Nei giorni successivi al mio arrivo al Freudenthal Institute, incontro Silvia De Cesare, post-doc dell’Università di Ginevra di origini romane. È una di quelle persone che riescono a rendere tutto più leggero senza mai banalizzare nulla. Vivace, disponibile, sempre pronta a confrontarsi. Silvia ha quella rara qualità di chi sa stare dentro un discorso senza mai occuparlo del tutto: quando parla, lascia sempre un margine, uno spazio in cui l’altro può inserirsi, rispondere, dissentire. Non è una cosa scontata. In certi ambienti accademici ci si ritrova spesso in monologhi mascherati da dialogo. Con lei no. Le idee passano di mano senza che nessuno voglia tenerle soltanto per sé. E per me, che in questo momento ho più domande che risposte, una conversazione del genere vale oro. Mi racconta della sua ricerca, dei mesi a Ginevra, di come la vita da post-doc assomigli a un esercizio continuo di adattamento. Ci ridiamo su.
E così, diventa presto un’abitudine ritagliarci mezz’ora tra un impegno e l’altro, un caffè bevuto troppo in fretta, una passeggiata intorno all’edificio quando entrambi vorremmo che le nostre giornate fossero già finite e invece sono solamente a metà. Non parliamo sempre di filosofia, anzi. Le nostre conversazioni si muovono con naturalezza tra ricerca e vita quotidiana, senza soluzione di continuità. Ed è forse proprio questo a renderle così preziose. Parliamo di casa, di quanto sia strano costruirsi una routine in un posto che sai già di dover lasciare, di quella specifica solitudine, non del tutto sgradevole, che accompagna chi si muove di continuo. Silvia capisce certe cose senza che io debba spiegarle fino in fondo. Comincio a pensare che forse anche le amicizie, come le scoperte scientifiche di cui vado studiando i meccanismi, non nascano mai da un unico istante preciso, ma si compongano lentamente, quasi senza che ce ne accorgiamo, fino a diventare qualcosa di solido e profondo. Di cui non puoi più fare a meno.
6 dicembre, ore 15.30. Oggi il Freudenthal Institute ha un’aria diversa dal solito. Nei corridoi si respira un’euforia sommessa, un fermento contenuto che contrasta rispetto all’abituale operosità silenziosa degli uffici. È il giorno di Sinterklaas, mi spiegano, e la cosa mi incuriosisce non poco. La figura ha radici antichissime: discende da San Nicola di Bari, vescovo vissuto tra il III e il IV secolo, patrono dei bambini, dei marinai e, curiosamente, anche degli studenti. Nell’Europa del Nord, e in particolare nei Paesi Bassi, la sua memoria si è sedimentata nei secoli fino a trasformarsi in una delle tradizioni più sentite dell’anno, capace di rivaleggiare, quanto ad affetto popolare, con lo stesso (Babbo) Natale. Sinterklaas, infatti, arriva ogni anno via mare, accompagnato dai suoi aiutanti, e porta doni a chi si è comportato bene: un’usanza gentile, sospesa tra il folklore e l’infanzia collettiva di un intero Paese.

Al Dipartimento, la tradizione si traduce in qualcosa di più intimo e conviviale. Ogni anno, uno dei colleghi si presta a vestire i panni di San Nicola in persona, con tanto di mitra e barba posticcia, per portare doni simbolici a tutti i membri del Freudenthal Institute. Ma il vero cuore della giornata è un rituale collettivo che trovo affascinante e strambo allo stesso tempo: al mattino, ognuno deve lasciare in aula comune una scarpa. Una sola, rigorosamente spaiata. Nel corso della giornata, se ne sceglie una a caso, mai la propria, e vi si infila dentro un piccolo dono, spesso accompagnato da una poesia scritta appositamente per l’occasione. Alla fine della giornata, ci si riunisce tutti nella stessa sala, si recupera la propria scarpa e si scopre cosa vi si nasconde…
Il pomeriggio si trasforma così in una piccola commedia corale. C’è chi si commuove per un dono particolarmente azzeccato, chi scoppia a ridere davanti a un regalo maldestro, chi finge indignazione per uno scherzo innocente. Da ultimo, tutte le poesie vengono lette ad alta voce, tra un boccone e l’altro di kruidnoten e biscotti allo zenzero fatti in casa, il cui profumo si mescola a quello del caffè caldo e riempie l’intera stanza. Io, va detto, sono probabilmente il partecipante più impacciato alla cerimonia: non conosco la tradizione, non ho portato alcun dono né una scarpa (anche perché ho solamente un paio di stivaletti invernali, che ovviamente indosso ogni giorno). Il mio vero intento è semplicemente quello di non offendere nessuno, cosa che acuisce ancor di più la mia lontananza culturale. Tuttavia, è proprio in questa mia goffaggine che trovo, alla fine, il senso più autentico della mia partecipazione: non conta tanto rispettare alla lettera una tradizione che non è la propria, quanto lasciarsi attraversare dalla gioia semplice e un po’ infantile che la anima. Rido come non ridevo da tempo. E per un pomeriggio, la distanza da casa smette di farsi sentire.

10 dicembre 2025, ore 11.00. Mi muovo svelto tra gli uffici del secondo piano, sperando di non essere troppo in ritardo: ho infatti appuntamento con Toine Pieters, professore di Storia e Filosofia della Scienza, nonché vicedirettore del Freudenthal Institute. Ci dovremmo incontrare di fronte alla sala lettura, ma non sono sicuro di essere nel posto giusto. Nonostante per il momento lo abbia visto solamente dalle foto presenti sul sito del Dipartimento, per fortuna, lo riconosco subito: è altissimo, pelato e porta due grossi occhiali tondi dalla montatura nera, che gli conferiscono un’aria al contempo severa e curiosa; come se stesse costantemente valutando se ciò che vede meriti o meno un secondo sguardo. Federica mi aveva già anticipato qualche pillola del suo lavoro, ma è solo in quel momento che mi rendo conto di quanto possa essere cruciale per le mie ricerche. Gli racconto brevemente del mio progetto, di questa idea ancora acerba di scoperta come fenomeno reticolare, e lui, con un sorriso quasi complice, mi risponde: “Allora devi assolutamente analizzare e trattare la storia dell’interferone, seguimi!”.
Ci sediamo nel suo ufficio, tra pile di libri disposte con un ordine che solo lui sembra comprendere, e mi racconta una vicenda a cui, in passato, ha dedicato anni della sua ricerca, ma che gli brilla ancora negli occhi come fosse ieri. Mi parla di Alick Isaacs e Jean Lindenmann, due ricercatori del National Institute for Medical Research (NIMR) di Londra che, verso la fine del 1956, stavano studiando l’interferenza virale attraverso colture di membrana. Un giorno, un fluido da cui il virus inattivato era stato accuratamente separato continuò, inspiegabilmente, a mostrare attività antivirale: un’anomalia che non trovava posto in nessuno schema teorico disponibile. Isaacs ne rimase ossessionato, Lindenmann inizialmente scettico. Fu proprio quest’ultimo, quasi scherzando, a battezzare il misterioso fattore ‘interferone’, prendendo in prestito il suffisso dalla fisica delle particelle, non immaginando che quel nome sarebbe sopravvissuto alla stessa battuta che lo aveva generato. Toine mi racconta tutto questo con un entusiasmo contagioso, indugiando sui dettagli più minuti.
Ma è un concetto in particolare a colpirmi nel profondo, tanto da restarmi addosso per giorni: la ‘contingenza strutturata’ (structured contingency). Mi spiega che non si tratta semplicemente di sostenere che le scoperte nascono per caso: quest’ultimo, da solo, non basta e non spiega quasi nulla. Ciò che conta è che quella contingenza avviene sempre dentro una struttura, una configurazione precisa di strumenti, competenze, istituzioni e relazioni che rende possibile, o del tutto impossibile, che una certa scoperta o anomalia venga notata, presa sul serio, indagata fino in fondo. Lindenmann, mi svela Toine, aveva già intuito anni prima qualcosa di simile all’interferone, a Zurigo, ma senza gli strumenti adeguati aveva dovuto abbandonare la pista. Solo a Londra, dentro quella rete specifica di risorse e persone, l’anomalia poté essere perseguita e la scoperta completata.
Resto in silenzio per qualche secondo. Sento che qualcosa si sta ricomponendo, un tassello che si incastra in un disegno più grande: la mia idea di rete, di fenomeno emergente, trova finalmente un nome più preciso, uno scheletro concettuale su cui fondarsi. Non è il caso puro a produrre la scoperta, e non è nemmeno il genio isolato a catturarla dal nulla: è la struttura che rende certe contingenze possibili, pensabili, perseguibili. Ringrazio Toine, forse con un entusiasmo eccessivo per un semplice incontro, e torno alla mia scrivania con la percezione, rara e preziosa, di aver trovato esattamente ciò che stavo cercando. L’entusiasmo mi travolge come un fiume in piena… Che sensazione impagabile e meravigliosa!
(4, continua)




