Da tempo, nel nostro Paese, si moltiplicano iniziative che, sotto la veste di eventi culturali, propongono una rilettura indulgente del fascismo. Accade anche nella nostra Sant’Angelo Lodigiano, dove un gruppo politico locale organizza incontri dedicati alla “rivalutazione” di episodi e simboli legati al ventennio: il mito della Grande Guerra, la Roma imperiale ed i suoi simboli, le campagne coloniali, la spedizione in Russia e le foibe. Presi singolarmente, questi appuntamenti potrebbero sembrare innocui. Ma osservati nel loro insieme, rivelano una traiettoria precisa: la costruzione di una memoria selettiva, nostalgica e politicamente orientata.
L’ultima iniziativa è la più esplicita: si tratta della presentazione di un libro, probabilmente autoprodotto, scritto dal pronipote di Benito Mussolini. Il titolo – L’ALTRA STORIA – lascia poco spazio ai dubbi: l’obiettivo è offrire una narrazione alternativa del fascismo, capace di accendere l’entusiasmo dei nostalgici. Un testo che, firmato da un autore qualunque, sarebbe passato inosservato; ma un Mussolini che parla di Mussolini diventa automaticamente un evento. E questo dovrebbe interrogare chiunque abbia a cuore la cultura democratica della Repubblica.
Basterebbe immaginare cosa accadrebbe in Germania se un ipotetico discendente di Hitler presentasse un libro sul nazismo in toni concilianti. La reazione sarebbe immediata, compatta, indignata. In Italia, invece, operazioni simili trovano ancora spazio, pubblico, e legittimazione. È un’anomalia che dice molto sul rapporto irrisolto del nostro Paese con il proprio passato autoritario.
Eppure, la storia del fascismo non lascia margini di ambiguità. Il regime instaurò la fine della democrazia liberale attraverso il partito unico, l’abolizione del pluralismo politico, la censura e il controllo totale dell’informazione. Soppresse le libertà di associazione, di sciopero, di pensiero. Represse il dissenso con violenze, confino e carcere. La parola “democrazia” veniva usata con disprezzo, mentre la società era concepita come una gerarchia rigida di capi e gregari, mobilitati non come cittadini ma come massa obbediente. L’alleanza con la Germania nazista nacque da affinità ideologiche e da un comune disprezzo per le democrazie. Le leggi razziali del 1938 segnarono l’adesione al razzismo di Stato e la persecuzione di una comunità ebraica fino ad allora integrata nella vita civile e culturale del Paese.
La repressione operata dal fascismo fu terribile e responsabile dell’intimidazione e della morte di tantissimi italiani colpevoli solo di non essere fascisti: Giacomo Matteotti, Carlo e Nello Rosselli, Piero Gobetti, Giovanni Amendola ed Antonio Gramsci sono solo i nomi più noti.
Di fronte a questi fatti, ogni tentativo di riscrittura indulgente del fascismo non è un’innocua operazione culturale, ma un atto politico. Non si tratta di impedire la ricerca storica o il dibattito, ma di riconoscere quando la memoria viene manipolata per normalizzare ciò che non può essere normalizzato. Una democrazia matura non teme il confronto con il proprio passato, ma non può accettare che quel passato venga trasformato in un mito rassicurante.
Il caso di Sant’Angelo Tricolore non è un episodio isolato. È il sintomo di una fragilità più profonda: la difficoltà dell’Italia a fare i conti con il fascismo in modo definitivo, senza ambiguità, senza nostalgie. Finché questa fragilità resterà irrisolta, iniziative come quella del pronipote di Mussolini continueranno a trovare spazio. E continueranno a ricordarci che la memoria democratica non è mai un patrimonio acquisito una volta per tutte, ma un impegno quotidiano.






