E poi, ancora una volta, il cambiamento
Sono stata a Helsinki per tre anni. I primi dodici mesi sono stati una vera esplosione: imparavo qualcosa di nuovo ogni giorno, crescevo a ritmo serrato. Poi, piano piano, è arrivata quella sensazione familiare che conoscevo fin troppo bene: non stavo più crescendo. Non era colpa del lavoro o delle mansioni, ma del contesto. Era una realtà regionale, con progetti stimolanti, certo, ma spesso mi ritrovavo a dover spingere più degli altri, anche quando non era il mio compito. E, in parte, lo capivo.

In Finlandia c’è un rispetto profondo per i limiti personali: si rispettano gli orari, le ferie sono sacre, la linea tra lavoro e vita privata è netta. Nessuno ti chiede di fare straordinari, nessuno si aspetta che tu “vada oltre”. Ma proprio per questo, nessuno sembra volerlo davvero. Ed è qui che ho percepito il cortocircuito con la mia mentalità. Non perché fossi “più ambiziosa”, ma perché vengo da un sistema dove niente è garantito e se non spingi tu, spesso non succede nulla. In Finlandia ho visto cosa succede quando la stabilità diventa la norma: si lavora bene, con equilibrio, ma a volte si spegne quella tensione verso il miglioramento. Forse ciò che mi è mancato, professionalmente, è stato proprio quel desiderio condiviso di andare oltre. Di sognare qualcosa in più, anche quando non è strettamente necessario.

Così ho cominciato a guardarmi intorno, di nuovo, ma questa volta senza urgenza, senza paura, senza illusioni. Avevo un ottimo lavoro, libertà, un appartamento tranquillo a Helsinki, uno stipendio giusto, qualche amico fidato. Quando parlavo con amici in Italia, con carriere bloccate nonostante lauree e sacrifici, mi sentivo fortunata. E lo ero. Ma anche diversa.
Per molti, il lavoro è qualcosa da sopportare: un dovere, una zavorra, una fatica che porta frustrazione, precarietà, la sensazione di non essere riconosciuti. Io, invece, l’ho sempre visto in modo diverso. Per me il lavoro è uno strumento per vivere, viaggiare, imparare, confrontarmi con il mondo. Non solo un modo per guadagnare, ma una chiave per abitare il mondo con curiosità e pienezza.
Forse è questo, più di ogni titolo o contratto, il vero lusso che mi sono concessa in questi anni.
Ad Helsinki sentivo che andavo bene, ma non crescevo più. E allora mi sono fatta una domanda scomoda: è davvero questo il mio posto? Sono soddisfatta?
Viviamo in una società che ci insegna a tenerci stretto ciò che è “stabile”. Che “chi si accontenta gode”. Io, invece, non ci ho mai creduto. C’è sempre un’altra strada, se hai il coraggio di cercarla. Così ho deciso di prendermi del tempo, di mandare curriculum, fare colloqui anche solo per imparare a raccontarmi meglio nella mia nuova figura professionale. Perché, diciamocelo, come puoi capire se un lavoro fa per te leggendo qualche riga su un foglio? Le job description sono spesso vaghe, impersonali.
Nel tempo ho imparato a usare i colloqui come uno strumento di esplorazione: per conoscermi meglio, capire cosa mi entusiasma, cosa mi mette a disagio, cosa cerco davvero e cosa invece no. Ogni colloquio, anche senza offerte, è stato un esercizio di storytelling, un confronto con persone, settori e mondi nuovi.
Ricordo ancora con chiarezza l’unico colloquio che ho fatto per un’azienda italiana. Alla fine del mio pitch ho provato a fare qualche domanda, semplici: come funzionava il team, come si valutava la performance, cosa significava “successo” per quel ruolo, esempi di progetti che l’azienda stava portando avanti. Niente di provocatorio, solo curiosità.
La risposta? Un muro. Il mio interlocutore sembrava infastidito, come se, dato che stavo cercando lavoro, dovessi accettare tutto in silenzio, senza porre domande. Come se fare domande fosse una sfida, non un dialogo.
Quell’esperienza mi ha fatto riflettere tanto. È stato uno dei pochi momenti in cui mi sono sentita davvero fuori posto. Non perché non fossi qualificata, ma perché mancava qualcosa di fondamentale: la dignità del confronto. Un colloquio non è un favore, è un incontro. E dovrebbe esserlo sempre. Forse è stato solo un caso sfortunato, ma mi ha lasciato addosso una sensazione amara: quella di non essere fatta per l’Italia. Non più, o forse non ancora. Non in un Paese dove essere giovani, anche quando si è pronti, motivati e competenti, significa ancora spesso non essere presi sul serio.
Tra le tante domande di lavoro fatte, senza troppe aspettative, è arrivata lei: un’opportunità diversa, inaspettata. Un’occasione che non stavo cercando davvero, ma che racchiudeva in sé tutto ciò che ero, proiettandomi verso un mondo più internazionale, più ampio, più audace.
La prossima scena si sarebbe svolta ancora nel Baltico, ma più a sud. A Copenaghen.
(8, continua)





