La spettacolarizzazione della violenza di genere, affiancata dal mantra del sorvegliare e punire, sta alimentando la discussione pubblica in queste settimane complicate, in cui da un lato riceviamo la boutade di un Ddl governativo che propone l’ergastolo per femminicidio e dall’altro assistiamo alla riapertura del caso di Garlasco, riducendo nuovamente la figura di Chiara Poggi ad uno sfondo.
E lo si fa in maniera sommaria e morbosa: riportando a galla i dettagli macabri e ragionando esclusivamente a partire dalle opinioni personali, attraverso domande che non hanno mai una ragione scientifica e che si autoalimentano nell’aggressività verbale nei confronti degli inquirenti e in quella ideologica contro la Magistratura.
“Come hanno fatto a non accorgersene prima?” in una giravolta di accuse di incompetenza lanciate sui social da chi non potrebbe, per mancanza di strumenti culturali e scientifici, neppure immaginare la differenza immane che intercorre fra le possibilità di accertamento del Dna in quest’epoca rispetto a venti anni fa.
Gli stessi che esultano sentendo parlare di ergastolo. Sono sempre loro e sono molto distanti dall’urgenza, al contrario, di porre una questione di revisione totale non tanto della giurisprudenza in materia, quando del movente che, a monte, muove l’azione violenta nei confronti delle donne.
Sì, l’ergastolo per femminicidio è una boutade elettorale, ma c’è di più: è uno slogan figlio del negazionismo del patriarcato.
Infatti, declassa il crimine sulle donne al pari di qualsiasi altro omicidio, nascondendo sotto il tappeto la motivazione culturale, nega la necessità del carcere rieducativo e mette in angolo la richiesta – che dovrebbe essere collettiva – di costruire la cultura del rispetto e dell’uguaglianza, rimodulando la società.
Incarcerare buttando via la chiave è il contentino tipico del pensiero della violenza strutturale del sorvegliare e punire di foucaultiana memoria e ci lascia immerse nel fango della stessa, continua, immobile e immutata società maschilista che questo governo non intende variare.
Ne mette in carcere uno e, senza distruggere gli stereotipi, ci lascia da sole, senza aiutarci a costruire una profonda riforma culturale.
Nel Ddl che propone l’ergastolo non c’è spazio per l’ammissione del femminicidio in quanto azione criminale che sorge da un sistema culturale fortemente diseguale, ma diventa condanna della capacità generica di delinquere.
In questa ottica, gli stereotipi che accompagnano un’idea di società binaria dei ruoli fissi e immutabili suddivisi fra maschi e femmine vengono innalzati alla normalità delle cose, nel mentre si rinuncia totalmente a definirli per ciò che sono: un virus sociale che non smonterà mai la cultura patriarcale che porta, essa stessa, al femminicidio.
Lo si vede in queste ore, in cui il corpo martoriato di Chiara Poggi è sotto i riflettori più per la sua capacità di attrarre un interesse morboso che per essere un esempio clamoroso dell’inaccettabilità dell’indipendenza e dell’autodeterminazione femminile.

