i maggiori responsabili delle emissioni globali: essi, a causa della mancanza di risorse tecniche e della scarsità di investimenti, non riescono a sostenere autonomamente il processo di transizione energetica.
C’è poi un secondo aspetto che non può essere ignorato tra le cause dei fenomeni atmosferici eccezionali: il rapporto tra uomo e natura. Per secoli abbiamo pensato di poter modificare il paesaggio a nostro piacimento, spostando i corsi d’acqua, restringendoli tra muri di cemento o addirittura interrandoli. In Pianura Padana, dopo aver bonificato la terra dagli acquitrini per poterla coltivare, ora vogliamo costruire a dismisura, ricoprendola di cemento senza pensare alle conseguenze. Oltre che a rinunciare all’effetto mitigante garantito dalle zone verdi e alberate dei centri urbani durante l’estate, impermeabilizzando il terreno perdiamo la capacità di assorbire e drenare naturalmente l’acqua piovana. Oggi paghiamo a caro prezzo questa nostra presunta supremazia nei confronti dell’ambiente di cui siamo parte, aggravata dalla scarsa manutenzione delle reti di scolo e dei canali, che se eseguita correttamente potrebbe limitare i danni.
Tra le immagini più forti di questa esperienza ci sono i cumuli di fango e di quel che resta degli oggetti di una vita, caricati sulle carriole e svuotati ai bordi delle strade, di fronte alle quali è inevitabile domandarsi che senso abbia il nostro attaccamento ai beni materiali: quante volte nei garage e nelle cantine tendiamo ad accumulare elettrodomestici fuori uso, vecchi ricordi, oggetti che non servono più? “Può sempre servire” siamo soliti ripeterci mentre disponiamo un oggetto dopo l’altro sugli scaffali, più per abitudine che per un eventuale bisogno in futuro. Poi, quando li ritroviamo sparsi nel fango, non solo ci colpisce la perdita materiale, ma ci stupiamo di quanto siamo diventati prigionieri dell’accumulo.
Il consumismo ci ha abituati a comprare, conservare, stratificare. La natura, nella sua imprevedibilità e brutalità, ci insegna che tutto questo può svanire da un momento all’altro. E allora, quale valore hanno realmente gli oggetti che lasciamo ricoprire oggi di polvere e domani di fango, se non quello di un illusorio possesso?
Forse la lezione più grande che possiamo trarre è che l’essenzialità è tutt’altro che privazione, è libertà: avere meno, ma meglio. Disfarci del superfluo scegliendo ciò che conta davvero, riscoprire le relazioni, l’aiuto reciproco, prendersi cura di ciò che resta. Perché il fango può portare via gli oggetti, ma può anche rivelarsi terreno fertile dove rinascono la solidarietà, il coraggio e la dignità di chi, pala in mano, si impegna a ricominciare da capo.




