Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump si sta sempre più identificando con il principio dell’America First, uno slogan elettorale divenuto la direttrice strategica dell’azione di governo. Non si tratta soltanto di un orientamento ideologico, ma di una postura pragmatica e isolazionista, che ridefinisce in profondità i rapporti fiduciari tra gli Stati Uniti e il resto del mondo. La sovranità rivendicata dal Presidente Trump implica che tutti gli altri Paesi passino in secondo piano: le relazioni economiche vengono subordinate alla massima convenienza per gli USA e gli accordi diventano rinegoziabili in ogni momento, secondo gli interessi americani e del tycoon.
Anche nel campo dell’Information Technology il tema della sovranità digitale è rilevante, ancor più per l’Europa che da questo punto di vista è estremamente, e colpevolmente, debole. Non è una battaglia che l’Europa sta perdendo: è una battaglia che non ha mai combattuto.
Il settore dell’Information Technology è dominato quasi interamente da aziende statunitensi, con qualche presenza asiatica e pochissime realtà europee di scala globale. Le infrastrutture critiche — cloud, semiconduttori, piattaforme, intelligenza artificiale — sono in larga parte extraeuropee. Le competenze avanzate, gli investimenti e perfino gli standard tecnologici vengono definiti altrove.
Un’Europa tecnologicamente dipendente rende la sovranità europea ancor più fragile. Non solo sul piano economico, ma su quello democratico. Chi controlla le infrastrutture digitali controlla i flussi di dati, le piattaforme di comunicazione, le capacità di difesa, la competitività industriale e perfino la resilienza delle istituzioni. Chi controlla i modelli che sono alla base dell’Intelligenza Artificiale ha una ipoteca determinante sul futuro sociale e culturale delle popolazioni. Non è fantascienza: è la realtà di un mondo in cui il potere passa sempre più attraverso algoritmi, reti e capacità computazionali.
La vera questione non è quindi l’America First ma l’Europe Last.
Finché l’Unione Europea non investirà in modo massiccio, coordinato e strategico nella propria autonomia tecnologica, resterà esposta agli umori politici di Washington e alla crescente assertività di Pechino. La sovranità digitale non è un capitolo specialistico per addetti ai lavori: è la condizione minima per la sovranità democratica. Ed è su questo terreno che si misura oggi la capacità dell’Europa — e della sua classe dirigente — di essere protagonista del proprio destino, invece che spettatrice delle decisioni altrui.




