“Huston, abbiamo un problema.” Anche sul fronte della sicurezza, le ricette proposte dalla destra non stanno producendo i risultati promessi e rischiano anzi di creare le condizioni per un futuro ancora più problematico del presente.
I dati mostrano che, dopo il fisiologico calo registrato durante la pandemia, i reati sono tornati a crescere. Tra il 2022 e il 2025 gli aumenti più significativi riguardano la microcriminalità, i reati legati agli stupefacenti e i reati contro la persona. Particolarmente allarmante è il dato sulle violenze sessuali, cresciute del 7,5% nello stesso periodo. Tutto ciò nonostante una sequenza di decreti sicurezza: dal provvedimento anti–rave del 2022 al decreto “Cutro” del 2023, fino al decreto “Caivano” del 2024 e ai successivi interventi normativi. È difficile sostenere che queste misure abbiano prodotto miglioramenti tangibili.
Parallelamente, i numeri del Viminale certificano un altro elemento critico: negli ultimi due anni il personale delle forze di polizia è diminuito di 2.700 unità, senza interventi significativi su organici, risorse o salari. A fronte di questa riduzione, la narrazione politica dominante continua a concentrarsi quasi esclusivamente sull’emergenza immigrazione, spesso generalizzando e alimentando percezioni distorte, mentre si richiamano posizioni estreme sulla “remigrazione”. Un paradosso, se si considera che la normativa di riferimento resta la Bossi–Fini del 2002.
Nel Lodigiano le criticità diventano ancora più evidenti. Il territorio è caratterizzato da bassa densità abitativa, piccoli comuni con risorse amministrative limitate. Solo quattro centri superano i 10.000 residenti (Lodi, Codogno, Casalpusterlengo e Sant’Angelo Lodigiano). A fronte di questa frammentazione, la presenza delle forze di polizia statali — Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza — è inferiore alla media lombarda.
In questo contesto, la Polizia Locale finisce per assumere un ruolo molto più ampio di quello previsto. Sempre più spesso si trova a svolgere attività che non rientrerebbero nelle sue competenze primarie, sottraendo tempo e risorse alle funzioni proprie del corpo. È, di fatto, un modo per scaricare parte dei costi della sicurezza sugli enti locali, già in difficoltà per bilanci compressi e personale ridotto.
Nei comuni sarebbe necessario almeno un agente ogni 1.000 abitanti, ma pochissimi raggiungono questa soglia. E se a questi agenti si delegano anche funzioni di sicurezza generale, senza organici e strumenti adeguati, il risultato è inevitabile: la Polizia Locale non può essere efficace come dovrebbe, né può supplire alle carenze dello Stato.
Di fronte a questo quadro, emerge un dato evidente: la distanza tra la retorica della destra e la realtà dei territori è sempre più ampia. Mentre si moltiplicano proclami e decreti, la sicurezza reale — quella che si costruisce con presenza, prevenzione, investimenti e competenze — viene indebolita.
Molti amministratori locali e operatori del settore sottolineano che l’attuale approccio, centrato sulla propaganda e sulla costruzione continua di emergenze, non sta producendo risultati. Al contrario, sta lasciando soli i territori più fragili e scaricando sugli enti locali responsabilità che dovrebbero essere dello Stato.
La politica dovrebbe partire da qui: dai dati, non dagli slogan. Perché la sicurezza non si difende con misure spot, ma con una strategia che tenga insieme prevenzione, risorse ed organici adeguati, formazione, giustizia sociale e un rapporto leale tra Stato e comunità locali. E soprattutto con la consapevolezza che territori come il Lodigiano non possono essere trattati come periferie amministrative.

