Utrecht, tra ordine e possibilità
1° dicembre 2025, ore 12.45. L’atterraggio a Schipol è silenzioso, quasi gentile. Nessun sobbalzo improvviso, nessuna brusca interruzione: solo una discesa lenta e continua, come se l’aereo avesse deciso di posarsi sulla pista con una cautela tutta olandese, rispettosa e misurata. Fuori dal finestrino, il paesaggio è già cambiato. Campi ordinati, linee nette, geometrie che sembrano disegnate a tavolino. E poi Amsterdam, la città sospesa sull’acqua, labirinto di canali e luci.
Scendo dall’aereo e vengo subito travolto da un’aria pungente e fredda, che penetra nelle ossa. Attendo di ritirare le valigie al nastro trasportatore e, col passare dei minuti, inizio a percepire un profondo senso di angoscia assalirmi sempre più: e se avessero disperso i miei bagagli? Per fortuna, proprio in quel momento, riconosco i miei vecchi valigioni blu della Kipling e tiro un sospiro di sollievo. A dire il vero, sono dei miei genitori, ma loro non li hanno mai usati granché. Mi avvio dunque alla stazione ferroviaria dell’aeroporto, situata nella sua parte sotterranea.
Ore 14.00. Dopo venticinque minuti di treno, arrivo a Utrecht. È ancora primo pomeriggio, ma il sole si è già fatto debole e lontano. La stazione di Utrecht è un piccolo crocevia di vite in movimento: biciclette ovunque, fiumi di persone che scorrono con naturalezza da un punto all’altro, come se tutto fosse perfettamente sincronizzato. Mi lascio trasportare dalla corrente fino a raggiungere il centro della città.

La piazza principale si apre davanti a me con una semplicità disarmante. Non è grandiosa nel senso monumentale a cui sono abituato in Italia, ma ha qualcosa di profondamente armonico. Il Dom, un imponente campanile di circa 115 metri, svetta verso il cielo con una verticalità quasi ostinata, mentre attorno la vita quotidiana continua senza alcuna solennità: gente che beve caffè, che ride, che attraversa la piazza senza alzare lo sguardo. E forse è proprio questo a colpirmi: la bellezza qui non chiede di essere osservata. Esiste e basta. In maniera quasi indifferente.

Dopo qualche ora di esplorazione, prendo un autobus in direzione di Bilthoven, dove è situato il mio alloggio. La sua ricerca nelle settimane precedenti la partenza è stato un vero e proprio incubo: trovare una sistemazione in Olanda è un’impresa a dir poco titanica. Ma alla fine ho optato per andare sul sicuro con Airbnb, pur spendendo qualcosina in più. Lo avevo già intuito dalle foto, ma dal vivo l’effetto è decisamente più intenso: Bilthoven è un quartiere ordinato in maniera quasi ossessiva, fino all’estremo. Le case sono tutte uguali, allineate come se qualcuno avesse deciso di eliminare ogni possibile imperfezione o irregolarità. È un tutto armonico, quasi periodico. All’inizio rimango disorientato da quella che sembra una sorta di riproduzione in serie. Poi, lentamente, comincio a coglierne una forma diversa di quiete. È un ordine che non opprime, ma contiene. Come una cornice.
Non trovo nessuno ad accogliermi: l’host è via per lavoro, ma mi ha lasciato le indicazioni per recuperare le chiavi di casa, meticolosamente nascoste in un punto segreto intorno all’abitazione. Per quanto particolare e curioso, temo di non poterlo rivelare. Finalmente riesco ad entrare e sono subito costretto a trasportare i miei valigioni su per una scala ripidissima, interamente ricoperta da una moquette di un ormai familiare color grigio-beige. Certo che al Nord Europa gli interni delle case sono tutti identici, penso. La mia stanza è piccola. Molto piccola. Appena entrato, tuttavia, avverto una strana sensazione di pace. Un letto contro il muro, una scrivania essenziale, una lampada dalla luce calda. Niente di straordinario, eppure capisco subito che quello sarebbe diventato il mio fedele rifugio serale. Sistemo le mie cose in maniera piuttosto sbrigativa. La stanchezza è troppa, ho bisogno di dormire e recuperare le forze.
2 dicembre, ore 09.00. La mia esperienza al Freudenthal Institute ha ufficialmente inizio. Seguo le indicazioni di Google Maps e prendo l’autobus n. 27, linea gialla. La fermata dista circa dieci minuti a piedi dal mio alloggio, per cui riesco ad esplorare il quartiere, speranzoso di trovare delle sequenze ‘irregolari’ nella planimetria cittadina. Purtroppo, le mie aspettative vengono disattese.
Dopo circa dieci minuti di autobus, arrivo davanti ad un complesso immenso, che non rispecchia affatto la mia idea di università: la struttura ha uno stile decisamente moderno e si compone di una serie infinita di vetrate e pannelli trasparenti. L’ingresso è quasi anonimo, una semplice porta girevole. Vengo subito accolto dalla portinaia, che intuisce in un baleno la mia provenienza dal mio accento. Che fastidio, penso, prima o poi riuscirò a levarmi questa tremenda pronuncia italiana. Capisco di esserle simpatico e mi confida che sa parlare un pochino di italiano, visto che i suoi nonni erano genovesi. Che strano scherzo del destino, la mia amata Genova non mi abbandona mai. Le chiedo se le piacciono il pesto e la focaccia, ma mi confessa di non averli mai mangiati…

Dopo aver ritirato la mia card universitaria personale, che è incredibilmente già pronta, inizio ad esplorare la struttura. Corridoi luminosi, uffici aperti, postazioni studio. Ma soprattutto un mare di studenti che popola questi spazi e li rende vivi più che mai, fucina di passioni e idee, scherzi e risate. Arrivo al mio piano e mi viene assegnato un desk con ben due monitor. Sorrido: è un piccolo lusso che, in qualche modo, sembra sancire ufficialmente il mio ingresso in questo nuovo capitolo. Mi presento quindi agli altri dottorandi e ricercatori presenti. Poi mi metto a lavorare a mia volta, consapevole di aver interrotto un momento di intensa concentrazione.
Ore 11.00. Finalmente trovo Federica, la professoressa che mi ha proposto il Visiting. È piccolina, ma diffonde un’energia disarmante, impossibile da replicare. Ne rimango piacevolmente travolto. Mi colpisce subito il suo sguardo, vivace e intenso. Lo sguardo di chi unisce passione e brillantezza. Ci siamo già incontrati mesi prima, ma ora il dialogo assume una forma diversa, più continua e profonda. Parliamo a lungo, senza accorgerci del tempo che passa. Ed è proprio durante questa conversazione che sboccia per la prima volta l’idea principale per il mio progetto di dottorato. Eureka!
Stiamo discutendo del ruolo del caso nelle scoperte scientifiche, di quanto spesso ciò che conta emerga non da una linea retta, ma da una deviazione. A un certo punto, quasi senza pensarci, mi viene in mente un’immagine: non una sequenza lineare, ma una rete. Una rete di fenomeni, di condizioni, di incontri, in cui nessun elemento è sufficiente da solo, ma tutti insieme rendono possibile qualcosa che prima non c’era. Una scoperta, allora, non come risultato diretto, ma come fenomeno emergente e reticolare.
Rimango in silenzio per qualche secondo dopo averlo detto. Federica annuisce. Non come se fosse una risposta definitiva, ma una direzione interessante. E forse, per la prima volta dopo molto tempo, non sento il bisogno di avere una risposta completa. Mi basta quella sensazione di allineamento momentaneo. L’eccitazione che ne consegue è quasi incontrollabile.
Con il passare dei giorni, il Freudenthal Institute smette di essere un luogo estraneo. Gli spazi iniziano ad assumere una loro familiarità: la luce che entra dalle finestre al mattino, il rumore lieve delle tastiere, le pause caffè che diventano occasioni di scambio e di piacevoli chiacchierate. Non è solo un centro di ricerca. È un ambiente in cui le idee prendono forma attraverso le relazioni, le persone e il loro entusiasmo contagioso.
Da quel momento, inizia a farsi strada dentro di me una lezione che sto lentamente imparando, nel dottorato e nella vita: forse non esiste un percorso lineare da seguire. Forse esistono solo configurazioni che, a un certo punto, rendono possibile qualcosa. Proprio come nelle scoperte scientifiche che sto cercando di comprendere.
E così, fuori dall’istituto il mondo continua a scorrere secondo un ordine che non mi appartiene ancora del tutto. E che forse non mi apparterrà mai.
Dentro di me, però, qualcosa si sta lentamente ricomponendo. Non è ancora una direzione chiara. Non è ancora una risposta. Ma, forse, è una possibilità.
(2, continua)




