Bertolt Brecht, Domande di un lettore operaio, 1935
[…] Il giovane Alessandro conquistò l’India. Da solo?
Cesare sconfisse i Galli. Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la flotta gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi, oltre a lui, l’ha vinta?
Una vittoria ogni pagina. Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’uomo. Chi ne pagò le spese?
Quante vicende, tante domande.
Ci scuserà Brecht se partiamo da lui, tagliando il suo celebre testo, ma per le nostre necessità questa parte è più che sufficiente.
Aggiungiamo una considerazione di carattere storico: parlando di Resistenza, e non solo, il pensiero va a scontri, battaglie, eroismi. Il tasto frequentemente battuto è quello dell’epica. Giusto per molti aspetti, ma non basta. Proviamo a cambiare la prospettiva.
Immaginiamo un giovane partigiano, un ventenne disteso coi suoi compagni a lato di una strada. Se ne sta nascosto, con un fucile in mano, in attesa del passaggio di un gruppo di soldati tedeschi.
Cosa pensa? Cosa sente? Com’è arrivato lì? E i suoi compagni?
Domande apparentemente irrilevanti, eppure no, non lo sono: sono domande che aprono uno scenario vastissimo che coinvolge innumerevoli situazioni analoghe, innumerevoli giovani partigiani come il nostro. Il tutto senza sminuire di una virgola l’importanza della Resistenza nei suoi aspetti politico-militari.
Le domande che il nostro giovane partigiano in agguato ci pone si riferiscono alla sua vicenda personale che però è simile a quella di altri – tantissimi – individui. C’è un mondo intero ancora da esplorare e non è certo solo da oggi che si avverte la necessità di farlo. Tuttavia occorre andare avanti. Ce lo impone la coscienza, ma anche, come diremo, un presente che mostra inclinazioni assai preoccupanti.
Sul tema di una diversa visione della storia vale la pena di ricordare le interviste fatte da Nuto Revelli nel suo Il mondo dei vinti, una raccolta di interviste, un testo che scardina la retorica e mostra una realtà multiforme come sono le vicende dei soggetti intervistati, ma anche una realtà che, nell’insieme, costituisce un’altra narrazione.
“Noi a scuola avevamo imparato a coltivare i rapanelli”, altro che il Piave che mormora e tutti i fanti che lo superano di slancio, spiega un testimone.
Possiamo poi aggiungere la propaganda fascista sul regime, sulle grandi opere, sull’Impero, il mito degli “italiani brava gente”…
Potremmo andare ancora avanti, pensando, ad esempio, a quanto poco sappiamo di una storia al femminile da sempre relegata ai margini e spesso ridotta a un riquadro o una scheda di approfondimento nei libri di testo scolastici, quasi che il femminile fosse una semplice sottocultura poco più che irrilevante nel contesto generale, anziché costituirne un aspetto fondamentale.
Quanto detto fin qui dovrebbe bastare, se non altro, per capire come retorica e propaganda abbiano influenzato l’opinione popolare. Questo ha portato ben lontani dal cercare di approfondire tutte le diverse realtà che si sono avvicendate nel corso del tempo e quanto il potere dominante abbia influenzato – quanto influenzi ancor oggi – il pensiero comune.
Il secondo dopoguerra ci aveva regalato una grande fiducia nel progresso, un desiderio di pace e democrazia che pareva aver creato le fondamenta incrollabili del futuro, dei canoni dai quali nessuno mai avrebbe potuto prescindere.
Da allora a oggi molte fasi sono passate e quelle che apparivano come certezze, al di là delle crisi sopraggiunte, non sono più tali. Oggi assistiamo al risveglio dei fantasmi del passato, persino dei più beceri, ma non meno pericolosi.
Ieri come oggi – ma con maggiori strumenti – si vuole coprire la realtà degli interessi inconfessabili in campo seppellendoli sotto il mantello di un’etica finta e variabile o di letture parziali degli eventi che entrano nelle nostre case. È necessario dunque costruire una nuova consapevolezza che ci aiuti a dare una giusta ed equilibrata lettura dei fatti, sfuggendo alle facili interpretazioni preconfezionate.
Per questa ragione occorre lavorare a lungo e in profondità per costruire una coscienza critica del passato utile anche per il presente. Non è una indicazione generica e facile perché richiede un impegno – anche individuale – profondo. Ma qui non esistono formule o ricette semplici. Occorre operare in tutte le sedi possibili: conferenze, libri, giornali, social media, manifestazioni di vario genere… Occorre trovare punti di vista “diversi” che ci aiutino a contrastare le contraffazioni, le falsità, sempre tenendo ben presente che la verità non ha una sola madre. Bisogna infatti considerare che viviamo il nostro quotidiano in un passaggio epocale in cui diventa assai difficile discernere il vero dall’impostura, in cui alcune tra le massime autorità nazionali e planetarie fanno a gara nell’operare quella disinformazione di massa che è sotto gli occhi di tutti. Però anche in questi frangenti è necessario non cadere nell’accusa generica e onnicomprensiva, cercando di dare a ciascuno la sua responsabilità. Molto difficile, ma non impossibile.
Oggi si muore a Gaza, in Ucraina e altrove in mezzo a una ridda di accuse e smentite nella quale è ben difficile discernere il vero dal falso, anche perché verità e menzogna sono spesso intrecciate. Tuttavia, senza distogliere lo sguardo dal presente, è possibile, in particolare guardando gli eventi in modo diverso dal passato, costruire un’attitudine alla critica che faccia da antidoto ai veleni che vediamo infiltrarsi continuamente intorno a noi.



