Le politiche migratorie degli Stati Uniti sono al centro di crescenti critiche internazionali. L’operato dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) è stato recentemente oggetto di rilievi da parte delle Nazioni Unite, che hanno denunciato arresti arbitrari, uso eccessivo della forza e gravi carenze nelle garanzie legali. A rafforzare queste accuse contribuiscono diversi episodi avvenuti negli ultimi mesi. Tra questi, l’uccisione di Renée Nicole Good, madre di tre figli, poetessa e scrittrice, definita da Donald Trump “terrorista nazionale” e morta durante un’operazione dell’ICE. Si aggiunge il caso di Liam Conejo Ramos, un bambino di cinque anni utilizzato come esca per arrestare il padre, Adrian Alexander Conejo Arias, poi detenuto insieme al minore. Il 24 gennaio è stato inoltre ucciso Alex Pretti, un infermiere di terapia intensiva di Minneapolis di 37 anni, padre di famiglia e operatore sanitario dedicato alla cura dei veterani, ucciso a colpi d’arma da fuoco da agenti federali mentre documentava con il proprio smartphone le violenze dell’ICE e tentava di aiutare una donna aggredita durante una protesta. Pretti — descritto da colleghi, amici e familiari come “gigante buono” e privo di precedenti penali — è stato colpito da numerosi proiettili nonostante video e testimonianze contraddicano la versione ufficiale degli agenti e mostrino che era disarmato e non stava minacciando nessuno.
Secondo l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, nel solo 2025 si sono registrate oltre trenta morti nei centri di detenzione dell’ICE, il numero più alto degli ultimi decenni. A queste si affiancano pratiche consolidate come la separazione dei nuclei familiari, la detenzione di minori e l’accesso limitato all’assistenza legale e sanitaria.
L’ICE appare sempre più come una milizia squadrista al servizio di Trump, usata per reprimere anche manifestanti e dissidenti americani. Questa deriva autoritaria alimenta una polarizzazione sociale pericolosissima e rischia di spingere la democrazia statunitense sull’orlo di una vera e propria guerra civile. In questo contesto, risulta incomprensibile — e francamente grottesco — che, secondo la premier italiana, Trump possa essere considerato meritevole di un Premio Nobel per la Pace. Siamo di fronte all’assurdo.
Se gli Stati Uniti stanno portando avanti il giro di vite sull’immigrazione più duro degli ultimi decenni, l’Europa difficilmente può rivendicare una posizione moralmente superiore, se pur con modalità differenti. Anche nel contesto europeo, infatti, il controllo dei flussi migratori sta assumendo forme sempre più estreme.
Il dibattito sui centri di detenzione esterni, come quelli ipotizzati in Albania, è ormai centrale nell’agenda dell’Unione europea, come dimostrano le aperture espresse dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Si tratta di proposte che richiamano esperienze già condannate dalla comunità internazionale, a partire dalla cooperazione con la Libia.
Proprio la Libia rappresenta l’esempio più drammatico delle conseguenze di questa strategia. Rapporti delle Nazioni Unite descrivono i centri di detenzione libici come luoghi di torture e violenze sistematiche, in alcuni casi assimilabili a veri e propri lager. Un sistema alimentato dal collasso regionale e dalla politica europea di esternalizzazione delle frontiere, che ha trasferito al sud il costo umano della deterrenza.
Come riportato da Hafed Al-Ghwell, senior fellow dello Stimson Centre, nel 2025 sono state scoperte fosse comuni nei pressi di Jikharra e Kufra contenenti almeno 93 corpi mutilati di migranti. Secondo diverse organizzazioni internazionali, questi crimini sono direttamente collegati alla gestione europea dei flussi migratori, sostenuta politicamente anche dall’Italia.
In questo quadro, l’Unione europea è chiamata a una scelta di coerenza. Il controllo delle migrazioni non può tradursi nella delega sistematica delle violazioni dei diritti umani oltre i propri confini. La difesa dei valori democratici richiede un allineamento tra principi dichiarati e pratiche effettive.
Anche l’Italia non è esente da critiche. Diverse fonti autorevoli hanno documentato condizioni problematiche nei CPR, incluso il centro di via Corelli a Milano, sollevando dubbi su maltrattamenti, uso eccessivo della forza e condizioni materiali incompatibili con gli standard minimi di tutela dei diritti umani. Tali rilievi provengono da organismi come il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura, da parlamentari europei e da associazioni indipendenti.
Nel complesso emerge un trend preoccupante: pratiche che violano apertamente i diritti fondamentali vengono sempre più normalizzate, soprattutto quando colpiscono soggetti privi di rappresentanza politica o avvengono lontano dall’attenzione pubblica. L’indifferenza verso torture, violenze e trattamenti degradanti è diventata un elemento strutturale delle politiche migratorie contemporanee.
A questo punto, non stupirebbe se, per rivendicare titoli di merito internazionale o ambizioni da Premio Nobel per la pace, qualcuno in Europa, prima o poi, finisse per teorizzare squadroni punitivi contro settori della società civile, presentandoli come un necessario esercizio di ordine democratico e di mantenimento della pace. Forse sarebbe il caso di cominciare a protestare duramente contro un governo che non nasconde l’idea di distribuire Nobel ai “grandi pacificatori” oltreoceano, perché il passo dal lodare psicopatici neofascisti a immaginare strumenti repressivi in casa propria potrebbe rivelarsi molto più breve di quanto si creda.
E se il mondo sull’orlo dell’abisso si affidasse alle donne?
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Punto e a capo. Un nuovo 8 marzo, come una nuova sosta su un percorso...


