Punto e a capo. Un nuovo 8 marzo, come una nuova sosta su un percorso ferroviario per poter fermare la corsa e chiedersi, al margine di nuovi per certi versi imbarazzanti conflitti, quale sia la reale incidenza delle donne sulla realtà. La narrazione che ci relega al triste ruolo di vittime di femminicidio, vittime in qualsivoglia modo di un maschilismo rinvigorito, perfettamente in tono con la cultura ormai imperante, non rischia infine di nascondere il reale potenziale delle donne?
Forse ci sarebbe maggiore bisogno di narrazioni che, mentre raccontano la debolezza vile di un maschio ridotto a padrone, aiutino le donne a ritrovarsi in quanto soggetti, protagoniste del proprio e dell’altrui destino.
Ci si chiede dove stia, oggi, l’originalità del pensiero femminile e quale piegatura possa imprimere al corso degli eventi.
Se già nel ‘900 Eleanor Roosevelt, pensando alle donne, affermava che ogni casa è legata con milioni di fili al resto del mondo, oggi potremmo chiederci in quale direzione potrebbero inclinare il piano del mondo milioni di donne se trovassero la forza di allearsi.
Si rende necessaria a questo punto una precisazione. Noi non abbiamo bisogno di donne in posizioni apicali pronte a replicare i ritriti e fallimentari modelli maschili. Non abbiamo bisogno di donne pronte a sovvenzionare armi perché l’unica risposta sia la violenza e l’unico orizzonte la guerra.
Per certi versi è come se fossimo rimaste incastrate in un gioco del quale non abbiamo scritto le regole e che ci porta, a volte nostro malgrado, a risoluzioni aberranti prive di reale soluzione.
Forse il senso di impotenza, in molti contesti, è legato al doppio filo con il senso di solitudine.
La migliore femminilità è capace di vedere le sottigliezze, di cogliere tutte le sfumature, una complessità quanto mai lontana dalla legge del più forte e, a lungo andare, vincente.
La migliore femminilità sa cogliere, nella realtà, tutti gli interstizi lasciati vuoti nei quali potersi inserire ed è dotata di un intuito capace di visioni totalmente altre.
Avremmo un estremo bisogno di sempre maggiori declinazioni di pensiero al femminile, un pensiero che può essere proprio anche degli uomini miti, quegli uomini divenuti capaci di dettare una frequenza modulante al proprio potere. Di fronte ad un maschilismo che contempla il dominio quale unica possibilità di affermazione, che usa sopruso, brutalità, annientamento, volgarità, possessivismo, le donne dovrebbero sentir risuonare in sé l’eco del proprio io e riconoscerlo le une nelle altre.
Le donne dovrebbero per prime riconoscersi capaci di ben altro, di comporre sinfonie su toni armonici che siano diffusive di una memoria ancestrale volta al bene dell’umanità perché capace di generare vita. Capaci di scovare risorse e distribuirle, anziché accentrarle dentro ritrovate logiche colonialiste.
Un mondo sull’orlo dell’abisso invoca il senso di una giustizia che sia inclusiva (che diversamente rimarrebbe solo il privilegio), il fermento di una curiosità culturale per le diverse culture che superi la barriera della mera tolleranza.
Chiede quell’ingegno capace e fiducioso del possibile dove nessun altro lo considera, e audace nel tenere insieme gli opposti.
Se milioni di donne si alleassero, se vicendevolmente si sostenessero lì ciascuna nella posizione sociale che occupa, senza false invidie o gelosie, si aprirebbe la possibilità di tornare a imporre la cultura dell’incontro in opposizione a quella della scontro.
Il potere del pensiero femminile, che nella migliore manifestazione non sta solo alle donne, sostiene la diversità senza cedere alla brutalità che ha bisogno di un nemico.
Noi donne abbiamo quasi il dovere di verificare quanto, in ciascuno dei contesti che ci competono, riusciamo ad essere autenticamente capaci di genio femminile. A volte sarebbe sufficiente agire sul lessico perché l’universo umano non rinunci ad essere intero




