Copenaghen: la strategia del possibile
Il primo giorno a Copenaghen non mi è sembrato di arrivare in un nuovo Paese. Sembrava piuttosto di essere salita di livello. Non era come nei trasferimenti precedenti, quelli pieni di dubbi, tentativi, adattamenti. Stavolta no.

Ricordo ancora il momento preciso in cui sono scesa dall’aereo. L’aria era fresca, tagliente. Camminavo verso l’uscita dell’aeroporto con lo zaino sulle spalle e la testa piena di pensieri, ma il corpo leggero. C’era una calma nuova in me, come se ogni pezzo fosse finalmente al suo posto. Non sentivo ansia. Solo una consapevolezza profonda: sono esattamente dove dovrei essere.

Avevo accettato un ruolo in venture innovation, all’interno di una multinazionale leader nel campo delle biosolutions: biotecnologie applicate a cibo, agricoltura, energia, ambiente. Un settore in cui la scienza non è un esercizio teorico, ma una leva concreta per costruire il futuro. Un impatto vero, globale.
Il lavoro che faccio oggi, dieci anni fa non sapevo nemmeno che esistesse. Mi occupo di scouting di startup, valutazione commerciale, strategie di investimento e collaborazione con acceleratori e fondi. Mi confronto ogni giorno con team scientifici, stakeholder industriali, policy makers. Seguo progetti che attraversano continenti, fusi orari, culture e mercati.
Il motto dell’azienda è “With the power of biology” – e ogni volta che lo leggo sullo schermo, non posso fare a meno di pensare a dove tutto è cominciato. A quella passione iniziale per la biologia, che sembrava solo un interesse scolastico e invece, lentamente, ha tracciato una traiettoria. Vederla oggi incarnata nel mio lavoro quotidiano dà davvero la sensazione di un cerchio che si chiude. O forse, di uno nuovo che si apre.
Copenaghen mi ha colpita subito, con la sua efficienza silenziosa. Niente fronzoli, ma tutto funziona. Le riunioni iniziano (e finiscono) puntuali. Le decisioni si prendono insieme, ma i ruoli sono chiari. L’ambizione non è vista come una colpa, ma non viene mai esercitata a spese degli altri. C’è una leadership che non ha bisogno di alzare la voce. È fatta di risultati e rispetto.

E, ancora una volta, c’è fiducia.
Ti affidano un progetto, un budget, una responsabilità – e nessuno ti guarda sulle spalle ogni ora. L’idea è semplice, ma potente: se ti abbiamo scelta, è perché sappiamo che puoi farlo. E se c’è qualcosa che non sai, lo imparerai.
(9, continua)




