La letteratura, il cinema e la storiografia pop hanno saturato l’immaginario collettivo con narrazioni iper-strutturate in cui il male assoluto viene sconfitto da un eroismo altrettanto assoluto, spesso sterilizzando la brutale, asfissiante e meschina realtà quotidiana del totalitarismo sotto strati di catarsi posticcia e violini hollywoodiani. La saturazione è tale che l’impatto emotivo del trauma storico rischia di trasformarsi in una sorta di rumore bianco morale. A squarciare questa nebbia di assuefazione anestetica, si staglia Ognuno muore solo, un romanzo scritto in ventiquattro giorni di furia febbrile nel tardo 1946 da un autore, Hans Fallada (pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen), che trascorreva la propria esistenza rimbalzando con disperata regolarità tra dipendenza da morfina, alcolismo e degenze in istituti psichiatrici.
L’impatto di questo testo, pubblicato postumo nel 1947 e definito dal nostro Primo Levi come uno dei libri più importanti mai scritti sulla resistenza tedesca contro il nazismo, costringe a una ricalibrazione di ciò che si intende per “letteratura di testimonianza”. L’autore, un uomo clinicamente e spiritualmente a pezzi, non concepì il romanzo dal nulla. Fu Johannes R. Becher, figura culturale di spicco nella Germania post-bellica (e futuro Ministro della Cultura della DDR), a consegnare a Fallada un fascicolo originale della Gestapo riguardante una coppia di coniugi berlinesi della classe operaia, Otto ed Elise Hampel, giustiziati per tradimento e diffusione di materiale sovversivo. Da questo scheletro burocratico dell’orrore, da queste scartoffie intrise della pedanteria mortifera del Terzo Reich, Fallada ha estratto Otto e Anna Quangel, i protagonisti del romanzo, innestando la cronaca nuda e poliziesca in una prosa di straziante e disadorna sincerità.
L’azione prende le mosse da un ambiente confinato, geometrico, squallido, claustrofobico: il condominio situato al numero 55 di Jablonski Strasse, nel cuore pulsante e ferito di Berlino. Un edificio che si erge a microcosmo sineddochico dell’intera società tedesca sotto il giogo totalitario. La genialità sociologica di Fallada risiede nell’utilizzare questo fatiscente condominio per smontare metodicamente il mito di una Gestapo onnisciente, dotata di tecnologie inarrivabili e di un’intelligenza demoniaca superiore. Il vero motore del controllo sociale e del terrore totalitario non era costituito dalle geniali deduzioni dei vertici delle SS, ma dalla “sorveglianza orizzontale”, ovvero la spietata delazione tra vicini di casa, alimentata da una miscela tossicamente umana di opportunismo, codardia, vendette personali, fanatismo cieco e pura, meschina avidità. La topografia del caseggiato è stratificata con precisione entomologica in modo da rappresentare ogni declinazione della corruzione morale e della disperata decenza umana. La dinamica di potere che si instaura all’interno delle mura domestiche e lungo la tromba delle scale riflette, come in un gioco di specchi deformanti, le macro-dinamiche dello stato fascista.
Fallada, che sperimentò sulla propria pelle traumatizzata il veleno della delazione, sapeva di cosa scriveva. Egli stesso aveva salvato una coppia di anziani, i coniugi Sponar, acquistando l’ipoteca della loro villa e garantendo loro un alloggio gratuito nel 1932; per tutta risposta, gli Sponar lo denunciarono nel 1933 per una presunta “cospirazione contro il Führer” semplicemente per potersi impossessare dell’intera casa. Fallada giunse alla tragica ma aritmetica conclusione che, nella Germania nazista, “ogniqualvolta tre persone erano riunite, una di loro era obbligatoriamente un informatore”. La lettura di Ognuno muore solo nel cuore del ventunesimo secolo illumina il terrore latente di una società che rinuncia con apatia alla propria opacità: l’annientamento della privacy è il primo passo verso l’annientamento della coscienza individuale e della libertà politica.
Il vero e proprio innesco etico dell’opera si attiva quando i Quangel, fino a quel momento cittadini straordinariamente apatici, docili ingranaggi della colossale macchina produttiva tedesca, ricevono una missiva dal fronte. È la notizia della morte del loro unico figlio, caduto durante la trionfale (per il regime) campagna di Francia. Lo Stato totalitario si affretta a recapitare una retorica “patente d’eroe” per glorificare e inglobare nella narrativa patriottica un cadavere. Questo strappa improvvisamente e irrimediabilmente il velo della propaganda agli occhi dei due genitori. Il lutto si politicizza nel preciso momento in cui lo Stato tenta di espropriarlo per giustificare la propria macchina di morte.
La reazione di Otto Quangel [uomo arido, duro, taccagno di parole ed emozioni] sfugge a qualsiasi cliché hollywoodiano sulla resistenza armata. I Quangel decidono di scrivere delle cartoline, 276 per l’esattezza. Le vergano a mano, adottando una calligrafia contraffatta (in stampatello maiuscolo rigido e innaturale) per eludere le perizie grafologiche della polizia, e le riempiono di messaggi semplici, inequivocabilmente anti-hitleriani e inviti al sabotaggio (“Popolo tedesco, svegliati!”, “Hitler è un assassino”, “Morte al regime della menzogna”).
Queste cartoline vengono poi abbandonate (da Otto e, successivamente, anche da Anna) nelle trombe delle scale degli edifici pubblici, sui davanzali dei palazzi eleganti, nei condomini operai e nelle stazioni di Berlino. L’azione è artigianale e intrinsecamente suicida.
Fallada non fa assolutamente nulla per nascondere al lettore il fallimento logistico di questa impresa. La stragrande maggioranza di queste 276 cartoline non innesca alcuna insurrezione civile, non risveglia le coscienze sopite dei berlinesi, non blocca le fabbriche d’armi. Il terrore inoculato dal regime è così profondo che le missive vengono immediatamente raccolte da cittadini terrorizzati (che temono di essere accusati di complicità se trovati in possesso del materiale) e consegnate nel giro di poche ore alla polizia o alle guardie di quartiere. Quasi tutte le cartoline scritte col sangue e col sudore dei Quangel finiscono archiviate in buste trasparenti sulla scrivania dell’Ispettore Escherich alla centrale della Gestapo.
Dal punto di vista utilitaristico, strategico e militare, la missione dei Quangel è un buco nero di energia vitale sprecata che li condurrà inesorabilmente al patibolo. Però è in questo totale, conclamato fallimento materiale dell’impresa che si annida il nucleo morale e rivoluzionario del libro. L’opera insiste sul valore dell’azione per l’azione, sull’imperativo categorico kantiano di mantenere una traccia di umanità e di coerenza etica quando tutto il mondo circostante sprofonda nella psicosi collettiva e nella mattanza.
La simmetria narrativa di Ognuno muore solo è garantita dall’attenzione che l’autore dedica a chi quelle cartoline sovversive deve raccoglierle, decifrarle e classificarle. L’Ispettore Escherich della Gestapo è un tecnocrate della deduzione logica che, inizialmente, tratta il caso dell’ignoto disseminatore di cartoline come un puro e astratto enigma intellettuale.
Il romanzo traccia la progressiva e inarrestabile disintegrazione del distacco professionale di Escherich. All’interno della gerarchia nazista, governata da figure abominevoli come il brutale e volgare Obergruppenführer Prall, le regole normali della società e persino le regole del lavoro poliziesco tradizionale sono sospese e sostituite da capricci arbitrari e da una violenza tribale. Un passaggio emblematico del romanzo descrive Prall che picchia Escherich per ricordargli la fragilità assoluta della sua posizione gerarchica.
Quando i Quangel vengono infine catturati, la vittoria dell’ispettore si capovolge subitaneamente in una disastrosa disfatta psicologica. Otto Quangel, dal fondo della sua cella, sconfigge moralmente il suo inquisitore semplicemente facendogli notare, con la calma glaciale di chi non ha più nulla da perdere, la totale vuotezza della lealtà del poliziotto. Quangel dimostra a Escherich che egli non crede minimamente nel nazismo, ma svolge il suo lavoro per pura pedanteria, mettendosi di fatto “alle dipendenze di un assassino di massa” in cambio di uno stipendio e di una gratificazione dell’ego professionale. Queste parole di un umile falegname fungono da acido corrosivo sulla psiche iper-strutturata dell’ispettore. L’uomo di legge comprende improvvisamente che la rettitudine suicida del suo prigioniero è infinitamente superiore al proprio vile conformismo. Dopo aver riconosciuto la sconfitta etica del sistema che rappresenta, Escherich sceglie di togliersi la vita, diventando, per una suprema e amara ironia narrativa, l’unica e vera “conversione” operata dalla letale e apparentemente inutile campagna di volantinaggio dei Quangel.

Il concetto merita un’esplorazione e una tassonomia dettagliata. Resistere non richiede inevitabilmente gesta da superuomini nietzschiani o astrazioni ideologiche iper-sofisticate. Fallada usa ripetutamente nel testo (e non a caso) il termine tedesco anständig, variamente e faticosamente traducibile in italiano come “dignitoso”, “retto”, “decoroso”, ma forse più intimamente come “decente”. La grandezza etica della resistenza, secondo la severa visione filosofica del romanzo, risiede nel rifiuto ontologico di essere “assimilati” dal mostro. Come Otto dichiara mentre si trova imprigionato, durante una conversazione fatale con il compagno di cella Dr. Reichhardt, lo scopo ultimo della loro azione sovversiva non è mai stato quello di abbattere il Terzo Reich. L’obiettivo era poter affermare di essersi “comportati decentemente fino alla fine”. Una vetta morale che echeggia drammaticamente e dolorosamente nel nostro iper-cinico presente socio-politico. Ognuno muore solo ci afferra per il bavero e ci ricorda che il valore intrinseco di una presa di posizione morale non risiede affatto nel suo successo strategico o nella sua visibilità. Risiede nella sua essenza qualitativa.
L’opera è afflitta da quelli che, in un seminario di scrittura creativa contemporaneo, verrebbero etichettati come difetti strutturali gravi, e una parte della critica accademica e giornalistica non ha mancato di evidenziarli, pur inchinandosi al risultato finale. La prosa di Fallada in Ognuno muore solo è un’eruzione verbale e psicologica. La perfezione stilistica fiamminga, di fronte alla macelleria a cielo aperto della Berlino bombardata, di fronte alle camere di tortura della Prinz-Albrecht-Straße e ai patiboli intrisi di sangue del carcere di Plötzensee, sarebbe stata essa stessa una menzogna intollerabile, un tradimento etico della materia trattata. Fallada inserisce continue, disorientanti digressioni sui bassifondi criminali (i già citati Kluge e Borkhausen), sui vagabondi distrutti dalla storia, sui cinici profittatori della macchina bellica e sulle SS arricchite, allargando il raggio dell’obiettivo per catturare la complessità putrescente di un intero ecosistema sociale in decomposizione. Questo approccio massimalista, dickensiano per vocazione ma calato in un contesto di disperazione kafkiana e nietzschiana, spiraleggia implacabilmente verso l’esterno per catturare la vasta, invisibile rete di complicità in cui ogni singolo cittadino è inevitabilmente intrappolato. L’imperfezione del libro è la prova inconfutabile della sua spaventosa vitalità.
Il titolo stesso dell’opera, Ognuno muore solo agisce come un’epigrafe tombale inappellabile sull’illusione infantile della salvezza collettiva sotto una tirannia. Il totalitarismo è per sua natura una macchina molecolare che disgrega le connessioni umane. La morte è l’esperienza di isolamento per eccellenza, uno spartiacque invalicabile e incolmabile in cui ogni essere umano è ridotto alla propria irriducibile singolarità corporea e spirituale, privato di ogni maschera o protezione sociale. Otto Quangel riesce a procurarsi una letale fiala di cianuro ma decide coscientemente di non usarla. Anna, per un equivoco tragico, fa lo stesso distruggendo la sua fiala sperando (invano) di poter rivedere il marito ancora una volta. Essere “veramente liberi” all’interno di un sistema totalitario significa emanciparsi in modo definitivo dalla paura della morte che il sistema utilizza come strumento primario di coercizione e paralisi.
I coniugi Otto e Anna Quangel non possedevano certo la lungimiranza storica e l’apparato critico dei politologi, né padroneggiavano la retorica forbita dei grandi intellettuali. Erano dotati unicamente della testardaggine animalesca di una moralità elementare, dell’esigenza quasi fisiologica di affermare che la titanica macchina dell’odio istituzionalizzato non operava nel loro nome. L’inestimabile lascito letterario di Hans Fallada è il ritratto crudo dell’uomo qualunque che, esaurite tutte le altre opzioni e trovandosi le spalle al muro della Storia, decide di rimanere umano. Le implicazioni di questo disperato scatto etico suggeriscono un monito finale: il confine ultimo tra la complicità col carnefice e la resistenza a oltranza si snoda invisibile lungo la silente, solitaria e microscopica spina dorsale dell’etica individuale di ciascuno di noi.
BIO
Hans Fallada (1893–1947), pseudonimo di Rudolf Ditzen, è stato uno dei grandi narratori tedeschi del Novecento. Autore di romanzi sulla vita quotidiana tra Repubblica di Weimar, nazismo e dopoguerra, visse una biografia tormentata segnata da dipendenze (alcol e morfina) e ripetuti ricoveri. Nel 1946, dopo aver avuto accesso ai fascicoli della Gestapo sul caso Hampel, scrisse in poche settimane il suo ultimo grande romanzo, pubblicato postumo nel 1947.
Fallada, Hans (2010). Ognuno muore solo. Traduzione di Clara Coïsson. Postfazione di Geoff Wilkes. Palermo: Sellerio Editore, collana “La memoria”



