La campanella, i libri, le LIM e i banchi; ma anche i precari, l’incertezza, la vetustà degli edifici e la burocrazia. A breve ricomincerà la scuola e, come ogni anno, i problemi saranno gli stessi.Ci troviamo in un contesto sociale e politico estremamente fragile e in cui l’istruzione fatica a diventare una delle priorità del paese. A fronte del collasso della sanità pubblica, dell’inflazione e delle guerre che imperversano sul piano internazionale – solo per citare alcuni dei problemi del nostro tempo -, la scuola ricomincerà come da tanti anni a questa parte: incerta. Sono tanti i problemi che attanagliano il sistema scolastico e risulterebbe difficile trattarli in questa sede. Vorrei però – in quanto docente – provare a delineare una delle principali mancanze della scuola italiana che mina alla base il rapporto educativo: il reclutamento dei docenti e le sue ricadute sulla continuità didattica. Anche quest’anno ha avuto e avrà luogo il valzer dei docenti che si vedranno assegnati ad una scuola diversa da quella dello scorso anno scolastico; inoltre, nei prossimi mesi, i colleghi vincitori dei concorsi PNRR dovranno abbandonare le cattedre ricevute tramite GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze – un istituto che, mediante un algoritmo, assegna un posto a tempo determinato a docenti o personale ATA precari) e prendere servizio nella nuova sede di competenza. Un sistema di questo tipo non garantisce affatto la continuità didattica e non mette i ragazzi (di ogni ordine e grado) nelle condizioni migliori per formarsi e studiare. Come potrà un ragazzo o una ragazza applicarsi e dedicarsi allo studio di una materia dovendo cambiare ogni anno il docente di riferimento? Non possiamo pensare che la figura dell’insegnante sia interscambiabile: la relazione educativa ha bisogno di tempo per crescere e maturare; essa soffre gli scossoni, la discontinuità o – peggio ancora – l’incertezza. La precarietà dei docenti non si manifesta solo nel fatto di non avere una cattedra “fissa” su cui poter lavorare dall’inizio della scuola. Essere precario significa anche non avere punti di riferimento su cui basare il proprio insegnamento, significa avere a che fare una (per i più fortunati) o più volte all’anno con alunni, colleghi e luoghi di lavoro nuovi. Un discorso di questo tipo potrebbe suonare autoreferenziale, considerando il fatto che il precariato non esiste solo a scuola; però, è proprio a scuola che è più deleterio per i primi fruitori del sistema scolastico: studenti e studentesse.
E se il mondo sull’orlo dell’abisso si affidasse alle donne?
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Punto e a capo. Un nuovo 8 marzo, come una nuova sosta su un percorso...

