“Un granello di polvere nell’ingranaggio”. Con queste esatte parole si è espresso Umberto Ambrosoli nel raccontare la storia del papà Giorgio. Lo ha fatto poche sere fa, nella sala teatro dell’Oratorio San Luigi a Sant’Angelo Lodigiano, colmando di una straordinaria carica affettiva quella parola “papà” con la quale ha intercalato la testimonianza.
Non è stato il semplice esaltare la scelta di un individuo, per quanto eroica possa essere stata, ma il trasmetterne i tratti più evidentemente familiari.
Non è semplice, privi degli adeguati strumenti, entrare nella complessità di un sistema economico, politico, giuridico inficiato pesantemente da infiltrazioni mafiose.
Non era importante chiamare per nome l’uomo alla testa della piovra, Michele Sindona, come si ama fare nel linguaggio moderno, ma trasmettere l’eredità positiva di ciò che ha valore e pertanto è importante conservare.
Col primo quadro, dopo aver richiamato con immediatezza i termini storici della questione, libera Giorgio dal costringente ruolo di vittima al quale facilmente lo si potrebbe relegare.
L’attenzione costante alla narrazione è derivata ad Umberto, anch’egli avvocato come il papà, dall’aver saputo cogliere l’altro lato della storia.
Giorgio è stato l’uomo dall’altissimo profilo morale capace di perseguire la giustizia, forte di valori etici assoluti che condivideva con la moglie: pienamente consapevole che il difenderli avrebbe potuto portare anche al sacrificio della propria vita.
Aveva due strade davanti a sé. Nominato dalla Banca d’Italia per liquidare la Banca Privata Italiana in un procedimento per fallimento, avrebbe potuto scegliere la via squisitamente amministrativa: recuperare il possibile, rifondere i creditori. Giorgio Ambrosoli sceglie invece la via della giustizia, indaga le responsabilità, alla ricerca delle cause che hanno portato al fallimento.

Umberto ha reso evidente come il dolore possa essere trasformato, e come questa sia l’unica via percorribile per poterlo superare.
La vendetta, quando consumata, annienta coloro che la mettono in atto. Il risentimento e l’odio covati a lungo diventano gabbie che impediscono il ritorno alla vita. La fragilità che rende difficile cogliere la possibilità trasformativa, può portare, come nel caso del fratello (morto appena quarantenne lasciando dietro di sé una scia di bellissimi ricordi) allo sviluppo di una malattia.
Il sacrificio, nella sua accezione etimologica di “rendere sacro”, restituisce valore ad una vita capace di impegno e di dono per ciò in cui si crede. Giorgio non ha potuto accettare l’ipotesi per cui tanti risparmiatori, forse ingenui o semplicemente poco preparati nel lasciarsi allettare da interessi spropositati, venissero risarciti con una mensilità pari a quella di un postino.
Ha trovato le vie che hanno permesso la salvaguardia del bene di tante famiglie, facendo pulizia tra creditori reali e crediti millantati.
Un granello di polvere in un ingranaggio di poteri soverchianti che non hanno risparmiato le Istituzioni, tanto da eroderne la fiducia nella gente comune. Un uomo che, nella sua posizione ha preso posizione a favore della verità, senza cedere a minacce e intimidazioni, dimostrando come sia possibile riportare l’acqua inquinata ad uno stato di purezza.
Scrive questo Umberto in “Qualunque cosa succeda”, edito per Sironi, raccontando ai figli la storia del papà: che non dobbiamo commettere l’errore di legare la scelta al contesto. Giorgio si è fatto interprete di valori fondanti sempre validi, oltre il frangente storico.

Bisogna avere cura, come Gemma Calabresi, come Gino Cecchettin (solo per fare un paio di esempi) di non lasciare che la ferita provocata si infetti, di non lasciarsi trascinare dal vortice dell’orrore. Gino non racconta l’efferatezza del gesto col quale a Giulia è stata tolta la vita. Racconta la positività della vita di Giulia. Gemma racconta Luigi come un uomo capace di dialogo, anche con Giuseppe Pinelli. Il valore non muore e può essere trasmesso, lasciato in eredità ai figli e alla collettività come positività che salva dalle derive disperanti.
Uomini che, come lo sono stati Falcone e Borsellino, forse a causa dell’immaturità sociale si sono ritrovati quasi come eroi soli nel sacrificio, ma la cui storia ha potuto alimentare una coscienza umana e civile collettiva.
Ciascuno di noi deve potersi interrogare e scegliere di fronte alla possibilità del parlare chiaro, in modo che sia “Si, si” e “No, no”. Siamo un granello di polvere col potere di inceppare la mostruosità di qualsiasi ingranaggio.
Crediti: ph©Simona Malattia








