Siamo in ritardo. Di Vanni Santoni è da poco uscito un altro libro, si intitola Il detective sonnambulo, è molto bello e non sarà l’argomento di questa recensione. Qui parliamo del suo esordio in poesia: Altre stanze (Le Lettere, 2023), un’opera dal sentore neoavanguardista e sperimentale. Un libro bilingue, che contiene testi in inglese affiancati dalla traduzione italiana dell’autore stesso. Una scelta inusuale che, però, riflette le origini del progetto: Santoni concepì queste poesie direttamente in inglese, omaggiando i poeti anglofoni che l’hanno formato (da Blake a Eliot, da Plath a Ginsberg). Quella di Altre stanze è una “scrittura ibrida”, un mash-up colto di riferimenti letterari e contenuti transmediali, che coniuga influenze alte e culture pop in un formato inedito.
Santoni stesso ammette di vedere queste sue stanze “più come prose poetry che come poesia-poesia” e riconosce che nella traduzione italiana i testi risultano quasi come “prose con gli a capo”. Ma cosa sono, in concreto, queste “stanze” che danno il titolo al libro? Sono spazi liminali, portali testuali tra la narrazione che è stata e la narrazione che potrebbe essere. Ogni “stanza” è una cellula narrativa autonoma ma interconnessa, un modulo abitativo per un’idea, un’immagine, un frammento di voce che insiste per essere ascoltato fuori dal flusso continuo della prosa.
Altre stanze è, fondamentalmente, un labirinto di echi. Proviamo ad addentrarci.
Questo libro racchiude soltanto le prime 198 “rooms” di un progetto concepito da Santoni nel 2011 e ancora oggi in fieri. Il titolo completo? 999 rooms, 999 stanze. Un brulicante alveare testuale dove ogni cella è una scena, un micro-universo claustrofobico, una trappola percettiva. Ogni micro-testo bilingue è la descrizione di una stanza diversa, numerata, in cui accadono scene singolari, surreali o perturbanti. L’autore ci fa accomodare sulla soglia di ciascuna camera. Il lettore è una specie di intruso, un guardone letterario, un esploratore che apre porte su porte in un dungeon narrativo. Ci si sente un po’ topi in un labirinto dove si testa la capacità umana di sopportare l’infinita proliferazione del senso (e del non-senso).
Pagina dopo pagina, stanza dopo stanza, si ha questa sensazione fisica, quasi vestibolare: di muoversi attraverso un universo frammentato ma ferocemente coerente, come un sogno febbrile che obbedisce a leggi sconosciute. Ogni stanza presenta una scena autonoma, spesso ai limiti tra realtà e incubo: si va da immagini di cani decapitati e macabri rituali a visioni architetturali impossibili (come la stanza che è dentro la testa di una statua colossale, dalle cui finestre oculari si vede una città in fiamme). Ci sono sale austere colme di strumenti di tortura il cui solo mostrarsi fa abiurare chi li vede; aule scolastiche dai dettagli stranianti e nostalgici; salotti domestici congelati in un momento tragico familiare. Alcune stanze contengono elenchi enigmatici di oggetti (dodici pani, dodici rami, dodici pietre…), altre presentano scene oniriche grottesche. Il tono varia: a volte prosastico-descrittivo, altre volte quasi lirico o aforistico.
Le 198 stanze che compongono il libro sono organizzate in blocchi tematici di 33. Andando avanti con il progetto, Santoni ha scoperto sottotracce narrative, filoni e leitmotiv che attraversano le varie parti. In altre parole, c’è un disegno più grande: archi narrativi che collegano certi gruppi di stanze, pur restando queste formalmente autonome. Il lettore attento può quindi cogliere richiami interni, rimandi e ricorrenze che suggeriscono un universo coerente dietro le singole visioni. Non stupisce scoprire che molti brani contengono citazioni nascoste o rielaborate da poesie e testi preesistenti: Santoni ha giocato con il mash-up e il cut-up, inserendo versi altrui (Eliot, Plath, etc.) riassemblati in nuovi contesti. L’intertestualità è altissima e voluta: l’autore si misura coi suoi modelli per creare qualcosa di nuovo e “versatile”. Il risultato è un testo “tentacolare” e metaletterario, capace di abbracciare riferimenti che vanno da Jorge Luis Borges a Italo Calvino, da The Waste Land di Eliot ai giochi di parole di Alice in Wonderland, fino alla cultura pop di internet.
Santoni usa la forma poetica breve di Altre stanze come un dispositivo per parlare, in filigrana, della narrazione stessa. Altre stanze è uno strumento di tortura epistemologica che opera nella filigrana del raccontare. Ci troviamo di fronte a brani che sembrano incipit o estratti di racconti più lunghi che non ci è dato leggere per intero. L’effetto è quello di una sospensione fertile: l’immaginazione del lettore è stimolata a colmare i vuoti, a ipotizzare collegamenti, a proiettare un prima e un dopo attorno a quel fotogramma narrativo congelato. Invece di consegnarci una storia chiusa, Santoni ci dà 198 aperture di storie possibili, piccoli misteri che chiamano altri racconti. Noi lettori siamo dispositivi di completamento. Più colmiamo i vuoti, più siamo complici della creazione. Ogni connessione ipotizzata, ogni proiezione di prima/dopo, è un patto col diavolo metaletterario.
In questo gioco di specchi e di rimandi potenziali, conta molto anche la dimensione onirica e visionaria. Santoni, come già nei suoi romanzi, ama attingere all’immaginario dei sogni, degli stati alterati, delle visioni psichedeliche. Non a caso in Altre stanze abbondano immagini al limite del surreale e del fantastico, e l’esperienza di lettura assomiglia a un sogno lucido: ci muoviamo in spazi conosciuti e al contempo impossibili, dove la logica è sospesa ma c’è una coerenza emotiva interna. Ogni porta aperta nel libro può aprire anche una porta dentro di noi, risuonando con nostri ricordi, paure, desideri inespressi. In questo senso la poesia di Altre stanze è letteratura come esperienza immersiva: le stanze chiedono di essere abitate dall’immaginazione di chi legge.
A riprova della poliedricità proteiforme di Santoni nel maneggiare narrazione e visione, vale la pena insinuare, di striscio, un riferimento al suo titolo più fresco di stampa, Il detective sonnambulo (Mondadori, 2025). A prima vista Altre stanze e Il detective sonnambulo non potrebbero essere più diversi: l’uno è un florilegio poetico frammentario, l’altro un romanzo corposo con personaggi, dialoghi e una trama che spazia tra Parigi, Berlino, Davos e Venezia. Eppure, nel passaggio dalla poesia minimalista al romanzo di ampio respiro, Santoni porta con sé parte del suo DNA narrativo. Il detective sonnambulo racconta infatti una vicenda contemporanea intrisa di tematiche epocali (il rapporto tra arte e attivismo politico, la crisi climatica, le utopie e derive della nuova finanza digitale), il tutto incorniciato in un groviglio sentimentale fatto di amore e amicizia ma anche di illusioni e potere. Al centro c’è Martino, giovane aspirante sceneggiatore italiano a Parigi, che si innamora della misteriosa Johanna e, quando lei scompare, si ritrova invischiato in una storia picaresca assieme a un’anarchica e a un crypto-milionario visionario [Manfredi-Contini-Della Torre, DTor].
Il punto di contatto con Altre stanze? Quell’oscillare perpetuo, ipnotico, tra realtà e visione. Anche qui Santoni ci inocula dosi di onirico e simbolico a intervalli regolari: il “sonnambulo” del titolo suggerisce uno stato liminale, il passo lieve di chi cammina nel sonno. Martino stesso, spesso, pare un sonnambulo scaraventato da correnti ben più grandi di lui, in equilibrio precario fra idealismo e disillusione. In Altre stanze, similmente, troviamo personaggi impliciti (voci narranti?) che testimoniano mondi straordinari e inquietanti; anche lì c’è l’aspirazione a qualcosa di oltre (il sacro, l’ignoto, l’eterno) ma tutto resta sospeso in forma di visione. Entrambe le opere, con forme diverse, interrogano il potere delle storie e delle visioni: nel Detective i personaggi vogliono “lasciare un segno nella Storia” e rincorrono un’utopia che forse non è nient’altro che un sogno lucido. Cambia la forma, cambia l’ampiezza del respiro narrativo, ma Santoni dimostra di sapersi muovere sia nel microcosmo della poesia, sia nel macrocosmo del romanzo, mantenendo una coerenza di sguardo. La sua scrittura sa essere densa e allusiva in poche righe, come in Altre stanze, oppure ammaliante e immersiva in centinaia di pagine, come nel Detective. I due libri sono estremi comunicanti, uno zoom-out e uno zoom-in sulla stessa domanda: fin dove può spingersi la narrativa quando vuole cartografare la complessità? Da un lato l’affresco globale, dall’altro il dettaglio simbolico; qui la storia che prova ad abbracciare il mondo, là le minuscole storie che contengono universi.
Vanni Santoni (Montevarchi, 1978)è scrittore versatile, vincitore del premio “Scrittomisto” con Personaggi precari, candidato al Premio Strega 2017. Ha esplorato narrativa realistica, saggistica ibrida, fantasy, e poesia. Collabora con Corriere della Sera e altre testate nazionali.
Il detective sonnambulo, Mondadori, 2025
Altre stanze, Le Lettere, 2023, candidato al Premio Strega Poesia e finalista al Premio Paolo Prestigiacomo nel 2024.




