Oggi sono andato alla stazione di Pavia ad acquistare il biglietto per Torino Lingotto: domani vado a trovare la mia vecchia madre. All’uscita mi imbatto in un ragazzo di colore che conosco da alcuni anni, un’ottima persona, educata, sensibile, intelligente. Sono sorpreso di trovarlo li perché solitamente lo incontro o davanti alla Feltrinelli o in corso Garibaldi, davanti alla farmacia: vende libri con i modi pacati dei senegalesi. Sono in confidenza: con i suoi vent’anni potrebbe essere mio nipote e poi mi è simpatico. Gli chiedo subito cosa ci fa lì, e perché non ha i libri e perché perde tempo. Lui mi ascolta sornione e con un gran sorriso mi indica i suoi piedi: in effetti indossa un paio di enormi scarpe antinfortunistiche, nuove, che con questo clima stonano un po’. In un fiato mi comunica che è stato assunto come magazziniere in un’azienda dalle parti di Lambrate. Si capisce che per lui questa è la svolta che aspettava, ora si sente un cittadino. Non so se ha la cittadinanza, non credo, ma se lo hanno assunto con le scarpe antinfortunistiche i documenti devono essere a posto.
Tornando a casa, contento e anche un po’ commosso, rimuginando tra me e me, mi chiedevo se è così difficile fornire a questi ragazzi un paio di scarpe e un caschetto antinfortunistico, un permesso di soggiorno, una tessera sanitaria, uno stipendio dignitoso e inserirli con la dovuta preparazione nei lavori che le nostre industrie e aziende richiedono. Perché è così difficile fare in modo che una risorsa sia tale, anziché essere vista, e trasformata, in un problema?




