In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il 25 novembre, l’Italia si confronta ancora con una realtà brutale che smentisce ogni presunzione di moderna parità: la violenza di genere non è un’emergenza estemporanea, ma il sintomo di una radicata cultura patriarcale che fatica a morire. Sebbene la consapevolezza dei rischi sia in aumento, come rilevato dall’Istat, il numero di vittime e la natura degli aggressori dimostrano che la logica del possesso continua a mietere vittime.
Il peso di una storia recente
Per comprendere quanto sia profonda l’eredità maschilista nel nostro Paese, è necessario guardare alla storia legislativa. Il codice penale italiano ha protetto per decenni la violenza maschile attraverso istituti che oggi appaiono inaccettabili, ma che sono stati aboliti solo di recente.
Parliamo del “delitto d’onore”, una norma giuridica che garantiva una riduzione della pena per chi commetteva omicidio al fine di “difendere l’onore” familiare, tipicamente uccidendo una donna (moglie, figlia o sorella) ritenuta colpevole di aver compromesso la reputazione coniugale o familiare. Questa istituzione, basata su una visione arcaica della donna come “proprietà” il cui onore era strettamente legato a quello della famiglia, è stata abrogata definitivamente solo il 5 agosto 1981.
Nello stesso contesto, e nello stesso giorno, è stato abolito anche il ripugnante “matrimonio riparatore”. Questa norma permetteva all’aggressore di estinguere il reato di violenza sessuale se avesse sposato la vittima (sigh!). È impressionante notare come norme che legittimavano la violenza e il possesso sulla persona siano rimaste in vigore fino a meno di 45 anni fa, un dato che sottolinea quanto sia recente la transizione italiana da reati contro la morale a reati contro la persona.
La violenza endemica nei dati Istat
I dati preliminari dell’Indagine sulla violenza contro le donne 2025, condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), rivelano che la violenza fisica o sessuale è una triste realtà per milioni di donne in Italia.
Sono circa 6 milioni e 400mila le donne italiane (tra i 16 e i 75 anni) che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita, pari al 31,9% del totale. Nello specifico, il 23,4% ha subìto violenze sessuali, e il 5,7% (circa 1,1 milioni di donne) ha subìto stupri o tentati stupri.
L’analisi dell’autore della violenza è cruciale per comprendere la persistenza del patriarcato. La violenza si manifesta sia fuori dalla coppia (26,5% delle donne), sia all’interno. Tuttavia, sono gli ex partner a risultare i principali responsabili di violenza fisica o sessuale nell’ambito relazionale (18,9% delle donne con un ex partner). Inoltre, la violenza di coppia spesso si protrae per anni, con il 21,9% delle vittime che riporta episodi durati oltre cinque anni nel caso di un ex partner.
Gli stupri in particolare vedono i partner come autori principali: il 63,8% degli stupri è opera di partner o ex partner (il 59,1% degli ex partner e il 4,7% del partner attuale). A questa violenza si aggiungono forme pervasive come la violenza psicologica (subita dal 17,9% delle donne che hanno un partner o l’hanno avuto) e la violenza economica (6,6%).
Un aspetto allarmante è l’elevato “sommerso” della violenza: solo il 10,5% delle vittime di violenza da parte di partner o ex partner negli ultimi cinque anni ha sporto denuncia.
La scia impressionante dei femminicidi
Questi dati sulla violenza di coppia si concretizzano in un numero impressionante di omicidi che, nel 2025, confermano il pattern tipico del femminicidio: la donna viene uccisa per lo più dalla persona che avrebbe dovuto amarla e proteggerla.
Secondo le fonti disponibili, dall’inizio del 2025 fino a ottobre/novembre, si contano 89 vittime fra omicidi, transicidi e suicidi legati a situazioni di violenza. La maggior parte degli omicidi di donne (femicidi) sono commessi da ex mariti o fidanzati, o partner attuali. Scorrendo l’elenco delle vittime del 2025, la dinamica si ripete tragicamente: Elisa Stefania è stata uccisa dal marito; Maria (Liliana) Porumbesco dall’ex compagno; Jhoanna Nataly Quintanilla dal compagno; Cinzia D’Aries dal marito; Ilaria Sula dall’ex fidanzato; Teresa Stabile dal marito che non accettava la separazione; Samia Bent Rejab Kedim dall’ex marito, nonostante fosse agli arresti domiciliari con divieto di avvicinamento e braccialetto elettronico (!); Martina Carbonaro, 14 anni, dall’ex fidanzato che non accettava la fine della relazione; Cinzia Pinna dall’ex partner dopo aver rifiutato un suo approccio; Luciana Ronchi dall’ex marito che l’aveva accoltellata in strada. Molti di questi omicidi sono compiuti da uomini che non accettano la separazione o il rifiuto, spesso con precedenti denunce a carico.
La violenza omicida è l’esito estremo di un controllo che, in molti casi, si manifesta quotidianamente attraverso violenza psicologica, limitazioni economiche, e, nel 62,1% dei casi di violenze ripetute, con i figli che assistono (o, nel 19,6% dei casi, subiscono purtroppo direttamente la violenza).
La sfida del futuro
Il 25 novembre non è solo una data per commemorare, ma per rinnovare l’impegno contro questa piaga. Sebbene l’aumento del ricorso ai Centri antiviolenza (passato dal 4,4% al 8,7% tra il 2014 e il 2025) indichi una maggiore consapevolezza, la stabilità delle denunce (intorno al 10%) e il numero di vittime dimostrano che la strada per smantellare le strutture del possesso e del controllo maschile, eredità di quel patriarcato che ha tollerato il delitto d’onore fino al 1981, è ancora lunga e urgente. La violenza contro le donne, soprattutto quella che avviene tra le mura domestiche ad opera del partner ed dell’ex partner, rimane una ferita aperta della nostra società, un velo di silenzio e terrore che lo Stato deve squarciare con maggiore efficacia, garantendo protezione e sostegno alle vittime.
